martedì, 21 agosto, 2018
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MEDEA - regia Luca Ronconi

Franco Branciaroli in "Medea" regia Luca Ronconi Franco Branciaroli in "Medea" regia Luca Ronconi

di Euripide
regia Luca Ronconi 

ripresa da Daniele Salvo
traduzione Umberto Albini
con Franco Branciaroli, Alfonso Veneroso, Antonio Zanoletti, Tommaso Cardarelli, 
Livio Remuzzi  
Elena Polic Greco, Elisabetta Scarano
, Serena Mattace Raso, Arianna di Stefano, Francesca Mària  

Odette Piscitelli, Alessandra Salamida, Raffaele Bisegna, Matteo Bisegna

scene Francesco Calcagnini
riprese da Antonella Conte

costumi Jaques Reynaud ripresi da Gianluca Sbicca
luci Sergio Rossi riprese da Cesare Agoni
Produzione  CTB Centro Teatrale Bresciano, Teatro de Gli Incamminati, Piccolo Teatro di Milano – Teatro d'Europa

Roma, Teatro Quirino dal 24 ottobre al 5 novembre 2017
Livorno, Teatro Goldoni - Dal 11 gennaio al 12 gennaio 2018

www.Sipario.it, 13 gennaio 2018
www.Sipario.it, 8 novembre 2017

Una Medea senza Medea

Quello che è andato in scena al Teatro Goldoni di Livorno è il frutto della penna di Luca Ronconi, maestro scomparso ormai da qualche anno. La potenza dell'opera euripidea riecheggia tutt'oggi nei suoi crudi, se non crudeli, significati, con la forza che ebbe allora nel 431 a.c.
Non mi soffermerò quindi sulla trama che viene presa a piene mani dall'autore moderno i cui meriti per i significati e i messaggi sono tutti da ricollegare al collega greco.
La scenografia pur semplice e improntata a una modernità sintetica cattura facilmente lo spettatore e lo fa piombare velocemente nel secolo scorso. In quello che sembra una specie di cinema se non in certe occasioni un rione popolare.
Una scala di ferro sulla destra è il passaggio utilizzato dai potenti della tragedia, vi sono delle sedie di legno usate con molta maestria che cambiando pozione trasformano velocemente gli spazi e la percezione che di essi può avere lo spettatore, seppure c'è da evidenziare come alcuni cambi di scena siano fastidiosi e, talvolta meccanici, rallentino il ritmo dell'opera.
Le scelte delle videoproiezioni su schermi, che sembrano richiamare appunto una sorta di cinema rionale, così come le sedie, non trasmettano a primo impatto un chiaro messaggio basti pensare tra questi un'operazione chirurgica o successivamente la rappresentazione di alcuni migranti, che ben si collegano ai significati che quest'opera vuole offrire, ma che esteticamente hanno poco da offrire e sembrano scelti per un qualche semplice gusto dell'orrido o per arruffianarsi maldestramente il pubblico.
Ciò che forse è venuto però meno è proprio l'attore di punta: Franco Branciaroli, il/la protagonista Medea. Non è una scelta particolarmente sconvolgente quella di vedere un attore maschile vestire i panni di una donna, tutt'al più si può ritenere desueta, ma quello che lascia impietriti è un'interpretazione che sembra emanare una pesante finzione, arrivando a modulazioni della voce spesso parossistiche, al limite del trash. Infatti lo spettatore può confondersi e non capire se si tratta appunto di una parodia dell'opera euripidea o semplicemente della protagonista, delle sue ragioni o del suo esser straniera in terra greca.
La sensazione di parodia che si ha di questa performance raggiunge lo zenit quando durante l'ascesa della figlia del Sole al cielo per sfuggire alla furia selvaggia del fedifrago Giasone che reclama Giustizia, appare una vasca dipinta di sangue in cui sono deposti i corpi inanimati dei figli che viene sollevata da un marchingegno con tanto di cigolio annesso.
L'opera nel complesso è ben fatta, i personaggi rendono ciò che il tragediografo greco voleva probabilmente trasmettere, la scenografia seppur semplice è di buon impatto visivo, ottimo il lavoro di coordinazione motoria e vocale delle attrici che compongono il Coro delle donne corinzie, tutti i personaggi reggono bene il proprio ruolo, anche Giasone, che ricorda Fonzie di Happy Days o Danny Zuko di Greese, ma l'attore che indebolisce l'opera rimane Branciaroli, che pur riscattandosi in certi momenti quando lascia andare la sua Medea all'ira e allora davvero lo spettatore capisce che chi ha di fronte è la Furia fatta donna/uomo, nel complesso esprime un personaggio al limite del parodistico, in un'opera i cui significati forse andrebbero resi con più serietà.
Quelle scelte che sembravano coraggiose nel 1996 anno in cui Luca Ronconi mette in scena la pièce teatrale per la prima volta, oggi sembrano più che altro quasi carnevalesche e mal si coniugano con una delle più grandi, se non la più grande, tragedia greca.

