sabato, 04 luglio, 2020
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INTERVISTA a RAFFAELE PE - di Michele Olivieri

Raffaele Pe. Foto Ribaltaluce Studio_Nicola Dal Maso Raffaele Pe. Foto Ribaltaluce Studio_Nicola Dal Maso

Raffaele Pe è oggi il controtenore italiano più richiesto, conteso da direttori, orchestre e gruppi non solo barocchi. Il suo repertorio spazia dai capolavori del Recitar Cantando all’opera del Settecento, e ancora più su, fino al Novecento di Benjamin Britten (di cui ha interpretato il ruolo di Oberon nel suo “Sogno di una notte di mezza estate” al Teatro Ponchielli di Cremona nel 2016). Collabora con musicisti del calibro di Jordi Savall, William Christie, John Eliot Gardiner, per citare solo i primi che hanno intuito le potenzialità di questo artista, coinvolgendolo in progetti musicali internazionali. Inizia all’età di sei anni gli studi di canto ed organo nella città natale, come ragazzo cantore nella Cappella Musicale del Duomo di Lodi; continua i suoi studi giovanili a Londra con Colin Baldy, diventando in seguito membro del “Monteverdi Apprenticeship Scheme”, progetto per giovani artisti lanciato da John Eliot Gardiner nel 2012. Perfeziona la tecnica vocale a Bologna con il tenore Fernando Opa Cordeiro. Molto attivo nella riscoperta del repertorio e degli interpreti italiani meno frequentati del periodo barocco, ha dedicato il suo primo disco solista, “The Medici Castrato” edito nel 2014 dalla casa discografica Glossa, al cantante Gualberto Magli, primo esecutore dei ruoli della Musica e della Speranza ne “L’Orfeo” di Claudio Monteverdi. Nel 2018, sempre per la Glossa, viene pubblicato un altro suo recital in disco, “Giulio Cesare - A baroque hero” legato alle trasposizioni operistiche settecentesche del ruolo di Giulio Cesare in Italia: tale recital vince nel 2019 la prima edizione del “Premio Franco Abbiati della critica musicale italiana” legata alla critica discografica. Per sottrarsi alle frenesie del mercato, nel 2015 fonda La Lira di Orfeo, ensemble dedito alla riscoperta in tempi moderni del repertorio vocale antico e barocco in residenza artistica a Lodi. Nello stesso anno, con la sua partecipazione ai “Carmina Burana” all’Arena Opera Festival, diventa il primo controtenore invitato ad esibirsi all’Arena di Verona, dove ritorna per cantare nella stessa produzione replicata nel 2016 e nel 2019, diretta l’ultimo anno da Ezio Bosso. In Italia si è esibito presso l’Arena di Verona, il Gran Teatro La Fenice, il Teatro Malibran di Venezia, il Maggio Musicale Fiorentino, il Festival della Valle d’Itria, il Teatro Verdi di Pisa, il Teatro Manzoni di Bologna, il Teatro Grande di Brescia, il Teatro Ponchielli di Cremona, il Teatro Fraschini di Pavia, il Teatro Romolo Valli di Reggio Emilia, il Teatro alle Vigne di Lodi. A livello internazionale è stato ospite presso il Glyndebourne Opera Festival, il Theater an der Wien, la Philarmonie di Berlino, il Concertgebouw di Amsterdam, l’Opéra di Versailles, il Teatro Real di Madrid, il Palau de la Musica Catalana di Barcellona, il Teatro Colon di Buenos Aires, lo Spoleto US Festival, il Festival internazionale Händel di Halle e Göttingen, il Grange Opera Festival. Nel 2019 riporta in scena tre opere in prima rappresentazione assoluta in tempi moderni: è protagonista dell’Arbace, pastiche composto da Händel con musiche di autori vari (tra cui Vinci, Hasse e Porta), e nell’Orfeo di Nicola Porpora al Festival della Valle d’Itria, altro centone composto per il grande castrato Farinelli; infine, al Teatro Verdi di Pisa è il primo controtenore a riprendere il ruolo di Acrimante ne “L’empio punito” di Alessandro Melani, la prima opera lirica basata sul mito di Don Giovanni. Nel 2020 è il primo controtenore a cantare in Italia il ruolo titolo di “Rinaldo” di Händel nella storica produzione di Pier Luigi Pizzi in scena all’Opera di Firenze.

