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TIGERMAN - regia Alessandro Veronese

"Tigerman", drammaturgia e regia Alessandro Veronese "Tigerman", drammaturgia e regia Alessandro Veronese

Episodio 1_ FINE DI UN KILLER
Episodio 2_ SETTE PUTTANE
Drammaturgia e regia Alessandro Veronese
con Cinzia Brugnola, Francesca Cassottana, Federica Di Cesare, Federica Gelosa, Elisa Giorgio, Federica Iacobelli, Alessandro Veronese
aiuto regia Francesca Gaiazzi
riprese video Ivan Filannino
Progetto grafico Rotondo design
Milano, Teatro Libero dal 4 al 8 luglio 2018

www.Sipario.it, 8 luglio 2018

Stare dalla parte del manico di un coltello significa trovarsi dalla parte giusta di un dialogo socratico, questa massima Tigerman, alias Alessandro Veronese, la conosce bene. La punta idealmente in faccia allo spettatore, dichiarando e rivendicando la paternità del testo scenico. A metà strada tra Kantor e Bukowski, si aggira come un narratore attirato da una fatale forza di gravità sadiana, in cerca della prossima Justine. Le sue Roxanne accendono la red light e si mettono in mostra per raccontare la loro storia, pornografia del dolore inevitabilmente intrecciata ad involontari conati di sindrome di Stoccolma. L'assassino crede in ogni dea e soprattutto nella sua carne, la chiama al martirio, al paradosso di una morte che diventa douce mort, descrizione immediata di un orgasmo. Si accende ogni donna di fronte allo spectatore, e ringhia la sua verità dello spirito, e ciascun monologo femminile sembra avere una sveviana necessità igienica, il bisogno di espellere, per via teatrale, un grumo nero che avvelena il cuore. Nella scena i toni del killer si raffreddano, i suoi fonemi sono ritrosi, quasi pudichi, stanno dietro la maschera e mostrano la nudità più terribile e oscena, quella della sua anima. E' un animale ferito Tigerman, è la tigre esasperata cromaticamente da Ligabue, ha una forza devastante "ch'entro gli rugge", e nel tentativo di contenerla si fa sbranare dal di dentro. Le sei donne interpretano con l'esattezza di un meccanismo da arancia meccanica lo psicodramma moreniano del protagonista, sono ferite slabbrate del suo inconscio che sanguinano vocalità lacerata, dalla struggente morte per acqua dell'incarnazione femminile di Fleba il fenicio, alla donna che si autoinfligge ferite, e nel fuori-fuoco impastato della sua coscienza si immola come un'icona baconiana. Un'altra si acceca, ma le visioni dal di dentro non si arrestano. Quando la madre balla sulle note de "Sul bel Danubio blu", Edipo può regolare i conti con Giocasta, ed ucciderla per interposta persona, seviziando le sue vittime. In scena vive dunque una camera di tortura psichica, in cui le schegge della personalità frantumata di Tigerman vivono la loro agonia, la paura si sdoppia per potersi dare un nome e guardare allo specchio, illuminata da un faro, su un podio fatiscente, vive il suo quarto d'ora di warholiana celebrità, in articulo mortis. Le attrici, insieme all'attore, offrono un'ottima interpretazione, e ben si amalgamano in questo concerto di dolore, diventando la bocca ruggente della tigre. Sarà la più giovane a farsi più fredda della morte, e diventare il tagliente rasoio di Occam delle paure del protagonista, il fanciullino pascoliano nasconde forse le mani insanguinate dietro la schiena. L'attore guarda dal di dentro la sua creatura e sembra gridare al pubblico lo stesso grido del morente Flaubert: "Cette pute de Bovary va vivre et moi je vais mourir comme un chien!". E queste Bovary guarderanno compiaciute l'ultimo rantolo di Tigerman, prima dell'applauso del pubblico.

Danilo Caravà

Ultima modifica il Martedì, 10 Luglio 2018 14:50

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