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NIPOTE DI WITTGENSTEIN (IL) - regia Patrick Guinand

Il nipote di Wittgenstein Il nipote di Wittgenstein Regia Patrick Guinand

di Thomas Bernhard
traduzione: Renata Colorni
adattamento: Patrick Guinand
con Umberto Orsini, Elisabetta Piccolomini
regia: Patrick Guinand
Roma, Piccolo Eliseo Patroni Griffi, dal 26 aprile al 20 maggio 2007

Corriere della Sera, 3 maggio 2007
Il Messaggero, 29 aprile 2007
Il nipote di Wittgenstein, Orsini interprete ideale

Quando un testo torna in scena a distanza di tempo rivela tutta la sua ambivalente potenzialità. Qual è la sua forza? Ma anche: quale energia sprigiona da chi ne fruisce? Quindici anni dopo, de «Il nipote di Wittgenstein» che Patrik Guinand e Umberto Orsini hanno tratto dal romanzo di Thomas Bernhard del 1982, avevo un ricordo tanto preciso quanto incompiuto. Lo spettacolo, era lì, con una sua tutta peculiare classicità, o monumentalità. Ma ne ricordavo forse la meticolosità della regia? Ne ricordavo il gioco di luci, la presenza dei (pochi) oggetti, che Orsini si cambia d' abito due volte, che la sua compagna di ventura, tanto silenziosa quanto sollecita, aveva anch' essa un' anima? Allora era Valentina Sperlì, oggi è Elisabetta Piccolomini, una «servante au grand coeur», o un' amica del protagonista. Nel 1992 l' attenzione generale, per ragioni storiche, era concentrata su Bernhard. Oggi, fermo restando che siamo in presenza di uno dei suoi grandi racconti, la storia della sua amicizia con il nipote del filosofo, un uomo come lui malato e ricoverato nello stesso ospedale (ma Bernhard era nel reparto di pneumologia e Paul Wittgenstein nel reparto di psichiatria), fermo restando che il racconto è quello che è, la struggente storia di un' amicizia tra due solitari, oggi la nostra attenzione è tutta per l' interprete. Anche nel 1992 Umberto Orsini si rivelò, per Bernhard, un interprete ideale. Ma nel 2007 c' è qualcosa in più. Orsini era per me reduce da una serie di prove di discutibile efficacia: la bizzara partecipazione ad uno spettacolo di Pippo Delbono, la prova sopra le righe ne «Il padre» di Strindberg/Castri, quella tutta di mestiere nella «Ballata del carcere di Reading» di Wilde. È significativo che per festeggiare i suoi cinquant' anni di felice connubio con l' Eliseo, egli abbia scelto Bernhard. Vi si rivela non solo, per questo scrittore, un interprete ideale; ma un grande, severo attore della scena italiana. L' ho seguito, nella sua performance, passo passo. Egli parte ad una velocità incredibile, come se volesse sbarazzarsi del testo e quindi dello spettatore. Poi rallenta. Senza un percepibile mutamento di passo, egli cambia misura e quindi tono. Da drammatico si fa narrativo, si distende nel puro racconto, ovvero nella pura rievocazione dolorosa, l' amico non c' è più, vi era stata tra i due un' intesa, qualcosa aveva interrotto le due solitudini. Quando è sarcastico, Orsini imprime la voce su una sillaba, la prima o la seconda della parola cruciale di una frase. Quando è emozionato, o addirittura commosso, si concede una lunga pausa. A volte liricizza. A volte è scattante. A volte nervoso. I suoi bruschi passaggi quasi sempre introducono ad una cupezza. Un attimo prima di finire, si ferma. Ricongiungendosi, idealmente, con l' altra presenza (la Piccolomini), precipita nella malinconia, cresce nell' intensità.

Franco Cordelli

BERNHARD, LA RABBIA CHE SA DI POESIA

Con Il Nipote di Wittgenstein, di Thomas Bernhard, Umberto Orsini aveva scatenato il plauso della critica quindici anni fa. Era il febbraio del 1992. L’attore recitava al Piccolo Eliseo (dove ha debuttato l’altra sera per rimanere in scena fino al 2° maggio). Anche il regista era lo stesso, Patrick Guinand; Valentina Sperlì sosteneva il ruolo muto che oggi è di Elisabetta Piccolomini. Quelli che non videro lo spettacolo allora (ad esempio chi scrive), trovano nei resoconti del tempo inni senza riserve dell’artista novarese, capace di scegliere un impervio cimento contemporaneo e di interpretarlo con rigore ed efficacia, senza mai indulgere al compiacimento e alla compiacenza. E nulla è cambiato in occasione della “ripresa”, da Orsini organizzata per festeggiare il mezzo secolo di carriera.
Il “copione” viene dal romanzo più autoreferenziale e astioso di Bernhard, scrittore nato in Olanda ma integralmente e profondamente tirolese, che qui racconta, attraverso la cronaca di un particolare rapporto di amicizia con un personaggio a metà reale e a metà immaginario, Paul Wittgenstein, nipote del filosofo Ludwig Wittgenstein, la propria avversione per la comunità umana in genere e per la società austriaca in particolare. Nel Nipote, scritto nel 1982, c’è in realtà il complesso grumo di solitudine, dolore e vocazione paradossal-polemica in cui lo scrittore chiude tutto sé stesso per poi esplodere in una scottante materia letteraria. Dalla quale risulta senz’altro segnato il secondo Novecento europep.
Che dire di Orsini sulla scena? Vigoroso, segnato in volto (ma dalla capacità maschile di trarre bellezza dai reticoli del tempo), duro e tenerissimo, sprezzante, odioso, razionale poeta dell’invetiva come il testo esige. Offre agli spettatori la classica esibizione di bravura, bravura ottenuta con la pratica diuturna del palscoscenico unita a scelte quasi mai facili o comuni. Fra queste mettiamo il cimento con registi ai quali è impossibile chiedere complicità; il confronto con certi autori intoccabili perché troppo rappresentati (ad esempio Pirandello); la metodica ricerca del non ovvio, del non risaputo, del “sorprendente”. Renata Colorni firma la traduzione del testo. L’adattamento è del regista, Guinand, che ha regolato la performance, dove la parola costruisce la scena e non viceversa, con la debita, trasparente sobrietà.

Rita Sala

Ultima modifica il Domenica, 06 Ottobre 2013 08:50

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