Carissimo Raffaele, sono noti i tuoi inizi presso la Cappella Musicale del Duomo di Lodi, ma i primissimi ricordi legati alla musica e al canto a cosa ti riportano?
Senza dubbio il canto di mia mamma a casa. La nonna le aveva passato un grande amore per la musica e il canto. La nonna stessa sembra cantasse molto bene e ammaliasse tutti con la sua voce nel suo paese di origine vicino a Sarzana. Io le penso sempre quando canto.

È stata una scelta personale cantare nel coro o già qualcuno supportava e credeva nelle tue doti vocali?
I miei genitori hanno sempre voluto che il mio rapporto con la musica fosse sereno, gratuito, più un divertimento che una costrizione, seppur da affrontare con disciplina e responsabilità. Sentivo di possedere il canto come modo naturale di esprimermi, in cui riconoscermi, e cantare in coro con tanti amici della stessa età è stata un’esperienza bellissima.

In qualche modo la tua fanciullezza è legata anche alle canzoni degli alpini, quale nostalgia provi per quegli anni?
Questa è la tradizione di mio padre. Ne ho sentite molte da bambino, cantate da lui e dagli zii...A volte mi manca quella spontaneità e la grande espressività e asprezza del dialetto. Forme sonore popolari forse lontane dal nostro sentire di oggi ma di cui la musica barocca non era per nulla scevra...

Non sei l’unico in famiglia ad aver scelto l’arte, se non sbaglio anche tuo fratello è un musicista?
È vero, devo molto a mio fratello Alberto, più grande di me di dodici anni. Da lui ho imparato molto, ma soprattutto ho ricevuto in regalo il primo pianoforte (da usare in comune), che desideravo suonare sin da bambino, e moltissimi dischi dei suoi anni che oggi diremmo storici.

Dal flauto, al pianoforte per giungere maestosamente all’organo. Che evoluzione ha avuto la tua personale formazione?
Il problema è sempre stata la voce! Tutti questi strumenti implicano un particolare controllo dell’aria, potremmo dire del fiato…

La scoperta del barocco cosa ha in generato in te?
Sin dai primi ascolti da giovanissimo mi è risultata una lingua congeniale, incessante e profondamente emotiva, ingenua e perturbante al tempo stesso, come per molti tra i miei primi ascolti c’è stato Vivaldi.

Perché, a tuo avviso, in un tempo così tecnologico e multimediale il repertorio barocco rimane ancora inedito e per certi versi sconosciuto ai più?
Il barocco è la gemma più preziosa e più rara, non può essere di tutti...

Cosa ricordi della tua prima audizione da controtenore?
La prima con Gardiner molto bene...anche se ero terrorizzato! Sono state quelle dopo a essere difficili. Ogni progetto a cui ho partecipato in questi anni è stato un gradino in più nella sfida tecnica e delle persone che dirigono questo ambito artistico.

A cosa ti sei costantemente ispirato per il prosieguo della carriera e della professione?
Sempre e solo alla musica. Si inizia con lei e si finisce con lei. A volte è un passaggio melodico, un verso poetico, una progressione, un ritmo. La musica quando è veramente bella sa sempre come rapirti e ti mostra la strada.

L’amore e la passione per il canto sono così forti ed è quanto basta (oltre agli affetti) per godere appieno della vita?
È come se ci è dato un canale speciale per sentire e comunicare. Una lingua che a noi spiega il mondo con chiarezza, purtroppo non accessibile a tutti.

Per chi non li conoscesse, chi sono, Graham Vick e William Christie?
Due monumenti del teatro attuale. Considero Vick un maestro assoluto che mi ha insegnato a interpretare un ruolo. Christie ha dato un contributo insostituibile nella riscoperta della tragedia lirica e dell’opera barocca francese, un patrimonio musicale inestimabile.

Della musica di oggi cosa apprezzi e cosa invece non ti piace?
Ne ammiro la varietà ritmica e in certi casi melodica. Molto meno le implicazioni armoniche purtroppo e i suoi testi quando sono superficiali e ripetitivi (cioè nell’80% della musica popolare di oggi).

