martedì, 02 giugno, 2020
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INTERVISTA a LUIGI SIRONI - di Michele Olivieri

Luigi Sironi. Foto Cristian Quinto Luigi Sironi. Foto Cristian Quinto

Luigi Sironi è nato a Milano. All’età di undici anni entra alla Scuola di Ballo del Teatro alla Scala. Studia con le maestre Edda Martignoni, Elide Bonagiunta e Carola Zingarelli. Nel 1952-53 e nel 1959-60 si diploma con la votazione finale di 25/30. Nel 1961 entra a far parte del Corpo di Ballo del Teatro alla Scala. La prima tournée estera significativa con la compagnia scaligera è a Mosca, nel 1963. Nel 1965, sotto la direzione di Luciana Novaro, viene nominato Solista. Con l’arrivo al Teatro alla Scala di Rudolf Nureyev, Sironi ricopre ruoli di primo ballerino (La bella addormentata nel bosco, Schiaccianoci, Lago dei cigni, Romeo e Giulietta, Don Chisciotte), sotto la direzione dello stesso Nureyev. Nel 1981 Sironi si reca in tournée negli Stati Uniti (Metropolitan di New York) e nel 1983 in America del Sud (Buenos Aires, San Paolo, Rio de Janeiro). Nel 1981-82 partecipa come Primo ballerino e Aiuto coreografo di Mario Pistoni alla trasmissione televisiva “Fantastico 2” in onda sulle reti Rai. Nel 1983 l’Ente del Teatro alla Scala conferisce a Sironi la nomina di Primo Ballerino e Primo Ballerino Extra e Mimo. Termina la stagione scaligera nel 1985, e da allora si dedica all’insegnamento e alla coreografia in prestigiose scuole di danza a Genova, Mantova, San Benedetto Po e Milano. Collabora con Mario Porcile a due importanti stage a Nervi e a Salò. Dal 1985 coopera stabilmente con la Sezione Artistica del Comune di Cassina de’ Pecchi in qualità di Direttore Artistico e Coreografo per lo spettacolo annuale “Concerto di Natale”, dirigendo il “Milano Ballet”. Nel 1986 è Maître all’Arena di Verona. Nel 1996 segue la compagnia “Olympic Ballet Company” diretta da Gillian Whittingham in qualità di ballerino e Maître dello spettacolo “Omaggio a Onassis” con l’étoile Luciana Savignano. Pur proseguendo l’attività di insegnante accademico, Luigi Sironi è stato inoltre impegnato con la compagnia dialettale dei “Legnanesi” in qualità di coreografo.

Carissimo Luigi, a chi devi i tuoi inizi nel mondo della danza, com’è avvenuto il tuo battesimo coreutico?
Avevo appena finito la quinta elementare e Carla Lombardo, già prima ballerina della Scala, mi aveva visto ballare una tarantella. Era venuta a Niguarda (un quartiere di Milano posto nella periferia settentrionale della città dove sono nato, cresciuto e dove ancora oggi risiedo), per scegliere un gruppo di bambini per la festa di primavera da tenere all’Arena Civica di Milano, organizzata dalla Federazione. Era una manifestazione di danza a cui partecipavano alcuni bambini scelti dalle diverse zone della città. Durante le prove Carla Lombardo aveva distribuito a tutti noi un paio di scarpette nere da mezza punta: ed io, appena infilate, per puro istinto mi sono messo in quinta posizione sulle mezze punte. Braccia in alto, in relevée. “Hai già studiato?” mi chiese la Signora Lombardo. No, non avevo mai studiato danza e non ricordo di aver mai visto un balletto. Non avevamo la televisione e io non sapevo nemmeno cosa fosse l’arte della danza. Non so da dove mi sia venuto, ma è stato immediato.

Come sei poi arrivato alla Scuola di Ballo della Scala?
Grazie a Carla Lombardo che mi segnalò. Nessuno della mia famiglia inviò la domanda di iscrizione. Il Teatro alla Scala non faceva parte del nostro mondo! Il giorno dell’audizione presi da solo il tram numero 4, dal capolinea fino al centro storico di Milano.

