venerdì, 29 maggio, 2020
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INTERVISTA a RICCI/FORTE - di Michele Olivieri

ricciforte. Foto Angelo Cricchi ricciforte. Foto Angelo Cricchi

ricci/forte (Artistes Associés au Théâtre de l’Archipel, Scène nationale de Perpignan, France). Stefano Ricci e Gianni Forte si formano all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio d’Amico con Luca Ronconi e alla New York University con Edward Albee. Vincono i Premi “Biennale Venezia”, “Hystrio”, “Vallecorsi”, “Fondi-La Pastora”, “Studio 12”, “Oddone Cappellino”, per la Drammaturgia e il Premio “Gibellina/Salvo Randone” per il Teatro. Vincono il Premio della Critica Musicale “Franco Abbiati 2018”, come miglior regia, per l’opera “Turandot”. Lo spettacolo “STILL LIFE” vince l’Oscar del Teatro come migliore spettacolo straniero presentato al Festival Teatro Mercosur di Cordova (Argentina), 2017. ricci/forte rappresentano la scena italiana a Rouen (Scène Nazionale Petit-Quevilly/Mont-Saint-Aignan), Marsiglia (Festival Act0ral), Nantes (Le Lieu Unique), Parigi (Teatro MC93 e Nuovo Teatro di Montreuil), Barcellona (Teatro Lliure, 2017). Partecipano a diversi Festival internazionali in Belgio (Les Halles, Bruxelles), Francia (La Ménagerie de Verre e Artdanthé, Parigi; Europe&Cies, Lione), Croazia (ZKM, Zagabria; IKS, Spalato), Slovenia (Mladi Levi, Lubiana), Romania (Underground Theatre, Arad), Inghilterra (Lingering Whispers, Londra), Germania (New Plays from Europe, Wiesbaden; Glow, Berlino), USA (NYI, New York), Moldavia (BITEI, Chisinau), Bosnia-Erzegovina (MESS, Saraievo), Spagna (Teatro Valle-Inclàn e Escena Contemporanea, Madrid; Centro Parraga, Murcia), Turchia (New Text New Theater, Istanbul), Portogallo (Almada, Lisbona), Russia (Territory, PLATFORMA, NET, Mosca), Brasile (FILO, Londrina), Messico (FIC, Guanajuato; FIAC, León), Argentina (Festival Internacional de Teatro Mercosur, Córdoba), Uruguay (FIDAE, Montevideo). Nel 2006 va in scena “TROIA’S DISCOUNT”. Nel 2007 ricci/forte vengono invitati dall’Ambasciata di Francia per “Face à Face” con Olivier Py. Al Festival Internazionale Castel dei Mondi portano “METAMORPhOTEL” e la prima parte del progetto “WUNDERKAMMER SOAP”. Nel 2008 debutta “100% FURIOSO”. Prodotto dal Teatro di Roma, “PLOUTOS” (da Aristofane), regia di Massimo Popolizio, ottiene il premio della Critica come miglior testo Biennale Venezia Teatro 2009. “MACADAMIA NUT BRITTLE” debutta al Garofano Verde. “ ‘ABBASTARDUNA”, regia di David Bobée, è al Théatre des Bernardines, Marsiglia. In coproduzione col CSS di Udine, presentano “PINTER’S ANATOMY”. Nel 2010 la Fondazione Alda Fendi ospita la performance “SOME DISORDERED CHRISTMAS INTERIOR GEOMETRIES”. Nel 2011, con il sostegno del Teatro Pubblico Pugliese, debutta “GRIMMLESS”. All’Espace Malraux Scène Nationale di Chambery e al Théatre Les Ateliers di Lione viene presentata l’edizione francese di “MACADAMIA NUT BRITTLE”, regia di Simon Delétang. L’edizione integrale del progetto “WUNDERKAMMER SOAP” approda, coprodotto, al Romaeuropa Festival. Nell’Ottobre 2012 “IMITATIONOFDEATH” debutta a Romaeuropa Festival, co-produttore insieme al Festival delle Colline Torinesi e al CSS Teatro Stabile di Innovazione del FVG, e rimane in cartellone per quattro settimane in stagione al Teatro MC93 di Bobigny, Parigi. “STILL LIFE” (2013) è al Teatro Argentina di Roma, giugno 2013. Nuova edizione di “100% FURIOSO”, produzione russa del Gogol Center Theatre e Platforma, è al NET Festival di Mosca, ottobre 2013. “DARLING (ipotesi per un’Orestea)” debutta al Romaeuropa Festival, ottobre 2014. Nel 2014 ricci/forte dirigono come Maestri la XXIII edizione dell’École des Maîtres (corso internazionale di perfezionamento teatrale itinerante per attori europei di Francia, Belgio, Portogallo, Croazia e Italia) presentando “JG MATRICULE 192102”, un omaggio a Jean Genet. Nel settembre 2015 scrivono e dirigono “A CHRISTMAS EVE”, un’opera lirica sul tema delle violenze familiari che debutta a Spoleto. Nel dicembre dello stesso anno, coprodotto dal CSS Teatro stabile di Innovazione del Friuli Venezia Giulia, presentano la nuova creazione in site-specific “LA RAMIFICAZIONE DEL PIDOCCHIO”, omaggio a Pier Paolo Pasolini. Nel gennaio 2016 realizzano, grazie al sostegno del CSS di Udine e al Festival delle Colline Torinesi, lo spettacolo “PPP ULTIMO INVENTARIO PRIMA DI LIQUIDAZIONE”, un nuovo progetto sempre sull’universo poetico di Pier Paolo Pasolini. A febbraio 2017 presentano a Parigi per il Festival Artdanthé il progetto “L’ÉVEIL DU PRINTEMPS”, in collaborazione con l’ESAD (Ecole Supérieure d’Art Dramatique). Nel luglio 2017, al “Festival Internazionale dei Due Mondi” di Spoleto e prodotto dal Teatro Biondo di Palermo, affrontano il mondo di Shakespeare con una riscrittura di “TROILOvsCRESSIDA”. Nell’estate 2017 firmano la regia di “TURANDOT” di Giacomo Puccini, che apre la stagione dello Sferisterio-Macerata Opera Festival. Nell’ottobre 2017 “STILL LIFE (2013)” è in tournée in Sud America (Uruguay, Argentina) e al Festival Internazionale Cervantino a Guanajuato, Messico. “STILL LIFE (2013)” vince l’Oscar del Teatro come migliore spettacolo straniero presentato al Festival Teatro Mercosur di Cordova (Argentina). Nel novembre 2017 presentano “EASY TO REMEMBER”, ispirata alla figura della poetessa russa Marina Cvetaeva. ricci/forte vincono il Premio della Critica Musicale “Franco Abbiati” 2018, come miglior regia, per l’opera “TURANDOT”. A novembre 2018, hanno diretto le opere “LE CHÂTEAU DE BARBE-BLEU” di Béla Bartók e “DIE GLÜCKLICHE HAND” di Arnold Schöenberg al Teatro Massimo di Palermo. A settembre 2019 dirigono l’opera “NABUCCO” di Giuseppe Verdi, per la XIX edizione del Festival Verdi, al Teatro Regio di Parma. Nel 2020 dirigeranno le opere “MARINO FALIERO” di Gaetano Donizetti al Teatro Donizetti di Bergamo e “LE CHÂTEAU DE BARBE-BLEU” di Béla Bartók con “DIE GLÜCKLICHE HAND” di Arnold Schöenberg al Teatro Comunale di Bologna.

