lunedì, 13 luglio, 2020
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INTERVISTA a FRANCESCO MASCIA - di Michele Olivieri

Francesco Mascia. Foto Brescia-Amisano Teatro alla Scala Francesco Mascia. Foto Brescia-Amisano Teatro alla Scala

Francesco Mascia nasce a Pesaro nel 1996. Nel 2008 vince il primo posto al concorso “Civitanova Danza per domani” ottenendo una borsa di studio per la Scuola di ballo dell’Accademia Teatro alla Scala di Milano. Nel 2015 si diploma ed entra a far parte del Corpo di ballo del Teatro alla Scala, dove inizia la carriera come ballerino professionista. In questi anni interpreta diversi ruoli da solista nei grandi titoli di coreografi come: George Balanchine; Nacho Duato; Mauro Bigonzetti; Wayne McGregor; e balla inoltre nei maggiori titoli del repertorio classico e contemporaneo di coreografi quali Rudolf Nureyev, Kenneth McMillan, Maurice Béjart, Alexey Ratmansky, John Neumeier, Heinz Spoerli, John Cranko. Negli ultimi anni prende parte alle tournée internazionali con il Teatro alla Scala in Francia, Kuwait, Cina, Giappone e Australia.

Carissimo Francesco, come è nata la passione che ti ha fatto avvicinare alla danza?
La mia passione per la danza è nata quando ero molto piccolo, un po’ per caso un po’ per destino, ne sono certo! Praticavo diversi sport per via di mio fratello ginnasta, e mio padre maestro di taekwondo. Un giorno, quella che diventò poi la mia insegnante Nicoletta Cinelli e che mi insegnò a “camminare”, mi chiese se avessi voluto provare una lezione di danza. Entrai per la prima volta in una sala di danza e non ne uscii più.

Qual è stato il tuo percorso formativo prima di entrare in Scuola di ballo a Milano?
Iniziai a studiare danza nella mia scuola di Fano. Partecipai a qualche concorso di danza a partire dall’eta di dieci anni ma il più significativo fu il concorso “Civitanova danza per domani” nell’aprile del 2008, vinsi il primo posto e una borsa di studio che mi diede l’accesso immediato alla Scuola di ballo dell’Accademia del Teatro alla Scala.

Come descriveresti l’esperienza vissuta alla Scuola di ballo del Teatro alla Scala?
Gli anni alla Scuola di ballo li descriverei non solo banalmente come i più belli, ma sicuramente come la gara più complessa della mia vita, il traguardo più inesplicabile che fino ad ora mi sono ritrovato ad affrontare; solo chi ha corso con me può veramente capirlo. Ha significato rinunciare a tante cose, come l’adolescenza e la vicinanza alla famiglia, ma è diventata l’Accademia stessa la mia grande famiglia che mi ha aiutato a crescere, e a formarmi sia come ballerino che come persona. Sono stati sette anni indelebili che porterò sempre con me.

Quali sono i ricordi più belli degli anni trascorsi in Campo Lodigiano?
I ricordi più belli sono sicuramente quelli degli ultimi anni. Io e i miei compagni di corso vivevamo praticamente in Campo Lodigiano e fra lezioni, prove e liceo a casa ci tornavamo soltanto per dormire. Il momento più bello in assoluto penso rimanga il giorno del diploma.

E gli spettacoli al Teatro Strehler cosa hanno rappresentato in termini di sicurezza e fiducia nel prosieguo accademico?
Gli spettacoli al Teatro Strehler di Milano sono stati fondamentali per iniziare a scoprire il vero futuro di un ballerino, le difficoltà da affrontare, la dura preparazione, le ansie e le paure. Sono serviti anche per sbagliare, e gli stessi sbagli per trasformali piano piano in vittorie. Sono stati anche una conferma, l’ennesima conferma che quello era il lavoro che volevo sicuramente fare un domani. Ricordo un giorno al termine di uno spettacolo dello “Schiaccianoci” in cui ballavo “La Pastorale” del secondo atto, lo spettacolo andò malissimo, il mio maestro non voleva parlarmi e mi disse soltanto che non poteva ripetersi in futuro un altro errore del genere. Per me fu una sconfitta, piansi tutta la notte, a partire dallo spettacolo del giorno dopo creai in me una sorta di forza e concentrazione che ancora oggi mi porto dentro prima di iniziare ogni spettacolo. Tutto questo grazie al direttore Frédéric Olivieri che ci ha dato l’opportunità di cimentarci, già da molto giovani, con titoli di repertorio particolarmente importanti e di lavorare con maestri e coreografi che hanno contribuito alla nostra formazione durante gli anni della Scuola di ballo. Fra i titoli e i ruoli di questi anni che mi hanno aiutato a crescere, e che porterò sempre con me, desidero citare “Who care’s” di George Balanchine, “Lo Schiaccianoci” di Frédéric Olivieri e “Napoli” di August Bournonville.