E cosa ti ricordi Luigi, di quel giorno di audizioni, che in qualche modo ti ha cambiato la vita?
Ricordo che durante l’esame di ammissione ci misero tutti alla sbarra e ci fecero mettere diritti in prima posizione con i piedi divaricati, eseguendo così un grand plié, ma non ci riuscii. La maestra Edda Martignoni, già prima ballerina e insegnante alla Scuola di Ballo della Scala, mi passò accanto e mi disse: “Tu non sarai mai un ballerino!” Ci rimasi malissimo. La stessa maestra, anni dopo mi convocò per un suo saggio al Teatro Nuovo, in piazza San Babila a Milano. Proprio lei in persona mi aveva voluto! Quella volta mi tolsi la soddisfazione: “Si ricorda di me? mi ha detto che non sarei mai stato un ballerino.”

Com’erano le tue maestre?
Sia la Martignoni che quella che diventerà in seguito la mia maestra di corso, la signora Elide Bonagiunta, la quale prese il posto di Esmée Bulnes alla direzione della Scuola, erano entrambe di un’eleganza incredibile, belle dalla testa ai piedi, con indosso abiti meravigliosi.

Come ricordi le lezioni di prova alla Scuola di Ballo?
Le lezioni di prova alla scuola scaligera erano di una severità mai vista prima, malgrado ciò per tutti i quindici giorni le frequentai, nel frattempo divennero un mese. Man mano che i giorni trascorrevano alcuni ragazzini non li vedemmo tornare più. Da una sessantina che ci presentammo all’inizio, in capo ad un mese rimanemmo circa in dodici.

Chi devi ringraziare, in particolare, per la tua straordinaria vita professionale trascorsa fuori e dentro la Scala?
Sicuramente i miei genitori! Non mi hanno mai impedito di frequentare la Scala, sia mio fratello Bruno che la mamma e il papà. Avrebbero potuto, ma non lo hanno mai fatto. Dopo tre mesi dalle lezioni di prova, ricevetti via posta a casa la lettera nella quale mi veniva annunciato di essere stato preso in qualità di allievo. Era il 1952. La mia famiglia non era ricca. Mia mamma Ida insistette perché continuassi a frequentare la Scuola di ballo e mio padre accettò con gioia il desiderio di mamma, che in cuor suo aveva già deciso in maniera irrevocabile.

Come erano strutturate le lezioni in Scuola di Ballo?
La lezione iniziava alle ore 8.30 ed io ci andavo tutte le mattine da Niguarda. Mi chiamavano “il ragazzino che correva a prendere il tram”. Praticamente andavo a scuola da solo alla mattina presto, e tornavo da solo alla sera, anche molto tardi. E tutto ciò sempre correndo!

La tua prima volta in palcoscenico?
Il battesimo in scena, è avvenuto nel terzo atto di “Boris Godunov” un’opera lirica di Modest Petrovič Musorgskij, con le coreografie di Leonid Fëdorovič Mjasin. Entravo durante la polacca, l’azione si svolgeva in un giardino la cui scenografia era stata costruita interamente sulle scale, naturalmente la mia prima preoccupazione era quella di non inciampare e di conseguenza non far cadere la mia partner. In seguito rammento di aver lavorato con i compagni di corso in “Giselle” nel ruolo dei paggetti.

E poi com’è proseguito il tuo percorso artistico?
Dopo il terzo anno ho lavorato molto nel Corpo di ballo scaligero, inserendomi presto nello stesso per tre stagioni consecutive. Ho partecipato all’Arena di Verona con le opere liriche “Carmen” e “Aida”, su coreografie di Luciana Novaro, malgrado fossi ancora un allievo. Ricordo anche di aver preso parte al balletto “Giulietta e Romeo”.

