martedì, 02 giugno, 2020
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INTERVISTA a FRANCESCO PICCININ - di Michele Olivieri

Francesco Piccinin. Foto Taavi Luhamaa Francesco Piccinin. Foto Taavi Luhamaa

Francesco Piccinin inizia a studiare danza all’età di dieci anni e successivamente viene ammesso alla Scuola di Ballo dell’Accademia Teatro alla Scala di Milano, studiando con il Maestro Leonid Nikonov. Dopo due anni viene ammesso all’Accademia di Balletto dell’Opera Nazionale di Vienna, diretta da Simona Noja e Manuel Legris. Si diploma sotto la guida della maestra Bella Ratchinskaja ottenendo il massimo dei voti in tutte le discipline. Viene subito ammesso nella giovane Compagnia di Balletto dell’Opera di Vienna per la quale ha ballato in “Bolero”, “Carmina Burana”, “Hannah” e “Strauss Gala”. Nel 2015 viene ingaggiato dalla Compagnia di Balletto dell’Opera Nazionale Finlandese, sotto la guida del Maestro Kenneth Greve Thomas (oggi diretta da Madeleine Onne). Dal 2017 fa parte della Compagnia di Balletto dell’Opera Nazionale Estone sotto la guida del Maestro Thomas Edur - oggi diretta da Linnar Looris - ballando ne “La Bayadere”, “Il Lago dei Cigni”, “La Bella Addormentata”, “Lo Schiaccianoci”, “Giselle”.

Carissimo Francesco, qual è stato il tuo primo approccio con la danza e come hai scoperto questa passione?
Il mio primo approccio è stato all’età di sei anni, ma è durato veramente poco, perché ero l’unico maschio del gruppo e i miei compagni mi prendevano in giro, quindi ho deciso di lasciare. Nel frattempo ho provato diverse discipline sportive ma poi piano piano, diversi eventi casuali mi hanno ricondotto sulla via della danza. Due situazioni che mi ricordo sono la trasmissione televisiva “Amici” con la voglia di provare le prese con mia cugina, e un’altro è stato l’esibirmi davanti ai miei famigliari in piccoli spettacoli che improvvisavo. Tuttavia l’episodio che mi ha nuovamente ricondotto ad iscrivermi a danza, è legato a delle danze di gruppo con delle amiche di mia sorella, in cui ho scoperto la gioia del movimento, in sintonia con la musica. Ho iniziato a frequentare lezioni di danza moderna, affiancate da un percorso di danza classica. Stavo preparando il mio primo balletto sulle note de “Il mattino” di Edvard Grieg e uscendo dalla sala prove ho detto a mia madre: “Mamma è questo che voglio fare da grande”. Avevo nove anni.

Mentre i tuoi primissimi ricordi, da bambino, legati al mondo del balletto e del teatro a cosa sono legati?
La voglia di conoscere il mondo della danza, che mi affascinava, mi ha portato a comprare diversi dvd di balletto classico che uscivano in edicola settimanalmente, poi passavo ore davanti a YouTube a guardare i video dei grandi ballerini. Mi ricordo che mia mamma, intuendo questa mia passione, all’epoca aveva sottoscritto un abbonamento per entrambi alla stagione di danza del Teatro Toniolo di Mestre, avevo dieci anni.

Hai capito fin da subito che investire sulla danza sarebbe stato per te fondamentale?
Non l’ho capito subito, anche se inconsciamente questo desiderio è sempre stato dentro di me.

Il momento più bello del giorno del diploma e il complimento che ti ha colpito in particolare?
Il giorno del diploma presso l’Accademia della “Wiener Staatsoper” è stato emozionante, mi ricordo che abbiamo avuto il matinée al teatro dell’Opera di Vienna, ed una volta finito ci siamo ritrovati tutti in sala Nureyev in Accademia, dove tutti gli insegnanti e la direttrice Simona Noja ci hanno consegnato ad uno ad uno, chiamandoci per nome, il diploma. Mi è rimasta la gioia di tutte le strette di mano che ho dato e ricevuto dai miei insegnanti. Sono entrato come giovane allievo ed ora davanti a me si apriva la stagione della maturità, sia artistica che umana.

