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PROFUMO DI DONNA - regia Massimo Venturiello

"Profumo di donna", diretto e interpretato da Massimo Venturiello "Profumo di donna", diretto e interpretato da Massimo Venturiello

Dal romanzo "Il buio e il miele" di Giovanni Arpino
e dall'omonimo film di Dino Risi
Diretto e interpretato da Massimo Venturiello
Adattamento teatrale di Pino Tierno
Con Irma Ciaramella, Camillo Grassi, Andrea Monno,
Claudia Portale, Sara Scotto di Luzio, Franco Silvestri
La voce dei brani cantati è di Tosca

Scene Alessandro Chiti
Costumi Sabrina Chiocchio
Musiche Germano Mazzocchetti
Light design Umile Vainieri
Produzione: Società per Attori
Roma, Teatro La Cometa, dal 14 al 28 marzo 2018
(tournée estiva, seconda stagione di repliche)

www.Sipario.it, 26 marzo 2018

Il buio e l'amaro miele

Tralasciando (volutamente) il remake hollywoodiano del 1992, molto caotico ed alquanto retorico, istrionizzato alla perfezione da un Al Pacino 'concentrato di se stesso' (da antologia il suo scorrazzare su un bolide, da non vedente, in furibonda sfida con la "bella morte"), la locuzione (purtroppo e maschilmente abusata di) "Profumo di donna" resta – nella memoria collettiva- strettamente connessa al noto film del 1974, affabilmente diretto da Dino Risi e ampiamente solennizzato dalla caparbia ma ben scalfita interpretazione di Vittorio Gassman.
Appena annotando che, all'origine della stesura cinematografica, già esisteva un dimenticato ma intenso romanzo di Giovanni Arpino ("Il buio e il miele" del 1969) al quale, per stima e competenza, vada il sintetico giudizio che Lorenzo Mondo scandì in una recensione dello stesso anno pubblicata da "La Stampa": "Il libro ('del più hemingwayano dei nostri autori, il più americano e il più russo allo stesso tempo' -n.d.r.), nonostante il finale improntato all'ottimismo, è attraversato da un tono desolato, che lascia un senso di profonda amarezza - e di turbamento - nel lettore. Essendo, il protagonista, assimilabile ad uno degli emblemi di retroguardia della solitudine moderna". Peculiarità non secondarie che riemergono sapidamente e senza preamboli nella scabra, ben scandita edizione teatrale di cui Massimo Venturiello si rende promotore, regista e protagonista- su un adattamento scenico adeguatamente enucleato da Pino Tierno. Sostanzialmente autonomo, non dipendente dal 'ricalco' su palcoscenico di quanto le sequenze del film (più volte riproposto in televisione) potrebbero invogliare.
Sintetica, aneddotica ma di 'buon respiro' umanitario resta l'umana avventura di questo caparbio, disperatissimo capitano dell'esercito, divenuto cieco per cause di servizio, e in perpetua lacerazione fra le sirene di un vitalismo "acido e vendicativo" (rispetto alla più atroce delle minorazioni) e il richiamo d'una "cupio dissolvi" da consumare con lentezza tramite il militaresco debole per le belle donne (a lui ormai invisibili, ma olfattivamente 'selezionabili') .
Una sorta di usa-e-getta "oggettivizzante l'animale femminile ad orpello ricreativo"che – ampiamente prevedibile- sollevò ineccepibili proteste da parte di alcuni gruppi femministi, per i quali fu giusta causa boicottare il film con alterne vicende di accuse, dissidio, tardivo rammarico e risonanza pubblicitaria per l'esito di botteghino.
Calmierato nei parossismi ed escandescenze dall'accorta interpretazione di Massimo Venturiello, che potrebbe altrimenti 'agevolarsi' di una discreta somiglianza fisica con Gassman, il personaggio di Fausto Consolo, in viaggio da Torino a Napoli, ove è fissata (con un ex commilitone e compagno di sventura) la tappa conclusiva del meditato fine- vita, procede per soste e "tranche de vie" a fianco dell'attendente Ciccio, cui è assegnato il ruolo di frastornato tutore e bistrattato ragazzotto cui "insegnare" in pochi giorni "gusto e fugacità di un'esistenza priva di senso" ma da afferrare con lo stesso strazio che Pirandello assegnava al suo "Uomo dal fiore in bocca". Allorchè eros e thanatos, facce ingannevoli e simmetriche d'una stessa medaglia, dovrebbero trovare fugacissima requie "nell'abisso del più grande abisso" con cui anche Arpino intendeva il ventre fecondante ed accogliente della 'donna in amore'.
Pur consegnandosi ad un improbabile 'lieto fine' (essendo Fausto amato segretamente da una più giovane fanciulla che troverà la forza, la tenerezza di sottrarlo al suicidio) "Profumo di donna" si dispiega in un'edizione teatrale accattivante ed equilibrata fra distribuzione dei ruoli e veloce fluire della vicenda su moduli di lignea scena scomponibili e polivalenti. Poi rinsaldata in una sorta di nero umorismo esente da trivialità e arreso alle 'male ombre' di un disgusto di vivere, di una sottile cognizione del dolore che travalicano la menomazione fisica per farsi postulato di una 'maschera virile' annegante fra sarcasmo, cinismo, patetiche esibizioni' di una superiorità 'graduata' e priva di costrutto.
Spettacolo 'da esportazione' nell'accezione migliore del termine, divulgativo ed "educativo" (al piacere del teatro) specie per le auspicabili platee estive, "Profumo di donna" di Venturiello e compagni si segnala infine per l'appropriata, pertinente, ben calibrata affluenza di ottimi comprimari.

Angelo Pizzuto

Ultima modifica il Martedì, 27 Marzo 2018 06:14

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