Cosa ti piaceva in particolare di quella straordinaria avventura?
Scuola e teatro erano la stessa cosa, si trovavano nel medesimo storico edificio, vivevamo e respiravamo il teatro in tutta la sua bellezza e in tutta la sua unicità. Oggi la Scuola di Ballo si trova in altra zona di Milano. Capisco perfettamente che il trasferimento sia stato necessario, ma è un vero peccato: per noi è stato fondamentale vivere quotidianamente all’interno del teatro. Dal ballatoio dei camerini potevamo guardare il palcoscenico. Assistevamo all’impegno dei tecnici, capivamo l’immenso lavoro che stava dietro ad uno spettacolo, semplicemente vivendoci nel bel mezzo.

Mentre l’aspetto più bello a livello affettivo?
In quegli anni, noi che abbiamo dedicato la nostra vita al teatro, avevamo gli amici dapprima solo nella Scuola di ballo e in un secondo tempo nel Corpo di ballo. Fuori dal teatro il mondo era piccolo. La Scala si rivelava essere così l’ombelico del mondo, e non solo per noi. Da giovane allievo forse non mi rendevo completamente conto di far parte di un qualcosa di veramente grande. A ripensarci oggi Michele ti posso semplicemente dire che è stata una meravigliosa fatica.

Un ricordo della tua direttrice, la signora Bulnes?
Era stata allieva del grande maestro Enrico Cecchetti, della Nijinska e di Boris G. Romanov, aveva insegnato al Teatro Colón di Buenos dove era stata anche assistente del grande coreografo Michail M. Fokin. Alla direzione della Scuola di Ballo a Milano ci rimase dal 1951 al 1954, poi fu direttrice del Corpo di Ballo, per poi tornare a dirigere nuovamente la Scuola. Tra i suoi allievi ed allieve troviamo il meglio del meglio che la Scala ha dato al balletto internazionale, nomi entrati nella storia della danza a pieno titolo. Noi avevamo tutti paura della Bulnes. La sentivamo arrivare dal fondo del corridoio e scattavamo immediatamente sull’attenti, facendole l’inchino al passaggio. Con il senno di poi le dobbiamo tutto e la ringraziamo per la disciplina, il rigore e per il valore del rispetto che ci ha trasmesso. Ci ha fatto comprendere l’importanza dell’umiltà, il rispetto per il lavoro altrui, ed il rispetto per ciò che ci veniva donato. Sono fiero di averla incontrata, orgoglioso di aver sgobbato al suo fianco in sala danza.

Anche perché in quegli anni alla Scuola di Ballo tutto era gratuito, giusto Luigi?
Noi non pagavamo nessuna retta, perciò stavamo zitti e mostravamo massimo ossequio. Le regole erano così, e nessuno le metteva in discussione: o mangiavi quella minestra, o saltavi quella finestra!

Un ricordo in particolare delle lezioni in sala danza sotto la direzione della Bulnes?
Alla sbarra dovevi stare dritto anche nelle pause, non era permesso rilassarsi. Non ci si poteva appoggiare. Ricordo che lei era perfetta, diritta, con il bastone in mano che usava per le correzioni, per farti tenere dentro il sedere, ad esempio, o le gambe, o la postura della schiena. Con le ballerine poi era particolarmente esigente.

Sicuramente in quegli anni voi danzatori eravate il simbolo della perfezione?
Quando si andava in scena ed eravamo perfetti, era solo merito della signora Bulnes. Il corpo di ballo femminile in quegli anni era il fiore all’occhiello del Teatro alla Scala. La Regina Elisabetta d’Inghilterra era venuta a visitare la Scala e in quell’occasione fu eseguito il secondo atto di “Giselle”. Il teatro era chiuso e l’estratto andò in scena esclusivamente per lei, di pomeriggio, un atto bianco, cioè quel momento in cui a danzare è solamente la compagnia femminile con passi leggeri, incredibili aplombs, braccia morbide e la poesia del ports de bras. Mezzi decorativi ed espressivi utilizzati come ingredienti per rendere i personaggi romantici dei balletti del repertorio pari a delle creature diafane e immateriali.