Un tuo pensiero personale per il maestro Nikonov, ed uno per il Direttore Frédéric Olivieri?
Sono legato molto ad entrambi, al maestro e direttore Olivieri perché ha creduto nel mio talento motivandomi ad entrare nell’Accademia del Teatro alla Scala. Il mio maestro Nikonov, che dire, un grand’uomo che io rispetto moltissimo e un grande insegnante, mi ha trasmesso l’importanza della disciplina, il rispetto, la tenacia e il duro lavoro. Lui si è presentato ai miei occhi come un’insegnante quasi tenebroso, però piano piano ho scoperto la sua vicinanza emotiva per ognuno di noi, giovani allievi.

Che aria si respirava alla scuola della Scala? Cosa porti con te di prezioso di quell’esperienza?
Gli anni che ho trascorso presso la Scuola di Ballo della Scala di Milano sono stati tra i migliori della mia vita, hanno dato il via al ballerino che sono oggi. C’era un’aria serena all’interno della Scuola, e si respirava l’importanza del rispetto per l’arte della danza. Con me porto sicuramente gli insegnamenti che ho ricevuto, le persone che ho incontrato e gli amici che sebbene abbiamo preso strade diverse ancora oggi sento.

Quali sono state le maggiori difficoltà e rinunce nello scegliere lo studio della danza?
La rinuncia più grande è stata la lontananza dalla famiglia, l’essere sradicato dalla realtà in cui vivevo prima, e tutto d’un tratto ritrovarmi nella caotica Milano. Però non le definisco rinunce ma scelte perché sono legate proprio alla mia volontà di diventare ed essere ballerino.

Sono sempre stati d’accordo, i tuoi familiari, con questa scelta artistica?
Sì mi hanno sempre appoggiato su questa scelta, e gli sono molto grato per tutti i sacrifici che hanno fatto per me e per il mio sogno.

Chi ha inciso in modo particolare nel tuo percorso artistico?
Sicuramente Bella Ratchinskaja per prima e il maestro Leonid Nikonov. Poi Simona Noja, Victor Fedortchenko, Nina Ananiashvili, Debora Ferrato, Sabrina Massignani, Lyuba Rahmanina e Yuri Petukhov.

Che cosa ami del mondo della danza e cosa ti piace meno?
I secoli di storia che si tramandano di generazione in generazione, da ballerino a ballerino, il rispetto verso i maestri di danza che danno il massimo nel trasmetterti le loro conoscenze ed esperienze. Metaforicamente è un passare il testimone, cosicché tu lo possa passare a tua volta alla generazione futura. Lo ritengo un valore molto profondo. Ciò che amo di meno è il confrontarmi con persone poco umili, troppo piene di sé, che innescano una competizione poco sana, infruttuosa.

Tra i ruoli che hai sostenuto fino ad oggi in quale ti sei sentito più affine?
Romeo... è stato uno dei ruoli che mi ha segnato profondamente; si parla di sentimenti puri, un ragazzo di sedici anni nella splendida Verona, che vive la sua spensierata adolescenza insieme agli amici finché incontra Giulietta e scopre l’amore, un’amore così grande, così intenso e a tratti ingenuo che alla fine lo porterà alla morte. Devi scavare a fondo dentro di te e far uscire il lato più umano, puro che hai, un ruolo che ha segnato la mia carriera e persona. Anche il principe Siegfried nel “Lago dei cigni” è stato un ruolo che ho sentito mio fin da subito, al contrario di Romeo che ha richiesto un lavoro di ricerca più profondo ed intimo.

Arrivi dalla splendida Venezia, cosa ami particolarmente di questa città?
Venezia... beh che dire è unica al mondo. Amo camminare tra le sue calli, minute, tortuose per poi ritrovarmi nella maestosità della piazza San Marco che si apre sulla laguna. L’acqua permea tutta la città ed è un tutt’uno con essa, ovunque tu volgi lo sguardo vedi che la vita scorre sulle onde come cammina sulle pietre, è quasi surreale.

