venerdì, 23 agosto, 2019
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TRUMAN CAPOTE, QUESTA COSA CHIAMATA AMORE - regia Emanuele Gamba

"Truman Capote, questa cosa chiamata amore", regia Emanuele Gamba. Foto Neri Oddo "Truman Capote, questa cosa chiamata amore", regia Emanuele Gamba. Foto Neri Oddo

di Massimo Sgorbani
con Gianluca Ferrato
scene Massimo Troncanetti
costumi Fondazione Cerratelli e Laboratorio di scene e costumi del Teatro della Pergola
assistente alle scene Francesca Rossetti
tema musicale di Truman Maurizio Fabrizio
suoni Giorgio De Santis
assistente alla regia Jonathan Freschi
impianti e regia Emanuele Gamba
foto di scena Neri Oddo
produzione Fondazione Teatro della Toscana

Firenze, Teatro Niccolini, dal 12 al 21 febbraio 2016

www.Sipario.it, 17 febbraio 2016

FIRENZE - Essere un genio, un personaggio sopra le righe, è una fatica esistenziale non comune, che porta con sé numerose difficoltà se il personaggio in questione è un omosessuale nell'America fra gli anni Quaranta e Sessanta. Indagandone la personalità di uomo e di artista, l'infanzia difficile e il tormentato rapporto con lo star system, Massimo Sgorbani omaggia Truman Capote (1924-1984) con un testo crudele e poetico insieme, dal profondo contenuto sociale, che colpisce al cuore lo spettatore, portandolo nel "dietro le quinte" di una società che appariva perfetta, così come vorrebbe apparire perfetta quella dei nostri giorni.
Su un palcoscenico che per i primi minuti il gioco di luci fa percepire come fosse in bianco e nero (un omaggio agli anni Quaranta), in un ambiente dallo struggente minimalismo art-deco, si staglia Gianluca Ferrato/Truman Capote, intento in un'accesa conversazione (all'apparenza con sé stesso), ricordando un suo vecchio amante, una relazione finita male, che costò a Truman persino dei soldi. Sin dalle prime battute, si conosce le difficoltà relazionali che lo scrittore ebbe in vita, sia per il carattere introverso e sognatore, sia per la difficoltà nel trovare accettazione delle sue preferenze sessuali.
Ferrato regala al pubblico un'interpretazione intensa, capace di riportare sul palcoscenico se non tutta, almeno buona parte dell'anima dello scrittore, quel modo attento, a volte anche cinico, di considerare l'esistenza, non scevro però di tenerezza e poesia. La recitazione di Ferrato è ossessionate e ossessiva, intercalata a momenti di distacco, diremmo quasi di crudeltà, nei quali emerge il personaggio Capote anziché l'uomo, consapevole di essere obbligato a recitare una parte per essere ammesso in quella società che, da buon edonista, non disprezzava, almeno in linea di principio. Dentro di sé, invece, portava il peso di non poter essere pienamente sé stesso, di dover godere di quei piaceri, se non recitando una parte.
Alla misteriosa persona cui continua a rivolgersi, Capote rivela episodi della sua infanzia, la distanza che lo separa dal padre (definito semplicemente "il marito di mia madre"), il rapporto tormentato con la madre, che poco si occupava di lui, e che non accettò mai la sua omosessualità, ma per la quale Capote provò comunque affetto filiale.
Essendo questo non un mero spettacolo biografico, ma di carattere civile, la vicenda di Capote è occasione per sviscerare i tabù sessuali che hanno segnata la società degli anni Sessanta (e un certo pudore ipocrita non è comunque ancora del tutto scomparso), e fra l'ironico e l'amaro Ferrato si profonde in una sorta di "lezione scatologica" sull'onanismo e il sesso orale, con toni decisamente provocatori, ma senza mai scadere in un'inutile volgarità: lo spettacolo è impostato sulla personalità di Capote, ed è, anche in questi passaggi, una metafora della sua personalità, della sua opera letteraria, quasi sempre sopra le righe, nel tentativo di forzare le sbarre dell'ipocrisia. Nel suo intimo, un po' come Giacomo Leopardi, soffriva per le costrizioni che affliggevano la società americana dell'epoca, provava ribrezzo per i compromessi del potere politico, la sporcizia di una società che, ad esempio, stigmatizzava l'omosessualità, per poi assumere comportamenti decisamente più abietti. Simbolo di questa America, i fratelli Kennedy, invischiati in oscuri rapporti con la mafia, coinvolti in scandali sessuali di tutti i generi, e infine morti assassinati in circostanze mai del tutto chiarite. Le loro vicende sono il pretesto per mettere a nudo una società marcia, all'apparenza esteticamente perfetta, in realtà brulicante di vermi; a voler suggerire questa doppiezza, in scena appaiono le fotografie dei corpi dei Kennedy stesi sul tavolo dell'obitorio. Non c'è irriverenza o volgarità, in questa scelta registica, ma soltanto la volontà di documentare la verità morale di due personaggi che simboleggiano un'epoca.