La tua prima grande occasione qual è stata?
Nel 1974 in programma c’era il balletto “I quattro temperamenti” di George Balanchine. Primo ballerino era il compianto e carissimo Mario Pistoni. In quei giorni a Milano si trovava Balanchine per le prove: lui desiderava che il ballerino entrasse in scena già in volo e cadesse in centro. Mario Pistoni era titolare, ballò la variazione; Balanchine gli diede due piccole correzioni, ma poi vidi la signora Bulnes indicarmi, chiedendo al coreografo di farmi provare. Io ero solamente il supplente, ballai davanti a Balanchine, mentre lui seduto mi osservava. Fu un’emozione fortissima che ancora oggi ricordo nitidamente. Non avevo nemmeno vent’anni! Mario ha danzato le prime rappresentazioni e poi ha ceduto la parte a me. Quella variazione era assolutamente da primo ballerino. Da quel momento ho iniziato ad essere chiamato per parti solistiche.

Mentre del giorno del diploma cosa ricordi particolarmente?
Lo ricordo con enorme emozione! Mi sono diplomato tersicoreo alla fine degli otto anni nel 1960 con 25/30. Al termine della Scuola di ballo lo studente entrava di norma nel corpo di ballo, ma anche prima di diplomarsi si veniva già considerati professionisti, tanto da prendere parte a balletti e produzioni importanti.

La tua prima nomina nel Corpo di Ballo quando è avvenuta?
Sono stato nominato ufficialmente Solista nel 1965 sotto la direzione di Luciana Novaro. Eravamo passati in sette: Luciana Savignano, Liliana Cosi, Aida Accolla, Giancarlo Morganti, Gianna Ricci, Alfredo Caporilli, Dario Brigo e il sottoscritto. Nel 1983 divenni Primo ballerino. Quando arrivò in Scala Rudolf Nureyev sostenevo già parti significative.

Cosa ti contraddistingueva in teatro?
L’abitudine all’ordine, alla puntualità, al rispetto per gli insegnanti. Sono valori che non si perdono mai, me li porto dentro da tutta la vita, ed è esclusivamente grazie alla Scuola di Ballo della Scala che li ho imparati, malgrado gli enormi sacrifici sostenuti. So bene quanto essere danzatore oggi sia un investimento economico; i ballerini spendono molti più soldi di noi. Ai nostri tempi avevamo tutto gratis, dalla frequenza accademica alle scarpine. Noi, in cambio del sostegno economico, abbiamo lavorato notte e giorno. Studiavamo senza fermarci mai, danzando dalla mattina alla sera, prendendo parte ad opere che finivano tardi alla notte, senza avere la possibilità di rientrare a casa in taxi dal centro città... spesso si tornava con il tram e a volte anche a piedi.

Mentre un ricordo di tuo fratello?
Bello, mio fratello Bruno era proprio un ragazzo splendido, era maggiore di dieci anni. Taciturno come papà! I primi anni che andavo alla Scala trascorrevo le vacanze con lui. Poi si è sposato con Vanda e ci siamo visti di meno. Aveva la famiglia, io gli orari strani del teatro. Oggi non ho più nessuno. Sono l’ultimo della mia famiglia d’origine. Ci sono i suoi figli, i miei due nipoti, Alessandro e Maurizio, uno vive a Firenze e l’altro in Sardegna.

Ora parliamo di Rudolf Nureyev, il ballerino dei ballerino, con il quale hai collaborato in tanti spettacoli per numerosi anni?
Rudy aveva aiutato l’evoluzione dell’arte coreografica dando maggiore importanza al ruolo maschile. È stato un vero onore lavorare al suo fianco, ne vado orgoglioso. Noi siamo stati i danzatori per cui Nureyev ha costruito e montato buona parte dei suoi balletti. A volte risultava simpatico, altre volte meno. Sono comunque sempre stato convinto che mi stimasse profondamente. A parte il suo carattere collerico, ha avuto grande rispetto per i ballerini. E noi lo rispettavamo oltre ad avere l’esclusiva opportunità di vederlo nel suo lavoro quotidiano, senza filtri, senza formalità, senza ammiratori e scena divistiche. Quando lavori sul corpo, che è sudore e fatica e sacrificio, vedi davvero le persone così come sono. Abbiamo lavorato con Rudy per ben vent’anni! Lui artisticamente ha dato completa importanza al ballerino creando appositamente una serie di nuove variazioni all’interno dei balletti del grande repertorio classico. In generale ha poi permesso alla danza di ampliarsi esaltando alla pari maschi e femmine. Nureyev non era solo un danzatore, ma anche un grande coreografo ed un raffinato esteta.

