lunedì, 25 maggio, 2020
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INTERVISTA a ALICE GIROLDINI - di Francesco Bettin

Alice Giroldini. Foto Manuela Giusto Alice Giroldini. Foto Manuela Giusto

Umiltà e determinazione, ma ancor di più forse sana passione e coinvolgimento sono alcune delle caratteristiche che Alice Giroldini, attrice, parmense, ha dentro di sé, determinanti per proseguire e svolgere al meglio questo mestiere così difficile e spesso, in questo nostro paese, così poco valutato. Ma la tenacia e l’impegno sono sempre pagati, e i risultati prima o poi, arrivano. Come ad esempio, una bella parte ne “I Fratelli Karamazov” con Glauco Mauri e Roberto Sturno.

Come hai scoperto la passione per il teatro, e come, da Parma, ti sei avvicinata al teatro professionista?
Ero una bambina quando ho deciso che avrei fatto l’attrice. È la risposta più banale e ovvia ma è la verità.Non so cosa o chi mi abbia messo in testa questa strana idea… ricordo che un giorno chiesi a mia mamma: “Come si diventa attore, mamma?” e mi rispose che servivano tanti anni di studio, e che bisognava fare l’Accademia di arte drammatica. Ma era il mio pensiero fisso e il sogno più grande. Feci così corsi amatoriali di teatro fin dalle medie, poi al Liceo, fondando anche una compagnia, “I Funamboli”, dove spesso i nostri spettacoli erano interamente improvvisati, non c’era nulla che poteva fermarci, volevamo comunicare. Alla fine sono entrata alla scuola del Teatro Stabile di Genova, nel frattempo ero riuscita a laurearmi. Il sogno si era avverato.

Avevi un mito teatrale in mente, qualche attrice che seguivi particolarmente?
Per tutta la mia infanzia e adolescenza qualsiasi attrice incontrassi o vedessi diventava immediatamente un mito da seguire proprio in quanto attrice. Col tempo ho iniziato a sviluppare un mio gusto personale, che però non si orientava esclusivamente verso il genere femminile. Anzi, molti attori sono stati e sono dei miti per me. Sicuramente Monica Vitti è un’attrice che mi ha sempre emozionato. Poi Anna Magnani e Giulietta Masina, così come Maria Paiato, un’attrice eccezionale da cui vorrei imparare tutto. Anche attrici giovani e con meno esperienza però.

Un tuo parere sulla situazione teatrale italiana?
Questa domanda richiederebbe un dialogo più che una semplice risposta. Credo ci sia il rischio che il teatro in Italia sempre più si fermi accontentandosi di quello che già c’è, dinamiche di scambio, contributi non equamente distribuiti, scelte dettate da quantità e giochi di potere antichi e difficili da scardinare. Ma se ci si guarda intorno si scopre che ci sono compagnie e centri teatrali che coltivano una propria ricerca artistica,con una rete collaborativa, e inscenando spettacoli che indagano la società con cura e impegno.

Fiduciosa di un rinnovamento, allora.
Ci sono eserciti di attori che insieme marciano verso un cambiamento di tutto il sistema, l’idea è di formare una vera e propria categoria riconosciuta che abbia diritti e tutele. Sono piena di fiducia, la responsabilità adesso è nostra.

Qualche esperienza che ti ha segnato in modo particolare?
Ce ne sono tante, sia professionali, che personalmente. Penso alla mia prima scrittura in una grande produzione di un teatro nazionale, emozionata e pietrificata dalla paura. Un passaggio fondamentale per la mia carriera e la mia vita, per la persona e per l’attrice che sono oggi. Mi hanno aiutato sia gli aspetti negativi che positivi, gli uni che mi hanno fatto crescere facendomi capire il teatro che voglio fare, gli altri con la solidarietà e la relazione autentica e unica che si può costruire in scena: quei colleghi più grandi di me sono stati dei maestri e dei fratelli, forse non lo sanno ma gliene sono molto grata.

Il teatro, per la tua vita, come lo puoi definire?
Il mestiere che amo e che sono molto fortunata di poter fare. Porto nella vita le scoperte che faccio in scena e porto sul palco quello che ho vissuto, uso una cosa per arrivare all’altra. Parlo di fortuna perché per me è un gioco, ed è una fortuna poter giocare tutti i giorni, seriamente. Certo è un lavoro che comporta anche tanti sacrifici, non sai cosa sarà di te nei prossimi sei mesi, dove sarai e se lavorerai, non sei tutelato e a volte ti senti perso. Ma quando arrivo in teatro e vedo quel palco tutto per noi, uno spazio vuoto da poter riempire con una storia che sarà ogni sera diversa, perché non è mai uguale anche se è la stessa storia, ogni sera avverrà di nuovo in un altro modo. Le persone che assistono sono sempre diverse e già questo fa si’ che sia tutto diverso, ogni volta. Allora dentro di me qualcosa cambia e sono felice. Il teatro per la mia vita è un’occasione, una possibilità di migliorarmi, e uno sprone per riflettere sui temi dello spettacolo che sto portando in scena.

Un testo che ti piacerebbe interpretare?
Da anni sogno di fare “Il gabbiano” di Cechov, e Giovanna d’Arco. E quello che oggi continuo a studiare, “L’anima buona di Sezuan” di Brecht, una fiaba che si rivela grande metafora della società umana.

Un regista con il quale lavorare?
Almeno tre: Claudio Tolcachir, Declan Donnelan e Milo Rau. Cinema e tv, sogni ambiti o è il teatro che vince su tutto? E’ il teatro. Come spettatrice amo molto il cinema, ma sinceramente non so se sarei capace, dovei fare pratica e studiare. Si tratta di mondi completamente diversi e anche il lavoro dell’attore all’interno di queste due diverse situazioni è diverso ed è regolato da diversi mezzi espressivi. Mi è capitato di fare qualche piccola parte in video, ma niente di serio. Ad oggi mi piacerebbe iniziare ad avvicinarmi anche al mondo del cinema, chissà, vedremo…ma per me il teatro vincerà sempre su tutto.

Francesco Bettin

Ultima modifica il Sabato, 11 Aprile 2020 10:30

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