mercoledì, 19 febbraio, 2020
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INTERVISTA a PAOLO SASSANELLI - di Francesco Bettin

Paolo Sassanelli. Foto Fabio Lovino Paolo Sassanelli. Foto Fabio Lovino

La lista dei lavori interpretati da Paolo Sassanelli, sia che si tratti di teatro, cinema o fiction televisive, è comunque lunghissima per ogni categoria, a dimostrazione dell’eclettismo di questo attore, che ha diretto anche un film da regista nel 2018, “Due piccoli italiani” e dei cortometraggi, ed è diventato anche un volto televisivo ormai conosciutissimo grazie a “Un medico in famiglia”. Lo abbiamo intervistato poco prima di andare in scena ne “La donna leopardo” di Moravia, che Michela Cescon ha messo in scena per il Teatro di Dioniso.

Partiamo proprio dal suo film da regista dell’anno scorso. Pensa di ripetere questa esperienza?
Mi piacerebbe molto. In questo momento ho delle idee a livello embrionale, l’esperienza di “Due piccoli italiani” in qualche modo mi ha fatto capire che esiste un mercato che ha bisogno di categorie nel cinema. Il mio film non riesco a collocarlo in nessuna, ma era quello che volevo fare, che sentivo di fare. Sicuramente per un cortometraggio, comunque, si’.

Il suo personaggio ne “La donna leopardo”, Colli, è un calcolatore, oppure un cinico, o cos’altro?
Colli, rispetto al debutto di Milano, al Piccolo, è cambiato, perché la strada che ha intrapreso l’ha evoluto in base allo sviluppo che ha avuto durante le repliche. Ma lui, secondo me è una persona molto fragile e per nascondere quella sua fragilità espone la mercanzia da superuomo, da quello che conosce qualsiasi cosa. In realtà invece è in contraddizione continua perché ha una grande paura, quella di perdere tutto. Morire, non accettare il gioco della vita che come regole comprende la morte. Per lui questa è sofferenza, non accetta questa regola. Morire gli fa paura.

Il testo di Moravia può portarci a qualche verità per la coppia, per i rapporti umani?  
Non c’è una verità, il valore di questo spettacolo è che stiamo mettendo in scena l’ultimo romanzo di un autore italiano importantissimo per la storia della letteratura e non solo, anche del cinema e anche parte del teatro.

Quanto era carismatica la sua figura?
Lui ha percorso tutta la storia d’Italia, e anche questa straordinaria stagione dell’arte, della cultura dell’innovazione dei fine anni Settanta, primi Ottanta, di Roma. Era amico di tanti poeti, autori, figure che hanno segnato la storia della cultura italiana, erano visionari. Era attratto da loro, e lui stesso è stato uno dei punti di riferimento di questo movimento culturale italiano importantissimo. In quegli anni si faceva anche il festival dei poeti, c’andavano quindicimila persone, volevano leggere le loro poesie e dietro a questo c’era anche la visione di Moravia.

Proporre “La donna leopardo” è un piacere, immagino.
L’operazione che è stata fatta da Michela Cescon e dal Teatro di Dioniso è coraggiosa e indubbiamente bella, di valore. Si è scelto di mettere in scena non il romanzo più bello di Moravia ma l’ultimo, che chiude la sua vita. Lui nella sua vita ha avuto tre donne incredibili, Elsa Morante,Dacia Maraini, Carmen Llera. Diciamo che questo romanzo appartiene a quella sua fase.

Uno spettacolo, questo, che dovrebbe andare anche in casa Moravia, a Roma?
L’anno prossimo sono trent’anni dalla sua morte, quindi ci aspettiamo che Roma e le sue istituzioni culturali e teatrali lo accolgano, anche perché non è che ci sono dieci suoi spettacoli in scena, ma uno, ed è questo.

E’ Nora che conduce il gioco nella commedia? Che primeggia e dirige gli altri?
Nora è la donna leopardo. Molti, alcuni, riconoscono e vedono in Nora la figura della Llera. Non credo che Nora però conduca il gioco, intorno a lei si muovono tante cose, l’attrazione che Colli può avere per questa donna, l’amore di Lorenzo, e anche la possessività, e l’invidia, anche se è troppo didascalico definirla così, di Ada, o la gelosia. Condurre il gioco no, se lo fa è involontario.

Passiamo ad altro. Il percorso che avevate iniziato anni fa con Pierfrancesco Favino con “Servo per due” continua?
Favino in questo momento si sta dedicando soprattutto al cinema, adesso uscirà anche il film su Craxi e lui è uguale, è pazzesco, impressionante. Il nostro percorso condiviso si è chiuso a  dire il vero con “La controra”, che abbiamo fatto solo per due settimane alla Pergola di Firenze, e che in realtà andrebbe ripreso e riportato in scena, ma non so quando accadrà questo.

Invece lei continuerà a fare sempre teatro, e anche il resto?
Io ho un percorso che porto avanti, di condivisione, mi sono arreso a me stesso. Non ho mai cercato nella mia vita di imporre la mia immagine o il mio lavoro, no, perché mi piace collaborare,condividere. Il successo personale non mi appaga. Quello condiviso si’, quando il gruppo in cui lavoro ha successo io sono felice, molto di più del successo personale, dico la verità. Condividere il successo per me è la più grande gioia che possa avere.

Ma molti attori non cercano di arrivare sempre più in alto individualmente?
Certo, il mio pensiero è in controtendenza al modo di lavorare degli attori italiani. Si lavora soprattutto per arrivare a salire sul piedistallo. Quelle volte, le poche, che sono stato io su quel piedistallo la prima cosa che ho fatto, sono sceso immediatamente. L’ho fatto sempre. Io non critico gli altri che lavorano per il successo personale, anzi, hanno diritto di farlo ed è giusto che sia così, solo che il mio modo di lavorare non è questo. Io godo di più quando condivido insieme agli altri. Non so quanto è giusto o no. C’è una serenità, una tranquillità di accettare chi sei, questa è la cosa importante.

Francesco Bettin

Ultima modifica il Giovedì, 19 Dicembre 2019 08:12

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