Mentre di Tallinn, oggi tua città d’adozione?
Tallinn è una piccola città preziosa, a misura d’uomo, sembra di tornare in una città del Medioevo, appena varchi le porte della città vecchia. In inverno è particolarmente suggestiva quando la neve imbianca i tetti e i vicoli. Vivere a Tallinn può sembrare una scelta riduttiva, ai margini dell’Europa, ma invece è una città che ha molto da offrire.

Qual è stato lo spettacolo di danza al quale hai assistito da spettatore che ti ha particolarmente emozionato?
Lo spettacolo che mi ricordo con più emozione è stata l’esibizione di Daniil Simkin presso il Teatro Comunale di Treviso nel lontano 2007: ha ballato “Les bourgeois”, un altro pezzo chiamato “Moorhunh” e il passo a due del “Corsaro”: sono uscito dal teatro estasiato!

Attualmente fai parte della Compagnia di Balletto dell’Opera Nazionale Estone, qual è a tuo avviso il suo biglietto da visita e il punto di forza?
Siamo una compagnia prevalentemente composta da ballerini giovani, molto volenterosi che ha voglia di mettersi in gioco e migliorare con un repertorio prevalentemente classico. Facciamo numerosi spettacoli, dai due ai tre a settimana che a volte diventano quattro/cinque come ad esempio nel periodo natalizio. Questo è sicuramente molto stancante da un lato, ma ci consente di sperimentare i limiti del nostro corpo per spingerli oltre e di conseguenza migliorare. È una compagnia, che a mio avviso, ti permette di crescere e questo è uno dei punti di forza maggiori

La compagnia in passato è stata diretta da Thomas Edur ed oggi da Linnar Looris, cosa ti ha colpito nelle loro figure professionali?
Ho avuto la fortuna di poter lavorare con Thomas Edur nel biennio precedente. Da quest’anno la direzione è affidata a Linnar Looris coadiuvato dal suo assistente e braccio destro Jared Matthews. Di Thomas mi ha colpito particolarmente il suo spirito giovanile, e la voglia con cui lavorava per tirare fuori il meglio da ognuno di noi basandosi sulla sua esperienza e sulla sua brillante carriera. È stato un grande nome nel mondo della danza, e sono molto grato di aver avuto l’occasione di lavorare con lui. Linnar invece è un direttore molto giovane, esigente e con tanta voglia di far crescere la compagnia e di portare cose nuove. Bravissimo partner di pas de deux a cui tiene molto, in diverse occasioni si è dimostrato particolarmente attento e disponibile per la mia carriera dandomi la possibilità, dopo che ero stato contattato da alcuni teatri internazionali, di esibirmi come ballerino ospite nelle diverse produzioni, una cosa che non tutti i direttori consentono. Jared Matthews sebbene sia la prima stagione che lavoro con lui (anch’esso molto giovane) si è dimostrato un ballerino e maître fantastico, mi ha preparato per il ruolo del principe Siegfried nel “Lago dei cigni”, facendomi lavorare molto sulla mia capacità interpretativa oltre che alla prestazione tecnica. Ritengo che entrambi formino un team particolarmente significativo per questa compagnia. Mi sento davvero fortunato di poter maturare il mio percorso artistico sotto la loro guida.

Come si svolge una tua giornata-tipo?
Dipende se ci sono spettacoli in programma alla sera oppure no. Se non ho spettacolo mi sveglio alle 7.20 mi preparo una colazione sostanziosa per poi uscire di casa alle 8.15 e recarmi in palestra a fare un po’ di preparazione atletica per svegliare il fisico, concludendo con alcune vasche in piscina. Entro in sala danza verso le 9.45 dove eseguo esercizi di riscaldamento e stretching, per prepararmi alla lezione che inizia alle 10.30 e finisce alle 11.45. Da mezzogiorno iniziano le prove che terminano alle 17.30 con la pausa pranzo di mezz’ora (non sempre) e 15 minuti di pausa per ogni ora e mezza di prova; mentre nei giorni di spettacolo le prove finiscono massimo alle ore 15.00 per poi iniziare la performance alle 19.00.