Un tuo pensiero per i maestri scaligeri e per il Direttore?
Ognuno ha contribuito a trasmettermi qualcosa di diverso, in particolare il maestro Leonid Nikonov che è stato molto presente nella mia formazione, mi ha trasmesso quella che è la dura disciplina della danza e ha creato il carattere per affrontare questa difficile professione. Lui è un maestro con un carattere duro e apparentemente freddo ma chi lo conosce bene sa che è un bravissimo maestro di vita. Ringrazio in modo particolare anche i maestri Paolo Podini, Maurizio Vanadia, Tatiana Nikonova, Loreta Alexandrescu e naturalmente Frédéric Olivieri.


In particolare il giorno del diploma cosa ti ha emozionato e qual è stato il complimento più bello ricevuto?
Il giorno del diploma ricordo con tantissima emozione l’ultimo esercizio di salti alla fine della lezione e l’inchino finale davanti all’intera commissione, un brivido lungo sette anni. Il complimento più bello sono stati i sorrisi e le congratulazioni di chi come me ci aveva sempre creduto.

Con quali variazioni ti eri presentato alla Commissione esaminatrice?
Per quanto riguarda il classico mi presentai con la variazione da “Esmeralda” e per il contemporaneo il passo a tre tratto da “Romeo e Giulietta” di Angelin Preljocaj e un pezzo creato da Matteo Gavazzi, ballerino e coreografo del corpo di ballo intitolato “Cheeky Mirror” su musiche di Thomas Newman.

Qual è stato l’aspetto che ti è mancato di più nel dare l’addio alla Scuola di Ballo dell’Accademia scaligera?
Sicuramente è stato quello di dover salutare il Francesco allievo per affrontare il Francesco professionista, e insieme a lui conoscere le nuove responsabilità e un inedito grande capitolo della mia vita.

Sei poi entrato, nel 2015, da professionista nel Corpo di Ballo, all’epoca diretto da Makhar Vaziev. Che sensazioni hai provato, e provi oggi, a calcare uno dei palcoscenici più importanti al mondo?
Ebbi la fortuna di lavorare qualche mese con la compagnia già quando ero allievo, ma quando ufficialmente ne feci parte realizzai che avevo raggiunto i miei obiettivi, e mi ritrovai improvvisamente in uno dei corpi di ballo migliori al mondo (e non lo dico solo perché sono di parte, ma perché lo penso realmente). Inizialmente non fu facile abituarmi a lavorare tutti i giorni con maître e ballerini di altissimo calibro, ma ad oggi posso affermare di sentirmi anche io alla loro altezza. Il palcoscenico della Scala a volte può far paura, per la sua maestosità e importanza ma quando ci sei sopra e si apre il sipario capisci che è uno dei posti più belli al mondo.

Qual è stato il tuo primo ruolo da scaligero in compagnia?
Il primo ruolo da solista che ho avuto la fortuna di interpretare è stato “Fritz” nello “Schiaccianoci” di Nacho Duato e porterò sempre con me il ricordo di aver ballato a fianco di una grandissima artista e ballerina come Maria Eichwald.

