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MATERIALI PER MEDEA - regia Mattia Sebastian

Mattia Sebastian e Benedetta Laurà in Materiali per Medea Mattia Sebastian e Benedetta Laurà in Materiali per Medea Regia Mattia Sebastian

Riva abbandonata
Paesaggio con Argonauti
di Heiner Müller
recitato in Italiano, Inglese, Tedesco, Russo, Greco
regia Mattia Sebastian
con Benedetta Laurá, Mattia Sebastian, Chiara Nanti, Arianna Tyer
percussioni Giuseppe Amato, lighting Mattia Sebastian, sound design Giuseppe Amato, Body painting Elena Tagliapietra
Produzione Sebastian Theatre Company
Artepensiero - eventi culturali
Milano, Teatro Out Off dal 6 al 10 novembre 2013

www.Sipario.it, 6 gennaio 2014

Un viaggio attraverso identità in decomposizione, tra i resti di un'umanità scorticata non può che iniziare accompagnato da chi del tormento del suo 'essere o non essere' ha fatto Storia e che ora si presenta con la certezza di non essere più. Amleto. E' lui che ci accompagna allo spazio di esposizione dei brandelli di passato, ci esorta a guardare quello specchio frantumato che si ricompone sotto i nostri occhi per restituirci l'immagine di ciò che alberga nella nostra memoria collettiva, quel mondo che ogni giorno ci sforziamo di scordare. Insieme. E a cui adesso non resta che assistere.
Il paesaggio è un cumulo di detriti, gli scarti a cui si è cercato di dare un nome scritto col gesso, una forma.. a lato un orinatoio, quell'utero di bambola di porcellana in cui non riversare più il seme ma solo lo spurgo del corpo. Sul fondo una donna recisa dalla sua terra madre, l'ennesimo essere senza nome, senza patria, intento a raschiare il fondo di risorse residue e nutrire chi da quel corpo ha avuto vita. I figli del sopruso, i non-voluti, gli inoculati nel ventre del NO. Speculare, un uomo, alle percussioni, scandisce il procedere dello svelamento, appare, suona, scompare.
Quando davanti a noi un angelo nero sembra attendere da un'eternità di poter parlare, di nuovo, poter rievocare scandendo col suono di una voce rotta dal tempo, l'orrore, la guerra..la morte. Far riaffiorare da un cumulo di rifiuti con cui cibiamo la nostra incoscienza con cui ottundiamo i nostri sensi con cui offuschiamo i nostri pensieri, l'emblema dell'uomo alla deriva: il soldato. Quel milite ignoto costretto a scavare nel passato, a scrostare i ricordi per ritrovare in un crescendo di ironia la sua sorte. Passando da comandante a anchorman, il soldato si abbandona gioiosamente alla leggera frenesia dei ruoli che ha rivestito in tutte le sue vite fino a che la danza con un'anonima prostituta che lo uccide a bastonate in stile slapstick segna il punto dell'happy ending. La donna ha un nome. La donna ha una storia. La donna è mito.
Lei conferisce all'uomo un'identità: Giasone, Giasone il conquistatore, Giasone il condottiero, Giasone il traditore. La rovina di Medea.
Seduta al centro del suo regno di assenti, Medea ricorda e vomita..riversa in una eiaculazione di parole il dolore dell'abbandono, dello sradicamento, il dolore del tradimento di colui che per conquistare quella pelle dorata capace di guarire le ferite non si è curato della lacerazione con cui marchiava a fuoco chi lo amava, la sua epidermide, la pelle viva di una donna innamorata rimasta da sola ad impastare il frutto di un amore effimero.
Allora Medea abiura all'essere madre per riconquistarsi, partorisce una vendetta oscena per cancellare i segni di una perdita insostenibile. Si libera. E dimentica.

"Giasone: Medea.
Medea: Balia. Chi è questo qui."

Il testo di Heiner Muller è un assembramento di flussi di coscienza, libere associazioni, rimandi a Euripide e Seneca, è un fluire di versi sciolti dislocati in tre parti: Paesaggio con Argonauti, Riva abbandonata, Materiali per Medea. Questa versione di 'Materiali per Medea' si fa forte di una messa in scena suggestiva, essenziale e onirica che ben si sposa con la potenza della parola. I 'materiali' che Medea utilizza per 'ricordare' e raccontare diventano spettacolari nell'uso e creano immagini memorabili: un velo da sposa, due piccole sedie, due omini di plastilina, l'orinatoio... ricreano mondi e salti temporali, diventano simboli chiari a cui aggrapparsi per districarsi nell'eruzione di parole che il regista Mattia Sebastian decide di restituire in una poligamia di lingue: italiano, tedesco, inglese e greco. La frammentarietà è necessaria: non serve tentare di capire per seguire, il suggerito è talmente potente che abbandonarvisi è inevitabile. Ed è il solo modo per farsi colpire ancora più a fondo, farsi segnare dall'interpretazione eccelsa dello stesso Mattia Sebastian e di Benedetta Laurà che ci restituisce una Medea poliedrica, fragile e potente, ironica e atroce. L'effetto di questa operazione è lo svisceramento di una gamma talmente vasta di umanità che è impossibile uscirne incolumi. E di questo siamo grati.

D.G.

Ultima modifica il Giovedì, 09 Gennaio 2014 12:01

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