Hai un mito nella danza, del presente o del passato, al quale ti ispiri?
Mi viene da dire Leonid Sarafanov, però ho tanti modelli di ballerino che seguo, ammiro e a cui cerco di ispirarmi come Mikhail Baryshnikov, Manuel Legris, José Carlos Martinez, Daniil Simkin, Mathieu Ganio, Vladimir Shklyarov, Roberto Bolle, Tetsuya Kumakawa. Ognuno di loro possiede un tratto distintivo particolare, e la loro unicità rende onore all’arte della danza e del balletto.

Con quale coreografo ti piacerebbe lavorare?
Boris Eifman è uno di questi, lo trovo geniale; William Forsythe, Mats Ek e, sebbene sia molto anziano, mi piacerebbe poter lavorare con Yuri Grigorovich.

Mentre con quale ballerina sogni di fare coppia in palcoscenico?
Anche qui non ne ho una in particolare, per me l’importante è che ci sia affinità così da poter creare quel qualcosa di incredibile da regalare al pubblico. Detto ciò però ho delle preferite: Alina Cojocaru, Evgenia Obraztsova, Marianela Núñez, Yolanda Correa, Svetlana Zakharova, Olga Smirnova queste sono alcune con le quali sogno di ballare un giorno.

Ti piacerebbe un domani provare anche l’esperienza della coreografia?
A volte quando ho le cuffiette alle orecchie e ascolto musica camminando per la strada o in studio mi immagino coreografie nella mia testa, ma non ho mai avuto il coraggio di farle uscire e provare a creare qualcosa. Non è una cosa che mi appartiene completamente, ma perché no, mi piacerebbe, potrei scoprire un lato di me nascosto che non conosco o ignoro involontariamente.

Che ricordi hai, in generale, legati alla tua primissima scuola di danza “Venezia Balletto” diretta da Sabrina Massignani?
Ho dei bellissimi ricordi riguardo il mio periodo trascorso a “Venezia Balletto”, è dove tutto ha avuto inizio veramente. Ringrazio molto la mia insegnante Sabrina per questo: tutte le ore spese in sala, i molteplici concorsi, gli stage. Un grazie speciale anche al maestro Oleg Grachov che mi ha seguito nella crescita. Uno dei ricordi più emozionanti è stato lo “Schiaccianoci”, mio primo spettacolo di danza classica in assoluto, mi sono divertito tantissimo facendo la variazione dell’Arlecchino (la bambola che Drosselmayer porta per la festa di Clara/Maria nel primo atto) ero piccolo ma anche in quell’ingenuità da bambino ero molto serio su quello che dovevo fare. E poi la variazione del pas de trois di “Paquita”, la mia prima variazione da Solista di repertorio classico.

Che emozioni hai provato a danzare sul palcoscenico della Scala, uno dei massimi templi della cultura e dell’arte nel mondo?
È stata un’emozione grande poter ballare, anche per pochi secondi, sul palco del Teatro alla Scala, ero al 5º corso e mi ricordo ancora la sensazione di gratitudine e incredulità salendo su quel palcoscenico. Era il 31 dicembre, i miei genitori erano arrivati da Venezia per l’occasione, e il teatro era pieno, che emozione davvero. Andai in scena su un pezzo ideato dal direttore Frédéric Olivieri dal titolo “Présentation” su musica di Carl Czerny / Études – 1848 nell’orchestrazione di Knudage Riisager.

Com’è stata l’esperienza alla Scuola prima, e poi nel Balletto dopo, all’Opera di Vienna.
Il passaggio non è stato facile, perché in scuola sei seguito in tutto mentre appena entri in una compagnia devi crearti il tuo ritmo di lavoro, studiare di più sul tuo corpo in maniera autonoma e cercare la via artistica più adatta a te. Mi sono sentito un po’ spaesato all’inizio anche perché avvertivo che stava accadendo il salto tra l’essere bambino/allievo e l’essere adulto/professionista.