Qual è stata la più grande fortuna della tua generazione di ballerini?
La nostra generazione ha lavorato con i più grandi maestri. Il bello è stato che li avevamo direttamente in sala danza, seduti accanto a noi, e hanno coreografato i maggiori balletti per la nostra compagnia. Oggi le creazioni, spesso arrivano già pronte e finite, solo da imparare! Alla nostra epoca le vedevamo nascere sul nostro corpo, prova dopo prova, passo dopo passo. Quante volte ho curiosato, quante volte sono rimasto ore seduto a guardare i grandi coreografi creare immortali capolavori! Te ne rendi conto solo dopo che sono passati tanti anni. Le nostre prove venivano filmate e per noi era normale lavorare con mostri sacri del calibro di John Cranko, Nicolas Beriozov, Leonid Mjasin, George Balanchine. Sono stati anni incredibili, al fianco di splendidi artisti ed amici come il compianto étoile Roberto Fascilla oppure Angelo Moretto e numerosi altri che per questione di spazio non posso nominare, ma li ricordo tutti con affetto.

Qual è stato il tuo primo successo artistico?
Il primo successo l’ho avuto con Nicolas Beriozov, il quale mi ha scelto per la parte dei cigni. Fu il grande Paolo Bortoluzzi a suggerire il mio nome al maestro. Devo ringraziare davvero Paolo per questa segnalazione perché mi ha permesso di interpretare un ruolo così importante. Bortoluzzi a quei tempi ballava con Béjart ed era la prima volta che veniva alla Scala. Le scenografie del “Lago dei cigni” di Beriozov, meravigliose, erano del raffinato Aleksandr Benois.

Mentre dello spettacolo “Il figliol prodigo” cosa ti viene in mente?
Era il 1962, con le coreografie indimenticabili di Mario Pistoni, è stato un balletto molto avanti per quei tempi che si rifaceva allo stile del suo “Spirituals per Orchestra”: passi moderni, costumi all’avanguardia, niente scarpe da ballo ma semplicemente quelle da tennis. Nel “Figliol prodigo” la prima ballerina era la bravissima Vera Colombo, alla quale il coreografo aveva chiesto di tingersi i capelli di biondo. Pistoni era da tempo che stava studiando per introdurre qualcosa di moderno all’interno del balletto classico.

Esisteva molta rivalità tra voi ballerini in quei tempi?
La rivalità fra di noi esisteva, inutile fingere, la voglia di essere scelti, la voglia di andare in scena è sempre stata fortissima, ma noi eravamo uniti: la delusione passava presto anche perché non c’era tempo da perdere.

Quando hai dato l’addio alle scene?
Ho chiuso la mia carriera di danzatore con “Serenade” di Balanchine. Durante l’ultima tournée scaligera a Rio de Janeiro, San Paolo e Buenos Aires, nel 1983. Era un balletto elegantissimo, in puro stile neoclassico: i maschi con la calzamaglia mentre le femmine con il tutù lungo. Io ricoprivo il ruolo da primo ballerino, e fu sicuramente il modo più straordinario per concludere in bellezza la mia lunga carriera.