In questo momento non facile per il nostro quotidiano cosa rappresenta, metaforicamente, il “Pianto della Madonna” di Monteverdi, quali sfumature e quale tessuto ritroviamo?
Hai scelto Michele uno dei brani per me più significativi! Come sai è una trasposizione sacra del lamento di Arianna scritto da Monteverdi per l’interpretazione della sua affezionatissima figlioccia Caterina Martinelli mancata giovanissima in prossimità della storica prima esecuzione dell’opera nel 1608. Raramente musica e vita hanno prodotto un’opera così incisiva, che tra l’altro diventa ancora più significativa nel suo riflesso, cioè quando il rapporto madre-figlio sotto la croce è raccontato nel “Pianto”.

Perché consigliare i nostri lettori ad ascoltare “L’Orchestre de Louis XIV e XV di Jordi Savall”?
È il disco del vero suono barocco, non per la sua attinenza rispetto all’ortodossia filologica, ma per la sua opulenza e floridezza di colori. Impossible resistergli.

Per chi non conoscesse il mondo musicale in ogni suo tecnicismo vogliamo specificare il significato di controtenore?
Dico sempre provocatoriamente che è un tenore che canta nel registro sovracuto.

Come nasce l’ensemble “La Lira di Orfeo” e quali sono state le maggiori soddisfazioni raccolte fino ad oggi?
Sentivo il bisogno di fare musica con l’aiuto di un gruppo di strumentisti che assecondasse il mio modo di interpretare questa musica e cerco sempre, di programma in programma, gli interpreti umanamente più adatti. E soprattutto di seguire il tempo della mia ricerca. Lo studio ha bisogno di tempo e non sempre il sistema della musica della musica dal vivo te lo riconosce. È stato bellissimo vedere l’evoluzione dell’ensemble, da un piccolo gruppo da camera per “The Medici Castrato” con cui ho debuttato a Berlino, fino ad una grande orchestra barocca con “Giulio Cesare” con cui ci esibiremo a Wigmore Hall tra gli altri luoghi. Prevedo ancora numerosi magnifici sviluppi nei prossimi anni.

Discograficamente “Giulio Cesare, un eroe barocco”, è stato un successo internazionale sia di pubblico che di critica, in questa operazione cosa ti ha gratificato particolarmente?
Il fatto che con il programma si sia riconosciuto il valore unico e originario del milieu italiano di compositori e titoli d’opera del Settecento rispetto ai contributi conseguenti e più noti di autori come Handel e Mozart.

Nel barocco si trovano differenti e molteplici ambiguità, ma anche estrosità, fantasia e bizzarrìa. I richiami al classicismo e al suo linguaggio però permangono come punto di riferimento dell’artista, o sbaglio?
Credo che l’artista sia vocato per definizione all’olimpico, all’apollineo, e la sua arte debba essere così sublime da non eliminare il sentimento talvolta oscuro che la produce, bensì da modellare quest’ultimo, di piegarlo a sé, perché l’apollineo sia veramente vivo e sostenuto da un’energia ruggente.

Che tipo di lavoro hai forgiato sulla tua vocalità per raggiungere così alti livelli interpretativi, tanto da essere riconosciuto oggi come uno tra i migliori controtenori al mondo?
Paradossalmente è stato un lavoro fisico più che musicale. Non ritengo di essere giunto alla fine di questo percorso, ma sono certo che la via della consapevolezza muscolare dell’emissione ha dato e darà frutti più di ogni altro mezzo. È un lavoro che richiede enorme pazienza e capacità di uscire da se stessi per ascoltarsi. Questo il più prezioso consiglio del mio maestro Fernando Opa.

Quanto è importante mantenere un rigoroso legame con la tradizione, pur nella modernità dei tempi che avanzano?
La tradizione significa riconoscere la propria origine, i propri “genitori” nell’arte, i propri legami antichi, i retaggi. Per quanto la giovinezza spinga per rompere questo legame loro sono sempre lì a ricordarti chi sei stato, e sarà sempre un legame insostituibile. In ogni tempo.

Che nesso intercorre nel repertorio barocco tra musica e parola?
Per i barocchi tutta la musica nasce dalla poesia. Meglio, tutto il linguaggio che sia degno di essere espresso deve essere musicale... Un sogno!

