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TITANIC - regia Alberto Astorri e Paolo Tintinelli

Titanic Titanic Regia Alberto Astorri e Paolo Tintinelli

una fiaba del vecchio millennio
di e con Alberto Astorri e Paolo Tintinelli
produzione Compagnia AstorriTintinelli
Teatro Sant'Andrea di Pisa, giovedì 13 dicembre 2012

www.Sipario.it, 14 dicembre 2012

Non è una novità questo Titanic di Alberto Astorri e Paola Tintinelli, già transitato su alcuni palcoscenici (non molti, a dire il vero) e vincitore del concorso in-Box 2011, rete di sostegno per la circuitazione del teatro contemporaneo. Tuttavia, nell'arrivare alla forma presentata al Teatro Sant'Andrea di Pisa, dopo lavoro e repliche, lo spettacolo sembra essersi concentrato, aver fissato la sua essenzialità: ancora basata su una molteplicità di riferimenti espliciti, ma più intima e felicemente personale. In una scena bellissima e sovraccarica, costruita per assomigliare a una nave (alberi, cordame, timone, vele, lanterne, parti di scafo, infine un oblò da cui osservare la platea, o esserne osservati, come in un acquario), si compie il viaggio per mare di un capitano (Astorri, in tenuta da gondoliere) e di un mozzo (Tintinelli, en travesti, abiti e baffetti alla Charlot), intrapreso per sfuggire ai patimenti della terraferma, dove tutto è a perdere con l'avvicinarsi della morte. C'è molta ironia (o umorismo nero) in questa fuga insensata e concitata, così come nelle strane creature ripescate dallo striminzito equipaggio: maschere deformi, fantocci rattoppati e incerottati, le cui disgrazie anticipano quella del più noto transatlantico e per metafora quella dell'umanità intera. In effetti già Enzensberger nel suo poema sulla fine del Titanic (scritto nel 1978) intese associare la fine ingloriosa del colosso marino all'estinguersi di un'epoca; come se, squarciandosi il risultato migliore della tecnica prodotto dall'Uomo, si fosse frantumata anche l'idea stessa di progresso. Ma se ad affondare il Titanic fu l'impatto con un iceberg sospinto dalle correnti, qual è la causa del "nostro" affondamento? Il duo di attori e autori non lo spiega, limitandosi ad accostare segnali di una catastrofe annunciata, sotto forma di veloci entrate e uscite a mo' di sketch. Si potrebbe dire che la frammentarietà delle scene, in un'elaborazione drammaturgica evanescente, indebolisca lo spessore dello spettacolo; ma si tratta di una fragilità non priva di fascino, come il suono di corde appena pizzicate. Sensazione acuita forse da una recitazione trasognata o clownesca, che preferisce i vuoti ai pieni, facendo galleggiare gag e movenze da cinema muto, giochi di parole da avanspettacolo (c'è anche Petrolini e il suo Gastone) e lampi poetici: gli aforismi di Kafka («Da un certo punto in poi non c'è più ritorno. È questo il punto da raggiungere»), il Rimbaud di Una stagione all'inferno, emblema di una disfatta («Io mi credo all'inferno, quindi ci sono»), e quello di Sensazione, esaltato dalla traduzione di Ceronetti («Lontano andrò, ben lontano, zingaro errante, natura. Sarò felice, come se fosse con me una donna»). E insieme a questi versi preziosi, trovano posto inserti musicali diffusi da giradischi gracchianti e tracce audio che alludono a una memoria condivisa del Novecento (i documentari di Walter Bonatti, la diretta dell'allunaggio).

Carlo Titomanlio

Ultima modifica il Domenica, 22 Settembre 2013 18:47

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