Che rapporto nutrivi con i tuoi compagni e compagne nel Corpo di ballo?
Quando vivi a stretto contatto con un gruppo di gente anni e anni della tua vita, dividendo fatica, sudore ed emozioni forti come solo il balletto può regalare, arrivi a conoscere i compagni di lavoro come fratelli e sorelle. Noi siamo stati ballerini. Abbiamo lavorato con il nostro corpo. Non c’è stato nessun filtro, sorpresa o timidezza. Si era creata un’intimità che non ho mai provato mai con nessun altro. Prima dell’apertura di sipario ci si augurava il meglio per l’esibizione. Ricordo ad una delle nostre prime di “Giselle”, Carla Fracci mentre indossava le scarpine, dietro le quinte c’era il fotografo che era riuscito ad immortalarla in uno scatto poetico. Carla ha danzato poco nel corpo di ballo, è stata subito nominata solista: in effetti in scena era la prima ad essere notata. Possedeva una luce, un qualcosa di speciale, quando entrava lei riempiva il palcoscenico, come del resto è sempre capitato per il canto anche alla Callas, che ho avuto la fortuna di vedere spesso in teatro.

E con Luciana Savignano?
Ho avuto l’onore di ballare la prima volta con Luciana durante un passo d’addio, coreografato dalla Maestra Esmée Bulnes. Poi abbiamo danzato insieme in una ripresa della “Cenerentola”, in cui interpretavo uno dei quattro principi e, infine, sono stato suo partner in una creazione coreografica di Giulio Perugini, andata in scena alla Piccola Scala. Luciana è una persona delicata e straordinaria, di indole riservata. Le voglio molto bene. Ricordo inoltre quando ha danzato il ruolo di Cenerentola nella “Cinderella” di Paolo Bortoluzzi in cui io e Francesco Aldrovandi interpretavamo la parte delle due sorellastre.

Da maestro di danza come sei stato?
Ballare con gli allievi e non risparmiarsi mai: ecco il mio metodo di lavoro! Ho sempre voluto essere coinvolto al loro fianco. Sono stato un insegnante severo perché non ho mai dimenticato la disciplina appresa in passato. Ho cominciato ad insegnare nel 1985, dopo il congedo dalla Scala in seguito all’incidente che mi ha messo fuori uso la mano. Non ho mai posseduto una mia scuola: sono sempre stati i colleghi e conoscenti a chiamarmi nelle loro realtà coreutiche.

Cosa ti senti di dire oggi Luigi, dopo tanti anni dal tuo ingresso in Scuola di Ballo?
Mi sono sempre sentito un tutt’uno con il Teatro alla Scala, senza quel palcoscenico sicuramente sarei stato un’altra persona. Mi piacerebbe far respirare a tutti il profumo di quel luogo così magico. Vorrei far vivere per un momento gli anni cinquanta, far vedere Milano quando il balletto era un avvenimento importante, glorioso, realizzato grazie ad enormi sacrifici e fervida creatività. Allora non c’erano le possibilità di oggi, anche economicamente parlando, gli orari di prova risultavano infiniti, eravamo pronti a danzare parti da solista e allo stesso tempo da figurante. Non passa un giorno in cui non ricordi un momento trascorso alla Scala, e in tanti altri teatri. Ricordi che appartengono non solo a me, ma sicuramente anche a tutti i miei compagni di vita e di scena.

Stiamo lavorando insieme alla tua biografia, che uscirà prossimamente dal titolo “Luigi Sironi. La mia vita alla Scala”, un modo per tramandare la tua esperienza a tutti coloro che ti stimano?
Era da molto tempo che volevo scrivere il mio mondo trascorso al Teatro alla Scala di Milano. Raccontare il perché di questa scelta di vita fuori dai miei canoni, lontano dai miei pensieri e ben distante dall’ambiente in cui vivevo in famiglia. Nel libro (ringrazio di cuore per la collaborazione te Michele, Annita e Flavio) ci saranno tutti gli istanti trascorsi nelle vesti da tersicoreo, senza tralasciare la sfera privata, i miei genitori, gli amici, i momenti belli e quelli meno.

Ma dimmi la verità Luigi, rifaresti esattamente tutto da capo?
Rifarei una per una tutte le follie intraprese, perché questa è la mia vita che non cambierei mai per nessun’altra ragione al mondo!

Michele Olivieri

Ultima modifica il Venerdì, 27 Marzo 2020 17:12

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