Come ti prepari per l’introspezione ad un nuovo ruolo?
Molto studio bio-bibliografico, ma anche molta attenzione al carattere musicale che il compositore imprime nel personaggio. A volte i suggerimenti sono particolarmente evidenti, altre volte solo piccoli accenni. Ma sono proprio questi a fare dell’interpretazione qualcosa di vivo e significativo.

L’enigmatica vocalità dei castrati, molto probabilmente era più legata alla loro ambiguità da parte dello spettatore piuttosto che ad un’attenta valutazione artistica. Come mai la storia ci insegna che il diverso attira sempre, nel bene o nel male?
Penso ancora che si tratti di rispondere alla domanda cosa fosse “apollineo” per i barocchi, cosa è “apollineo” per noi oggi.

Quanto ha ancora da dire il barocco ai tempi nostri?
Come tutti i grandi movimenti artistici di ogni tempo non si esaurisce mai la sua significatività per il presente. Se poi ci mettiamo che è stato anche uno dei più prolifici per definizione e ancora in gran parte da approfondire...

Quanto studio ti accompagna quotidianamente per mantenere un registro di altissima qualità?
La mia attenzione è molto dedicata al lavoro fisico. Non canto ore e ore, piuttosto preferisco essere ben riscaldato prima di aprire bocca. È una forma anche di rispetto verso lo strumento che richiede di essere usato con coscienza.

Come nella danza, mia materia elettiva, anche la tecnica belcantistica oltre ai virtuosismi deve saper fondere le capacità espressive, interpretative e di interiorizzazione. Qual è il tuo segreto a riguardo?
Amo la danza e credo che oggi sia la forma d’arte alta più diretta e entusiasmante per qualsiasi pubblico. Mi piace pensare il canto come una danza: richiede la stessa prestanza fisica, cura del movimento e struggente emotività... ma solo per chi guarda da fuori!

Quali opere ti piacerebbe riscoprire e portare in scena?
Ce ne sono troppe! Ora sto lavorando ad un titolo che non posso anticipare perché molto probabilmente andrà proprio in scena. Voglio essere scaramantico... ma ti posso dire Michele che siamo a Parigi alle ultime propaggini del Settecento...

I tuoi interessi verso la musica contemporanea da quali presupposti nasce, con il tuo ensemble dedicate spazio al panorama attuale, ma la scelta come avviene?
La musica contemporanea per me è una questione irrisolta e quindi una sfida artistica ancora da vincere. Come può un tempo storico non possedere fino in fondo una propria musica, un linguaggio sonoro che lo rappresenti in modo unanimemente riconosciuto? Da qui la nostra ricerca che ha coinvolto anche compositori attualissimi ma sempre in continuità con gli antichi.

Cosa ti lega e ammalia di Monteverdi?
Monteverdi è facile e difficilissimo, è snello e denso, è così fragile ma vive di spazi immensi, dottissimo e ingenuo. Un vero enigma.

Il complimento più bello ricevuto dal maestro Pierluigi Pizzi?
Alla fine della prima di Orfeo a Martina Franca mi ha detto: “quando canti arrivi al cuore, non è da tutti”.

L’Alessandro Severo di Händel di cosa parla e quali sorprese ti ha donato?
Adoro quest’opera purtroppo quasi mai eseguita in tempi moderni. Libretto equilibrato e intelligente, personaggi molto credibili, musica straordinaria e senza prestiti interni con grandiosa varietà di metri e innovazioni formali. Una vera chicca per gli amanti di Händel.

Spesso si legge ancora, falsettista, contraltista e sopranista per definire gli artisti di sesso maschile che cantano nel registro femminile. Perché non si fa un uso corretto e più rispettoso della terminologia?
È molto difficile perché ancora c’è una certa confusione e il percorso storico non è completato. Il controtenore è nell’immaginario collettivo un registro “recente” e come per il soprano quando in passato si diceva dessus, superius, primo, canto e poi si è scelto di dire soprano per intendere tutti questi casi, così mi sembra che la parola controtenore si stia confermando come unico raccoglitore semantico di questi diversi approcci.

La base della tua ricerca, in ogni fase del percorso sia formativo che professionale, su cosa si fonda?
Sensazioni più che certezze... Non so come spiegarlo ma è così! Negli anni ho imparato a fidarmi di più di quello che sentivo a prescindere dagli altrui percorsi. Non è un percorso facile comunque.

