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MORTE DI CARNEVALE (LA) - regia Salvatore Ceruti

La morte di Carnevale La morte di Carnevale Regia Salvatore Ceruti

di Raffaele Viviani
regia: Salvatore Ceruti
con Dalia Frediani, Patrizio Rispo, Enzo Romano, Gino Cogliandro, Gino Curcione, Rosaria D'urso, Roberto Capasso, Massimiliano Colonna, Linda Landolfi, Andrea Soldano, Laura Mammone, Francesca Ciardiello, Antonio Gioiello, Natalia Cretella, Giuseppe Gavazzi
Milano, Teatro San Babila, dal 8 gennaio al 3 febbraio 2008
Napoli, Teatro Acacia, dal 26 al 30 marzo 2008

Il Mattino, 29 marzo 2008
Corriere della Sera, 15 gennaio 2008
«Carnevale» tra l'usura e la comicità

Probabilmente Salvatore Ceruti, responsabile dell'allestimento de «La morte di Carnevale» in scena all'Acacia, passerà alla storia come autore della scoperta più strabiliante del terzo millennio: apre le sue note di regia rivelandoci che «Viviani ha prepotente il senso del teatro». E forse è sempre lui che, in locandina e sui manifesti, ha sostituito il sottotitolo di Viviani, «commedia d'ambiente», con un «commedia comica» che ci regala un'altra e non meno sconvolgente rivelazione: esistono anche le commedie tragiche. Comunque, date queste premesse, è fin troppo facile immaginare che cosa ne consegue. Il testo originale risulta infarcito di battute e lazzi assolutamente inventati e che, per l'appunto, hanno l'unico scopo di far ridere: ci si muove, poniamo, fra il callo appioppato al rappresentante di pompe funebri e il vaso da notte che 'Ntunetta offre a don Andrea. Ma, così, vengono messi in ombra (se non completamente cancellati) tutti i temi, profondi e decisivi, sviluppati da Viviani, e che qui di seguito provo a riassumere. Il testo in questione è connotato da una circolarità che rimanda, insieme, al mito (giusto il soprannome di Carnevale attribuito all'usuraio Pasquale Capuozzi) e all'immobilità esistenziale e sociale: il disoccupato «cronico» Rafele - il nipote di Carnevale che cerca di stringere un patto carnale con la di lui serva-amante 'Ntunetta nella speranza di beneficiare in qualche modo dell'eredità - impreca alla propria «sfortuna» con le stesse parole all'inizio e alla fine della commedia. E si tratta di un circolo chiuso dal quale Viviani propone la via d'uscita di sempre: la dignità del lavoro. A Rafele che, una volta scoperta la semplice apparenza della morte di Carnevale, si lamenta perché la tanto agognata eredità è sfumata, 'Ntunetta risponde: «E allora che? Rafe', t'hê 'a mettere a fatica'». Ebbene, nell'allestimento di cui parliamo quest'ultima battuta - ripeto, decisiva - viene disinvoltamente tagliata. E non rimane, allora, che soffermarsi sul gioco degli attori. Prevale nettamente il versante maschile: accanto a Tommaso Bianco (Carnevale), che conferma la propria caratura d'interprete teatrale di lungo corso, Patrizio Rispo disegna di Rafele un ritratto apprezzabilmente sospeso tra indolenza, malafede e furberia; e assai godibile è anche il don Andrea di Oscarino Di Maio. Sul versante femminile, invece, Dalia Frediani, pur impegnandosi molto, non riesce a superare, nei panni di 'Ntunetta, i limiti del bozzetto naturalistico di maniera. È lo stereotipo della proverbiale «maesta», mentre, come s'è detto, doveva essere la voce della presa di coscienza.

Enrico Fiore

Diverte la Napoli di Viviani con attori bravi e generosi

La Napoli dei quartieri popolari degli anni Trenta, con tanta miseria e poca nobiltà, col suo carico di umanità sconfitta ma non rassegnata, con la povertà che domina ogni valore e ogni sentimento, con le sue beghe da cortile, col suo «ciuciulià» (spettegolare), è rappresentata in una divertente commedia di Raffaele Viviani «La morte di Carnevale» che ha i toni della farsa, il colore della commedia d' ambiente e certi tocchi aspri del verismo. Una compagnia di bravi attori, tra i quali Dalia Frediani, Patrizio Rispo, Tommaso Bianco, Oscarino Di Maio, Lello Pirone, Giuseppe Gavazzi, Rosaria D' Urso guidati dalla regia di Salvatore Ceruti fanno vivere con contagiosa spontaneità, in un susseguirsi di colpi di scena, situazioni burlesche e contrasti melodrammatici, la storia di Pasquale Capuozzi, detto Carnevale, un usuraio detestato da tutti, un vecchio gretto, avido e malato che si sente in punto di morte. Intorno a lui si danno da fare, nella speranza di un' eredità, Antonietta la sua serva nonché amante che gli ha dedicato trent' anni di vita e Rafele unico nipote. Ma la morte di Carnevale porterà solamente scompiglio in tutto il quartiere. E si finirà nel rassegnato «tiriamo a campare» di sempre. Macchiette, irriverenze, comicità e buffoneria sono gli ingredienti di questo saporito racconto napoletano e il pregio di questa commedia sta tutto nello straordinario senso del teatro di Raffaele Viviani e nella generosa e vitale interpretazione di tutti gli attori.

Magda Poli

Ultima modifica il Venerdì, 11 Ottobre 2013 09:46

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