Matteo Taccola

Al Quirino di Roma si decide di ricordare Luca Ronconi. E lo si fa riproponendo Medea nell'impostazione del grande regista da poco scomparso.
Il dramma di Euripide, si legge nelle note di regia di Ronconi, è la trasposizione della diffidenza e del terrore per il diverso. Una minaccia, quindi, che incombe su tutti: su Giasone, compagno di Medea – da lui strappata alla sua terra e dalla quale ha avuto due figli; su Creonte, sovrano di Corinto; e sul pubblico. Ronconi decise di espungere dalla sua chiave di lettura tutte le interpretazioni che avrebbero visto nell'eroina di Euripide una donna dilaniata fra rancore e amore, istinto e ragione. Ha preferito evidenziare l'ambiguità del personaggio.
Ecco perché Medea viene interpretata da un uomo. Ella è l'ambiguo, il diverso, l'ignoto che si presenta a noi sotto aspetto femmineo. Le sue attraenti sembianze, allora, non sono che messinscene ordite per trarre in inganno. Medea intende arrecare aspre sofferenze a Giasone – uccidendone i figli con lui concepiti –; sua moglie, figlia di Creonte; e quest'ultimo. Per giungere allo scopo, muta espressione e atteggiamenti: lavora su di sé per non essere più aggressiva e divenire docile, accomodante: comprensiva, anche.
Da quando c'è Medea, a Corinto pare sia il caos a regnare. Perciò Ronconi immagina un palco ove al centro vi è di tutto, e messo in modo casuale: casse per imballaggio di materiali; file di poltrone in legno dismesse da un vetusto cinema; un letto in ferro su cui vi è un polveroso materasso arrotolato e consunto dal tempo. A far da controcanto a questo universo miserrimo, è il palazzo reale simboleggiato da una scala – anch'essa in legno – che si innalza verso il cielo e della quale non si vede la fine.
Il coro di donne che compatisce Medea e in parte approva il suo agire, è vestito con abiti poveri e di misera fattura. Creonte e i suoi uomini, e anche Giasone, ne indossano di eleganti e ben cuciti, scuri su di una camicia bianca. E Medea una veste meno discinta rispetto al coro di donne, ma di non bella forgia.
Come rendere l'atmosfera di artificio, di inganno, di oscure trame che si ordiscono senza alcuna pietà? Attraverso una recitazione simile ad un salmodiare continuo. Le battute sono come cantate, quasi dette in falsetto. Solo quando Medea svela la sua strategia, la voce le diviene grave, roca, cupa e sinistra.
Su schermi cinematografici, vengono proiettati filmati di ferri chirurgici che operano delle interiora; e scene di persone ritratte nella vita quotidiana, ed ignare della catastrofe che sta per abbattersi su di loro. Come a voler dire che il male cova in noi piuttosto che all'esterno e in chi ci è prossimo? Che noi stessi costituiamo la nostra più terrifica minaccia? Gli oscuri piani di Medea e quindi del diverso, siamo noi ad averli determinati e voluti?
Interrogativi che il testo di Euripide non scioglie. E che Ronconi ci propone, attraverso la ripresa della sua regia fatta da Daniele Salvo e con Medea impersonata da Franco Branciaroli.

Pierluigi Pietricola

Ultima modifica il Domenica, 14 Gennaio 2018 12:08

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