Il film dedicato a Farinelli quanto ti è piaciuto?
Ne ho visto solo delle parti. Mi piacciono molto le ricostruzioni storiche, forse ho preferito film come “Vatel” o “Tutte le mattine del mondo”.

Del periodo trascorso a Londra con Colin Baldy e Nicholas Clapton, partecipando anche a masterclass di perfezionamento con Sarah Walker, James Bowman e Sonia Prina, cosa ti porti nel bagaglio esperienziale?
Il mondo anglosassone ha indubbiamente il pregio di aver coltivato il repertorio barocco senza soluzione di continuità dal passato al presente, un po’ come hanno fatto con la loro monarchia. Ho fatto esperienze musicali bellissime ma decisivo per il mio percorso artistico è stato il rientro in Italia.

Che specificità ti ha richiesto il ruolo di Nerone nell’ Incoronazione di Poppea di Monteverdi?
Nerone è un ruolo di soprano singolarmente scritto anche più acuto di quello della protagonista femminile Poppea. Come convogliare in questa tessitura un suono virile, saldo, imperiale? È curioso ma la musica che Monteverdi destina a questo personaggio non accenna mai alla sua presunta pazzia, piuttosto alla sua maturità ed eleganza, il suo amore è genuino quasi. Questo mi ha molto colpito e ho cercato di farne la sua cifra stilistica nella mia interpretazione.

Come siete stati accolti, con La lira di Orfeo, alla Philharmonie di Berlino?
Ricordi bellissimi. Mi emoziona ancora pensare all’attenzione fortissima del pubblico per la musica sconosciuta che presentammo. Fu una vera scoperta per tutti.

Domenico Scarlatti, viene cronologicamente classificato come un compositore barocco, anche se la sua musica è stata di riferimento nello sviluppo dello stile classico, e conosciuta ed ammirata dai musicisti successivi, romantici compresi. La sua produzione più nota consiste nelle 555 sonate per clavicembalo, pur avendo scritto numerose opere, musica sacra, per ensemble da camera e organo. Perché oggi viene ricordato e portato in scena raramente, soprattutto nel nostro Paese?
Credo che il motivo sia che il padre Alessandro, nume tutelare assoluto per chi vuole comprendere cosa sia lo “stile” italiano, sia pure in attesa di una riscoperta globale della sua opera per il teatro. Purtroppo imbattersi in queste figure significa aprire cataloghi immensi per ciascun compositore...

Il Settecento in musica che periodo è stato sotto il profilo stilistico?
È il secolo degli stili, quantomeno per l’Italia. Forse il periodo storico con la più grande variazione linguistica in musica con cambiamenti a volte a cadenza quinquennale, quasi di pari passo col mutare delle stagioni teatrali. Spesso leggiamo il barocco come una grande scatola ma più lo si approfondisce e più si nota una ricerca incessante di novità.

I tuoi inizi da bambino si rifanno a Palestrina, Monteverdi, Händel, l’entrare in quel coro è stata la tua prima grande esperienza nella musica, lo stare sul palcoscenico o comunque al centro della scena, lo stare con i cantanti e con l’orchestra. Come vivi oggi la popolarità?
È bello sentire che quello che fai, ha senso per molte persone e che il tuo contributo può essere significativo, anche in questi tempi difficili...

Per diletto ha cantato la Regina della Notte?
Me lo hanno già chiesto e col sorriso dico candidamente di no...

Leggo che il termine barocco, deriva da tre sillabe (ba-ro-co) per sintetizzare nella scolastica medievale un sillogismo della ‘seconda figura’, o dal francese baroque con riferimento ad una perla irregolare, l’italiana ‘scaramazza’, o dallo spagnolo barueco, o dal portoghese barroco, con evidente significato derisorio con cui viene utilizzato. Dalla tua visione e dai tuoi studi perché inizialmente il termine ha avuto un senso così negativo?
Non credo fosse un termine così dispregiativo per gli antichi, forse diversivo, però sicuramente lo ė diventato nel pensiero comune moderno dopo la propaganda rinascimentalista di Gentile. Come biasimarlo? Ma ogni piega dell’essere e dell’arte è degna di essere raccontata, specialmente nel nostro Paese.