E ancora, rivolto alla misteriosa amica (che con il passare del tempo s'intuisce essere una donna), Capote racconta la genesi di A sangue freddo, il romanzo che ha segnato la sua carriera letteraria, ispirato al massacro della famiglia Clutter, avvenuto in Kansas nel 1959, ad opera di Perry Smith e Richard Hickock. Soffermandosi sulla personalità di Smith, Capote ne racconta il lato umano, lasciando intendere fra le pagine del romanzo, che se accadono certe cose, qualcosa nella società non funziona. Aveva visto giusto, perché un altro massacro, quello organizzato da Charles Manson e la sua "famiglia", farà sorgere ulteriori dubbi sugli eccessi di uno star system che lancia messaggi facilmente fraintendibili, volti a eccitare personalità disturbate, inneggiando più o meno velatamente alla violenza. L'assassinio di John Lennon è forse un caso a parte, con Chapman che si sentiva "oppresso" dalla grandezza del suo idolo. Capote intende suggerire che, se partorisce i vari Perry, Manson e Chapman, qualche problema la società deve averlo per forza; c'è troppa solitudine in giro, troppa emarginazione, generate da modelli irraggiungibili che non sono alla portata di tutti. E allora, meglio sarebbe rispettare il modo di essere di ognuno, lasciare che trovi il suo posto nella società, permettergli di esprimersi, di incanalare la sua energia. Mentre invece, si stigmatizza l'omosessualità, come se fosse questa a danneggiare la società.
Non manca il lato bohémien di Capote, esemplificato nel racconto della festa da lui organizzata il 28 novembre del 1966 all'Hotel Plaza di New York, la "Festa in Bianco e Nero", segnata da eccessi di ogni genere, e culmine dell'edonismo della Vecchia America, quella di Faulkner e di Fitzgerald, affogata nell'alcool e nella dipendenza dall'eroina.
Ferrato/Capote racconta ogni particolare di questi veti anni, dal decennio Quaranta al decennio Sessanta, senza tacere niente: omicidi, suicidi (compreso quello della madre), triangoli e divorzi a Hollywood, i Kennedy e la loro politica aggressiva in Vietnam. Lo fa ora con ironia, ora con amarezza, sempre però con un fondo di pietà verso questa "infelice razza umana".
Ma a chi si rivolge Ferrato/Capote, a Marilyn Monroe, l'unica persona che ha sentita vicina, una sorta di suo alter ego al femminile, anche lei segnata da un'infanzia difficile, anche lei costretta a recitare un personaggio, senza mai riuscire a trovare un'anima gemella in cui specchiarsi, e che le regalasse l'amore così ardentemente desiderato. Anche lei è morta in circostanze forse violente, ma non per sua colpa (come lo è stato per i Kennedy, provoca Capote): è morta per la sua fragilità, per la sua troppa bontà nel sottomettersi alle richieste di un sistema che l'ha soltanto usata. A questa logica Capote si è ribellato, usando anch'egli un'arma, anche se fatta di pagine: il romanzo Preghiere esaudite, uscito postumo nell'87, nel quale rivela gli "scheletri nell'armadio" di tanti personaggi famosi, molti dei quali romperanno con lui definitivamente.
Ma perché questo lungo colloquio con Marylin? Perché Capote è appena morto, ed è lei che lo accoglie nell'Aldilà, con un coup de théâtre finale che dona allo spettacolo un tocco di straordinaria poesia, lasciando intendere come sinora sia rimasto sospeso in un indefinito limbo dell'anima, dove poter mettere ordine nei propri pensieri, prima di riavvicinarsi a colei che, in fondo, a suo modo, ha amato. Un ultimo ballo li vede di nuovo insieme, con sullo sfondo una loro fotografia a New York, negli anni Cinquanta. Puri? Forse no, ma comunque coerenti con sé stessi. Più di tanti inquilini della casa Bianca.
Uno spettacolo poetico, crudele, intellettuale, a tratti molto più "materiale", sensuale ed erotico, ma anche violento; un ritratto intelligente e spietato di una società ipocrita, ritratta con il piglio di Tennessee Williams, però con una maggior dose di ironia. Uno spettacolo che è occasione di riflessione sulla tolleranza dei costumi sessuali, poiché non sta qui la radice delle problematiche sociali, ma risiede nella malvagità dell'individuo pronto a compromessi di ogni sorta. Compromessi che hanno il loro riflesso anche in quell'ambiente patinato che il pubblico ammira e chiama star system. Negli anni Sessanta come nel Duemila.

Niccolò Lucarelli

Ultima modifica il Mercoledì, 17 Febbraio 2016 12:15

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