Il mondo della danza è molto affascinante, potresti descriverlo brevemente per i nostri lettori, dal tuo punto di vista?
Il mondo della danza è affascinante perché entra in contatto con l’arte, con l’interpretazione, i sentimenti e la musica: tutte insieme creano una fondamentale atmosfera magica che va oltre l’astratto, ed è capace di ipnotizzare chiunque ne entri in contatto. Amo ogni singolo momento, le prove, la fatica, la stanchezza, i dolori fisici (non c’è giorno che non ce ne siano), prepararsi per andare in scena, l’odore delle luci, l’orchestra che accorda gli strumenti, la forza dell’insieme del corpo di ballo e infine gli applausi. Purtroppo sarò sincero, la danza non è per tutti, parlo sia per chi ci si appassiona sia per chi decide di studiarla. Uno spettacolo non è soltanto un’esibizione, prendi un quadro, ad ognuno trasmetterà sensazioni diverse e questo è quello che succede quando vai a teatro ed entri in contatto con il linguaggio del corpo dei ballerini. La danza è la ricerca della perfezione, del movimento perfetto di ogni parte del nostro corpo, ma la perfezione non esiste ed è questo che porta la danza ad essere un’arte alla continua ricerca di sé stessi.


Com’è la tua giornata tipo? Quante ore provi?
La mia giornata inizia con la lezione di riscaldamento, fondamentale per noi ballerini. La giornata prosegue poi con quattro/cinque ore di prove, più eventuali prove per spettacoli extra. Nei giorni di spettacolo le prove si limitano fino al primo pomeriggio, per poi riposarsi ed iniziare a prepararsi per andare in scena.

Qual è lo spettacolo di danza, visto da spettatore, che porti nel cuore?
Ce ne sono diversi ma ricordo in particolare “Life in Progress”, l’addio alle scene di Sylvie Guillem.

Nel tuo repertorio, il ruolo che hai interpretato fino ad oggi che ti ha affascinato per empatia?
Il balletto che fino ad oggi mi porto particolarmente stretto è “Becoming” in “Woolf Works” di Wayne McGregor. Un balletto forte, potente e spaziale. Il ruolo che interpretavo entrava in contatto con diversi passi a due maschili e femminili ed in ognuno la presenza fisica e mentale del partner era fondamentale per sentire e tirar fuori la mia stessa potenza ed espressione.

Hai un desiderio che desideri realizzare, a breve o lungo termine per la carriera?
Mi piacerebbe interpretare tanti e diversi ruoli e un domani avere l’opportunità di fare un’esperienza lavorativa per confrontarmi con il panorama del mondo della danza all’estero.

Con quale coreografo ti piacerebbe lavorare?
In questo preciso momento della mia vita professionale mi piacerebbe tanto lavorare con Ohad Naharin, ma da sempre vorrei un giorno avere l’opportunità di lavorare con William Forsythe.

E con quale danzatrice ti piacerebbe fare coppia in scena?
Posso dire che Marianela Núñez e Polina Semionova siano le migliori danzatrici ed artiste del panorama mondiale.

Secondo la tua visione, quali sono le qualità imprescindibili per diventare oggi un danzatore al passo coi tempi?
Un ballerino oggi deve possedere un’ottima tecnica, marcata artisticità e un fisico impeccabile.

C’è un balletto del grande repertorio al quale sei particolarmente legato, anche tra quelli non danzati da te, e perché?
Sono legato a “Romeo e Giulietta” perché è un balletto che mi trasmette numerose sensazioni. Mi piacerebbe un giorno interpretarne il ruolo. Ho avuto l’opportunità di veder danzare Alessandra Ferri, ed è stata la conferma che questa che è una delle più belle storie d’amore, raccontata mediante la danza, ti possa trasmettere ancora di più in termini di emozione, sentimento e profondità d’animo.

Cos’è riuscita a regalarti la danza fino a questo momento?
La danza fino a questo momento mi ha regalato innumerevoli soddisfazioni e una vita che è quella che ho sempre desiderato.

Cosa ti ha dato e cosa ti ha tolto la danza, a livello personale?
A livello personale sento che soprattutto per quanto riguarda gli anni della Scuola di ballo, la danza mi abbia fatto vivere in un’altra dimensione. Mi ha privato di un’adolescenza che tutti i ragazzi “normali” vivono, e questo è il motivo per cui oggi mi capita spesso di sentirmi particolarmente diverso da altri miei coetanei.