Per avere un buon approccio teatrale il tuo repertorio necessita anche di recitazione e forza drammatica. Una buona formazione comprende la tecnica vocale, il repertorio, ma anche la pratica teatrale. Un insieme di integrazioni che si completano a vicenda ma che risultano imprescindibili?
È vero! Difficile da spiegare ma spesso una buona interpretazione diremmo attoriale aiuta a trovare il giusto appoggio anche nel canto. Per i lirici l’integrazione tra queste arti è necessaria, non solo auspicabile.

Ti piacerebbe insegnare la tecnica da controtenore o adesso è ancora troppo presto?
Sinceramente sento di non aver ancora esaurito la mia ricerca personale e ritengo l’insegnamento un mestiere troppo delicato. Magari in futuro...

Ritorniamo sul Belcanto, ciò che ti distingue dagli altri controtenori è sicuramente una formazione di tradizione nel solco di quella del Settecento italiano. Non possiamo dimenticare che i primi maestri di canto sono stati quelli del Barocco italiano, tra cui Vinci, Porpora, Tosi, Leo?
Metterei avanti a tutti Porpora. Sebbene non abbia lasciato un trattato di canto, il suo contributo si legge con una certa precisione nella sua scrittura di compositore, ma ancora di più nella pagina capitale della “Apoteosi della Musica nel regno di Napoli...” in cui l’autore Giuseppe Sigismondo riporta il decalogo degli insegnamenti che Porpora gli impartì a Napoli al rientro dalle fortunate stagioni londinesi. Un testo di valore straordinario per i cultori. Non dimentichiamo che fu maestro dei massimi cantanti dell’epoca tra cui Farinelli.

Oggi che idea rimane al pubblico del Belcanto, forse un sentimento di nostalgia nei confronti di un passato glorioso?
Spero piuttosto che rimanga il senso di una materia artistica di grande valore a cui possiamo ridare forma dopo tanti secoli di dimenticanza.

Come si raggiunge la perfetta estensione vocale?
Molto lavoro tecnico e qualche segreto...

Manuel Patricio Rodríguez García nel suo “Trattato completo dell’arte del canto” ha suddiviso la voce in quella di petto, di falsetto e di testa. A tuo avviso, perciò, è giusto sostenere che il controtenore si trovi nel mezzo, per così dire un intermedio?
Il mio registro chiede una fusione tra registro di petto e registro di testa. Il coinvolgimento della falsa corda sarebbe improprio e a lungo termine controproducente ai fini dell’intonazione, della proiezione e della varietà di colore.

Che colore daresti Raffaele alla tua voce?
Come piaceva a Rossini, ambisco a un colore scuro, rotondo, più possibile morbido e omogeneo...

Vibrato sì o vibrato no, in epoche diverse esistevano scuole di pensiero discordanti a tal proposito?
Il vibrato è la conseguenza necessaria di una corretta emissione vocale. Lo sapevano bene anche gli antichi, abbiamo moltissime testimonianze al riguardo già a partire dal Cinquecento.

Il sogno di cantare alla Scala quanto è forte in te?
Mi piacerebbe molto dare il mio contributo in questo teatro, ma mi piacerebbe farlo con un progetto preciso, pensato intorno a me e alle mia ricerca, per poter davvero dare il massimo...

Nel nostro paese c’è tanta anima, tanto cuore e tanta passione; come far amare maggiormente la musica, il teatro, l’opera, la danza, il balletto, agli italiani? Hai una tua ricetta personale?
Oggi più che mai gli italiani si stanno accorgendo che il Dna culturale del nostro Paese, e quindi la sua storica civiltà, è l’unico mezzo rimasto per riconoscersi italiani dopo questa crisi e ripartire. Ai politici spetterà il compito di scegliere come ottimizzare questo patrimonio, ma ciò che più conta è che tutti siano consci di questo retaggio, e quindi che tutti in Italia siano alfabetizzati su questo. L’attenzione sarà molto rivolta ai grandi divulgatori, chi sarà capace di portare lo “specialissimo” all’attenzione della massa, l’antichissimo alla cura dei moderni.

Michele Olivieri

Ultima modifica il Martedì, 07 Aprile 2020 10:25

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