Parlami di Bella Ratchinskaja, mia carissima amica e tua adorata docente?
Bella... Bella è davvero speciale, le devo davvero tutto quello che sono diventato oggi. Non ho mai conosciuto una persona così devota e così appassionata nel proprio lavoro come lei: la definisco l’enciclopedia della danza. È una forza della natura, è una Combattente con la C maiuscola, non ha avuto una vita facile e nonostante tutto, anche con quattro protesi alle gambe, lei non si ferma, continua ad insegnare con grande amore. Non trovi molte persone come lei: al primo impatto la vedi piccina, ma poi entra in sala e non vedi nient’altro, appena comincia a muoversi... non ci sono parole per descriverlo, una bellezza nei dettagli e nei movimenti che si sta perdendo purtroppo oggi giorno nel mondo del balletto. Bella è la mia seconda mamma, abbiamo avuto alti e bassi come è giusto che sia, come direbbe lei: “hai bevuto mio sangue”! Un’insegnante dura in sala ma dolce e comprensiva al di fuori, sono orgoglioso e fiero di essere stato ed essere tutt’ora suo allievo perché la sua fonte di saggezza è enorme, non smetti mai di imparare da lei. Quando ho letto quello che avevano scritto su di lei e sullo “scandalo” all’Accademia dell’Opera di Vienna, mi si è spezzato il cuore, io conosco troppo bene Bella e non avrebbe mai fatto quelle cose di cui l’accusano. A dicembre è venuta ad aiutarmi a preparare una produzione dello “Schiaccianoci” che dovevo ballare a Kiev come ospite. Non era un momento felice, mi sentivo insoddisfatto, mi sembrava di non essere capace di fare niente. C’è stato un episodio che mi ha svegliato in particolare: stavo eseguendo la variazione di “Schiaccianoci” con la maestra Bella che mi guardava e provvedeva alla musica. Quando un passo non mi era venuto, mi sono fermato arrabbiato decidendo di bloccare la prova... Bella cercava di tirarmi su di morale dicendo di riprovarci, di non smettere di lavorare ma io ero proprio in un periodo difficile e non ci fu verso di farmi cambiare idea. Quando però, vestiti per uscire dal teatro scendendo le scale, la vidi piangere, lì ho capito che lei soffriva per me. Le chiesi il perché piangesse e lei continuava a dire “no non è niente” ma io non riuscivo a vederla così e insistetti, allora lei mi disse “perché tu sei un mio bambino Francesnika e mi fa male vederti scontento e capriccioso, sei bellissimo e hai un grande potenziale, devi solo insistere, il lavoro ripaga sempre e il pubblico ha il diritto di vedere cose belle perché paga per questo, tu hai la fortuna di essere nato bello, devi solo insistere”. In quel momento ho capito il peso delle parole che mi diceva e di tutto il lavoro fatto negli anni precedenti con lei. Ancora oggi non mi perdono di averla fatta piangere, è come se le avessi mancato di rispetto sottostimando me stesso. Bella... una gemma preziosa della danza e una maestra di vita.

La compagnia estone com’è strutturata e verso quale repertorio è più incline?
La compagnia del Balletto Estone ha un programma prevalentemente classico/neoclassico con un’influenza russa, ma stanno cercando di portare cose nuove e ampliare il repertorio con qualche produzione di contemporaneo in più, ci sono cinque maître de ballet nella compagnia che si occupano delle prove, la stagione di spettacoli inizia a fine agosto e finisce verso metà giugno, ci sono dai due ai tre spettacoli settimanali che diventano quattro/cinque nel periodo invernale, specialmente sotto il periodo natalizio con le recite dello “Schiaccianoci”. Il lunedì è il nostro giorno di riposo.

