domenica, 23 luglio, 2017
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MORTE DI ZARATHUSTRA - regia Clemente Tafuri e David Beronio

"Morte di Zarathustra", regia Clemente Tafuri e David Beronio. Foto Clemente Tafuri "Morte di Zarathustra", regia Clemente Tafuri e David Beronio. Foto Clemente Tafuri

di Clemente Tafuri e David Beronio
con Luca Donatiello, Francesca Melis, Alessandro Romi, Felice Siciliano
regia Clemente Tafuri e David Beronio
produzione Teatro Akropolis 2016
Teatro Akropolis, Genova, 4 Maggio 2017

www.Sipario.it, 11 maggio 2017

Nietzsche e la nascita della tragedia nella versione scenica del Teatro Akropolis

Attraversiamo lo spazio scenico per prendere posto. Un tavolo è l'oggetto scenografico. Si spengono le luci. Inizia un lungo buio riempito dalle grida di un uomo e da colpi sordi. Una luce flebile sostituisce il buio e, finalmente, possiamo vedere tre uomini e una donna. Uno di loro è al centro, gli altri chiudono un cerchio. Iniziano a saltare, a comporre sequenze fisiche, ad aggrovigliarsi fra loro in una sorta di follia violenta, interrotta da alcune pause in cui gli attori fanno le boccacce con la lingua fuori. I suoni underground accentuano questa confusione di corpi atletici che saltano sul tavolo, per poi riprendere il gioco sulla scena. La parola è assente. Sembra danza e non teatro. Il finale ci coglie di sorpresa quando vengono proferite le prime parole. Vorremmo ascoltare ma non facciamo in tempo. Il buio chiude definitivamente la scena.
"Morte di Zarathustra" è uno degli spettacoli teatrali programmati a Genova durante l'ottava edizione del Festival Testimonianze ricerca azioni. Ma non solo. "Morte di Zarathustra" è anche il titolo di un libro che i due registi Clemente Tafuri e David Baronio (fondatori e direttori del Teatro Akropolis e della sua compagnia) hanno scritto e, da cui sono partiti, per mettere in pratica i risultati di un'indagine sul tragico che prende spunto dalle opere di Nietzsche. Lo spettacolo è quindi la concretizzazione, la prassi di un modello teorico complesso e approfondito che abbiamo avuto il piacere di conoscere, leggendo il testo dopo aver visto lo spettacolo. È importante dire, subito, che l'opera scritta dai due registi/autori andrebbe letta prima di vederne la realizzazione teatrale per acquisire gli strumenti concettuali utili a comprendere i significati e la portata valoriale della performance. Noi, invece, che abbiamo fatto un'operazione inversa, ci siamo trovati un po' spiazzati, pur avendo apprezzato l'impatto estetico della scena.
Nello studio, Tafuri e Baronio risuscitano e mettono su carta, secondo un loro stile originale, le scoperte del filosofo tedesco riportate nella "Nascita della tragedia". Il coro ditirambico conterrebbe i semi della successiva nascita della tragedia, pur distinguendosi nettamente da questa. Nel coro non c'è ancora la separazione fra attore e spettatore, come nella tragedia, e ciò che essenzialmente lo caratterizza è una follia dionisiaca che unisce chi vi partecipa, facendolo sentire parte della natura in un'unità esistenziale primordiale ancora lontana dalla razionalità dialettica che da lì a poco avrebbe separato filosoficamente il sensibile dall'ideale. Come scrivono i due autori, ricordando Nietzsche, la tragedia è sorta dal coro tragico che originariamente era soltanto coro, era Aiṓn, il regno del fanciullo che gioca in un tempo che non conosce la distinzione fra passato e futuro abbandonandosi al carpe diem. Qui è il corpo, come sede di una conoscenza emozionale, a prevalere sulla parola. Qui è il collettivo a prevalere sull'individuo in un'ebbrezza ludica.
Non vogliamo dire di più. Vorremmo spingere chi legge questa recensione ad approfondire il testo di Tafuri e Baronio che è interessante indipendentemente da una visione successiva dello spettacolo. Uno spettacolo che omette la parola, quasi del tutto, a discapito di un riferimento teorico importante e necessario. La regia ha spunti davvero interessanti, soprattutto all'inizio di quello che abbiamo visto. Il buio prolungato è fascinoso, è una scelta azzeccata che ci ricorda, cinematograficamente, l'incipit di Fahrenheit 9/11 di Michael Moore. I suoni accentuano la violenza delle sequenze fisiche e delle urla, richiamando una primordialità vicina a quella del film "Odissea nello spazio". Forse, in alcuni punti, le scelte andrebbero un po' accorciate temporalmente. Gli attori completano con la loro energia una performance precisa e attenta. Poi, sul finire, c'è la parola che allude a una drammaturgia. Siamo all'inizio della tragedia. Ma è un'altra storia e forse un altro spettacolo che verrà. Intanto, il pubblico applaude a più riprese.

Andrea Pietrantoni

Ultima modifica il Giovedì, 11 Maggio 2017 21:19

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