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TRACHINIE (LE) - regia Walter Pagliaro

Le Trachinie Le Trachinie Regia Walter Pagliaro

di Sofocle
traduzione: Salvatore Nicosia
regia: Walter Pagliaro
scene e costumi: Giovanni Carluccio
coreografie: Silvana Lo Giudice
con Micaela Esdra, Paolo Graziosi
Siracusa, Teatro Greco, giugno 2007

Avvenire, 12 maggio 2007
La Reppublica, 21 maggio 2007
«Trachinie» diretta da Pagliaro ha aperto il ciclo di spettacoli classici nel suggestivo Teatro Greco di Siracusa

Sofocle riletto come un dramma borghese

Da Siracusa

Con Trachinie di Sofocle per la regia di Walter Pagliaro si è aperto al Teatro Greco di Siracusa - luogo sempre carico di fascino e soprattutto quando all'ora del tramonto si accende il mistero della poesia - il XLIII (43mo) ciclo di spettacoli classici: il solo in Italia che miri ogni anno a restituirci i tesori dell'antica scena per le cure amorose dell'Istituto Nazionale del Dramma Antico. Una tragedia tra le meno frequentate, da molti vista come «the weakest of extant plays» cioè un'opera assai debole nella sua struttura e però che merita attenzione. Anche per essere uno dei più interessanti lavori in cui, con delicatezza, viene trattato il tema della famiglia e della condizione femminile nell'antichità. A balzar via con prepotente rilievo Deianira, l'appassionata sposa di Eracle e però consapevole d'essere rimasta priva del bene dell'amore.
Un personaggio Deianira che gli altri poeti greci avevano trascurato del quale invece l'arte di Sofocle dà un'immagine nuova e vigorosa. Un personaggio patetico nelle sue dolorose virtù e nelle sventure. Una figura di donna all'apparenza docile come forse altre non ne esistono nella tragedia greca ma in cui s'annida un lato torbido, oscuro. In lei una specie di viscida tenebra che l'avvolge dal momento in cui si è incontrata con il centauro Nesso (poi ucciso da Eracle) e nel cui sangue ha intriso la fatale tunica che donerà, per riconquistarlo sensualmente, al marito. Regalo che diverrà strumento di morte per entrambi.
Pagliaro, che dissemina il racconto di momenti non privi d'effetto (la pira finale), realizza uno spettacolo forse non proprio trascinante e però non mancante di eleganza formale. Uno spettacolo che cerca di rompere, di «violentare» ogni convenzione di limpidezza classica ed entrare, sfiorando il dramma borghese (un elemento ad arrivare dal vecchio letto ottocentesco troneggiante al centro della scena di Giovanni Carluccio) in un'ambiguità dell'inconscio (Freud in agguato) che strappa Deianira dal concetto di sposa in perenne pazienza e ne fa un ritratto complesso di moglie tradita che offrendo ad Eracle la fatale tunica compie un'oscena vendetta che parte da radici subliminali. E qui l'interpretazione di una valente, tesa e che però a tratti cede all'enfasi e alla maniera (troppa declamazione e troppe mani fra i capelli) Micaela Esdra riesce da sola a trasferire il mito in un mondo e in una coscienza ancora magmatica. Il meglio dello spettacolo, che nel finale con l'arrivo di Eracle morente (un Paolo Graziosi che si lamenta e si dimena quasi ridicolmente sul gran letto matrimoniale), sfocia in un inatteso grottesco, a risolversi proprio nel rapporto che intercorre tra la protagonista e i suoi intimi fantasmi che prendono, attraverso il coro (bravissimo, ma perché quelle mantiglie spagnoleggianti?) l'apparenza delle fangose e vischiose creature incombenti nei cattivi sogni.

Domenico Rigotti

Malattia e morte di Eracle
una tragedia quasi moderna

La tragedia più raccontata e meno amata di Sofocle, Trachinie, ha posto problemi al Teatro Greco di Siracusa fin dal 1933, e nella versione che vedemmo nel 1980 Cobelli rimediò avvalendosi d’una scena, d’una Moriconi e d’uno Schirinzi vulcanici e stregati. Il perno è Deianira in attesa da oltre un anno del consorte giramondo Eracle, moglie “ospitale” con una principessa schiava che (le riferiscono) è l’ultima fiamma dell’eroe, pronta a spedire a lui una tunica imbevuta d’un filtro d’amore d’un centauro che si rivela dono mortale per il semi-dio, e allora lei si suicida mentre Eracle è introdotto in casa ustionato e moribondo, e dopo inaudito sfogo obbliga il figlio a disporgli l’eutanasia su un rogo e a impalmare l’amata prigioniera. Walter Pagliaro, teatrante rigoroso, gioca la carta del caso clinico ancestrale, e in una scena di rocce (di Giovanni Carluccio) che ricorda gli storici scenografi Cambellotti e Appia, con al centro un letto d’altri tempi, usando un coro femminile di ragazze in nero (che paiono uscite da Verga e mormorano anche in un indistinto dialetto siciliano), plasma una Deianira alienta in “desert boots” cui Micaela Esdra dà vitrea fissità, interlocutrice di portavoci barboni (Massimo Reale) o lacché esotici (Luca Lazzareschi). All’Eracle imputridito Paolo Graziosi infonde una gran rabbia terminale da malato da Hiv. Due secoli e mezzo fa divampano passioni, suicidi e piaghe, lo spazio emette suoni oscuri (musiche di Arturo Annecchino), e gli dèi stanno a guardare, come dice il suo erede.

Rodolfo Di Giammarco

Ultima modifica il Lunedì, 23 Settembre 2013 05:04

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