Cosa ti ha spinto a lasciare la Compagnia di Balletto dell’Opera Nazionale Finlandese e cos’hai trovato di stimolante arrivando a Tallinn?
Al termine del primo anno presso il Balletto Nazionale Finlandese ho subìto un infortunio che mi ha allontanato dalle scene per sette mesi: noi giovani siamo più propensi a non ascoltare il nostro corpo e a lavorare sopra il dolore quando esso invece ci manda un segnale, dicendoci di rallentare. Devo dire che anche gli infortuni sono una parte molto importante del nostro lavoro e non del tutto negativi. Una volta tornato in Finlandia, dopo essermi rimesso completamente dall’infortunio a dicembre, ho ripreso gli allenamenti e spettacoli in programma a pieno regime, e senza effetti collaterali. La decisione di non rinnovarmi il contratto per il terzo anno venne presa a causa dell’infortunio subìto. Quella notizia mi ha molto destabilizzato all’inizio, però mi ha spinto a misurarmi con altre compagnie e a crescere ulteriormente. Tra i diversi corpi di ballo, dopo l’audizione, mi è stata offerta la possibilità di entrare presso il corpo di ballo estone. Ho scelto di impegnarmi con questa compagnia perché il repertorio mi piaceva e il direttore mi ha subito comunicato che credeva in me e che era sua intenzione spingermi su ruoli importanti. A riprova quando la stagione iniziò ero già nel cast di prova nel ruolo di Lensky nel balletto “Onegin” di John Cranko. Se io osservo quello che mi è successo posso dire che tutto accade per un motivo, l’importante è non mollare ma crederci anche nei momenti più difficili perché tutto arriva nella tua linea di tempo.

Com’è stato lavorare al fianco di Kenneth Greve, direttore all’epoca in Finlandia?
Kenneth è un uomo molto deciso, ha una personalità particolarmente forte; bravissimo partner e mi ha aiutato in questo. Mi ricordo quando a volte veniva a fare lezione con noi e usciva dal gruppo per il suo carisma e una facilità di salto notevole: sicuramente guardandolo ballare mi ha stimolato. Da due anni la direzione del “Balletto Nazionale Finlandese” è passata alla maestra Madeleine Onne.

Non hai mai nostalgia dell’Italia? Ti piacerebbe un domani rientrare e danzare in un Corpo di ballo nazionale?
L’Italia mi manca molto e ho imparato ad apprezzarla ancora di più passando tutti questi anni all’estero, l’Italia è davvero il paese più bello del mondo, tante volte ce lo dimentichiamo perché la viviamo quotidianamente e può risultare ovvia e a tratti banale ai nostri occhi ma è unica, mentirei a me stesso se dicessi che non mi manca. Mi piacerebbe molto un giorno far rientro in patria e ballare nei corpi di ballo italiani, ma sento che non è giunto ancora il momento, sento che posso apprendere ancora molto girando e conoscendo nuove realtà, e opportunità che il mondo della danza mi può offrire.

C’è stato un momento particolare della tua giovane carriera in cui hai veramente creduto che il tuo sogno di diventare un grande ballerino stava tramutandosi in realtà?
Il mio debutto nel ruolo di Romeo nel balletto di “Romeo e Giulietta”, un ruolo in cui mi rispecchio per tanti motivi, mi ricordo che ho avuto solo cinque giorni per prepararlo e mi ha lasciato dentro molteplici emozioni, alla fine della rappresentazione con tutti gli applausi e i bravo con cui il pubblico acclamava, dentro di me mi sono detto: “ci sto riuscendo, se il pubblico reagisce in questo modo allora sto facendo la cosa giusta e riesco a trasmettere la mia arte e me stesso in primis”. Detto questo io non mi reputo un grande ballerino anzi, i grandi ballerini in tutto e per tutto si contano sulle dita di una mano massimo due, io ho davvero tanto da imparare ancora e non mi conosco così in fondo come dovrei, sono un perfezionista nel lato negativo della parola e le debolezze a volte prendono il sopravvento, però mi piace fare quello che faccio e spero di raggiungere il massimo del mio potenziale per poter dire a me stesso: “sì sono un grande ballerino”.

Hai qualche trucco per tenere a bada la tensione, o gesto scaramantico prima di entrare in scena?
Dico sempre una preghiera prima di entrare in scena o faccio il segno della croce, bacio la mano e la appoggio sul palco (da dietro le quinte) come segno di rispetto e per entrare ancora di più in sintonia con esso; dopo di che gli schiaffi alle gambe e ai glutei sono d’obbligo per scaricare un po’ la tensione e ad essi aggiungo lo scrocchiare delle dita dei piedi.