Tra tutti i libri di danza qual è il tuo preferito?
Uno dei miei preferiti è “Dancing on My Grave” un’autobiografia di Gelsey Kirkland.

Quali sono le maggiori difficoltà, non solo fisiche ma anche personali, per chi si accosta alla danza accademica?
Una grande difficoltà per chi si accosta alla danza accademica è quella della pressione psicologica. Per molti questa può essere un ostacolo difficile da superare, e purtroppo non tutti riescono a resistere.

Quali passioni coltivi oltre all’arte di Tersicore?
Una mia grande passione è quella di viaggiare.

Chi stimi maggiormente tra i danzatori italiani attualmente in scena?
Il danzatore italiano che più stimo e che ho il piacere di veder lavorare quotidianamente è il primo ballerino Claudio Coviello.

Mentre tra gli stranieri?
Ho sempre ammirato sin da piccolo, con grandissimo rispetto, Leonid Sarafanov e ad oggi penso sia il mio modello ideale di ballerino. Stimo anche Danil Simkin.

Hai un modello, del presente o del passato, al quale ti ispiri?
Sicuramente Rudolf Nureyev rimane il mio più grande riferimento della danza del passato, del presente, e del futuro! Per quanto riguarda il presente - come ho già detto nella risposta precedente - Sarafanov è il ballerino al quale mi sono sempre ispirato.

Arrivi da Pesaro, cosa ami particolarmente della tua città?
È la mia città, amo la mia famiglia ed è dove ogni tanto ritorno per ritrovare un po’ di tranquillità e respirare l’aria del mare.

Hai già avuto modo di danzare in storiche produzioni con nomi di primo piano, Balanchine, Duato, Bigonzetti, McGregor, Nureyev, McMillan, Béjart, Ratmansky, Neumeier, Spoerli... Il movimento trova il suo naturale sbocco tra armonia e musica. Da cosa parti per studiare un ruolo?
La prima cosa da fare per studiare un ruolo è capire e analizzare da dove questo proviene e come nasce. Inoltre è fondamentale come esso si accosta e vive attraverso la musica. Ogni volta trascorro parecchio tempo ad ascoltare incessantemente lo stesso brano.

Nei tuoi desideri c’è anche il coreografare o ti vedi esclusivamente in qualità di esecutore?
Devo ammettere che mi piace ricercare il mio movimento e ogni tanto creare qualcosa che nasce da me. Non è sicuramente semplice nel panorama di oggi intraprendere la strada del coreografo, al momento è ancora presto per dirlo, ma magari un domani chissà...

Che rapporto nutri con lo specchio, strumento fondamentale per un danzatore?
Tutti i ballerini sono un po’ narcisisti, fa parte della nostra indole. Lo specchio è il nostro accompagnatore, come il pianoforte durante la lezione. Rispecchia quella che è la nostra immagine, aiuta il ballerino a raggiungere la singola perfezione, ma a causa di questa diventa spesso il miglior peggior nemico di un danzatore. Ci sono giorni in cui cerco instancabilmente il suo rapporto e altri giorni in cui scappo il più lontano possibile da lui.

Quale ritieni sia la tua dote principale, il tuo biglietto da visita artistico?
Mi ritengo un ballerino abbastanza completo con una forte tecnica e cerco nel mio lavoro di raggiungere quotidianamente il meglio delle potenzialità.

Negli anni hai raggiunto un obiettivo importante, cosa ti senti di suggerire ai giovani che sognano la professione e l’ingresso nel mondo della danza?
Il mondo della danza non è per niente semplice oggi. Ci vuole tanta tenacia e determinazione, mirare ai propri obiettivi e puntare al raggiungimento di essi con la consapevolezza di non potersi permettere mai nessuna distrazione. Credi in te stesso e impara dalle sconfitte perché diventeranno le tue grandi qualità. Lavora duramente ogni giorno e se senti il tuo corpo faticare, significa che sei sulla strada giusta.

Michele Olivieri

Ultima modifica il Mercoledì, 18 Marzo 2020 23:15

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