Che mondo è quello della danza visto dal suo interno?
È un mondo particolare, lo definirei un mondo a sé, può essere a tratti spietato dove a volte i rapporti umani sono condizionati dalla competizione, ma ti regala tante soddisfazioni ed emozioni che culminano nella gioia di esibirti sul palcoscenico. Bisogna prestare attenzione a non cadere nell’autocritica esasperata, lo sguardo non deve indugiare troppo nello specchio ma farselo amico e cercare nei difetti/errori potenziali elementi da migliorare.

Come è arrivata la nomina a Solista?
La mia nomina a Solista è arrivata da poco, a dicembre, dopo lo spettacolo di “Schiaccianoci”, dove ho interpretato il ruolo del principe, il direttore finita la recita è venuto sul palco e ci ha fatto i complimenti per la rappresentazione, ha cominciato a dare le correzioni a me e alla mia partner e dopo di quello mi ha guardato e con un sorriso ha detto “c’è una novità, congratulazioni Francesco sono felice di darti la promozione a Solista”. È stato davvero emozionante, ho lavorato duramente per questa nomina e dentro di me avevo come dei fuochi d’artificio dalla felicità, sono momenti che ti segnano.

Qual è il più grande sacrificio che hai fatto e che farai per inseguire costantemente il tuo sogno?
Probabilmente è la lontananza dalla famiglia, essere un ballerino condiziona tutta la tua vita non solo in parte, è un modo di vivere. Però la vedo come una scelta più che un sacrificio.

Che passioni coltivi, oltre alla danza?
Sono appassionato di storia, mi piace leggere o guardare documentari di avvenimenti accaduti in passato che hanno segnato nel bene o nel male l’umanità, sono appassionato di animali e appena ho l’occasione cerco sempre qualche documentario sulla natura e sul nostro pianeta. Amo i concerti di musica classica, specialmente violino, violoncello e pianoforte, mi piacerebbe imparare a suonare uno di questi strumenti ma non voglio fare le cose a metà e siccome la danza mi porta via quasi tutta (se non tutta) la giornata lascio questa passione magari per un futuro, se ce ne sarà l’occasione.

Ogni ballerino ha un asso nella manica, che nel tempo, ne favoriscono il successo. Quali sono i tuoi?
Devo ancora scoprire quale sia veramente il mio asso nella manica, però mi ritengo un ballerino emozionale sia come capacità di vivere emozioni che di trasmetterle.

Il Teatro, in senso lato, quale essenza “magica” nasconde?
Lavorare in un teatro, con un po’ di fortuna, ti permette di viaggiare sia fisicamente perché puoi calcare palcoscenici internazionali e conoscere l’anima del pubblico che cambia da nazione a nazione; poi metaforicamente perché ogni balletto ti immerge in una realtà diversa secondo le intenzioni originali, ad esempio ballando il “Don Chisciotte” ti ritrovi in Spagna, mentre ballando “La Fille mal gardée” sei in Francia, oppure “Lo Schiaccianoci” in Germania, “Romeo e Giulietta” a Verona nella bella Italia, lo recepisco davvero magico come aspetto.

Cosa ti senti di dire ai giovani che coltivano il sogno verso un futuro da professionisti tersicorei?
Vorrei dire loro di inseguire il proprio sogno con molta umiltà e mai sentirsi arrivati perché non sarebbe nient’altro che la fine della carriera. Vorrei dir loro di avere sempre la voglia di imparare, di aprire gli orizzonti a 360° perché il mondo della danza è in continuo cambiamento. Vorrei dir loro di non sentirsi più bravi di altri perché ce ne sarà sempre uno più bravo di te. Vorrei dir loro di essere sempre umili, e usare il talento con giudizio, il talento da sé non fa niente senza la testa, il talento è una pietra grezza ma usando la testa può diventare uno splendido diamante. E la cosa più importante “portare rispetto per quest’arte che ci unisce e ci sa dare tanto”.

Michele Olivieri

Ultima modifica il Martedì, 31 Marzo 2020 20:33

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