Carissimi Stefano e Gianni, come si fa a mantenere costantemente vivo il processo di studio che sfocia poi in quello creativo? Quanto è importante l’ascolto, non solo in ambito teatrale?
Con una curiosità intellettuale alimentata da una visione periscopica a 360 gradi per poter diventare uomini in primis e poi artisti di questo tempo. Fare teatro, nel nostro caso, è un rito laico e come officianti tentiamo di restituire ad esso il valore morale di un’esperienza a tutto tondo, generata da un Cortocircuito tra autori della tradizione classica e battito contemporaneo, entrambi portatori sani di cultura, che con le loro parole scatenano la temperie abbagliante di allucinazioni visive e verbali che impastano il nostro fare. Ed essendo noi un tandem di onnivori conclamati, come tali ci cibiamo anche di modalità inconsuete: un battito di ciglia, un sonno compromesso, un aroma, la vibrazione di una risata, un sussurro attraverso la toppa generano più habitat immaginifici, più turbamenti e apparizioni di qualunque ispirazione sostanziata soltanto da un media deputato a produrre visioni.

La fiducia e la generosità rimangono comunque i vostri beni primari?
Siamo due persone che non utilizzano controfigure emotive per sciogliere i propri nodi personali. In un gioco interminabile di riflessi, chi perde è colui che non ascolta.

Cosa vuol dire produrre ‘suggestioni’ in ambito artistico?
Ogni spettacolo o performance è un viaggio che prevede nuovi strumenti di perlustrazione. Questo processo è labirintico: avanziamo a tentoni, bendati, innestando “suggestioni” come dei batteri sottopelle, verificandone poi lo sviluppo patogeno. I temi selezionati per ogni progetto prevedono cadute differenti, incendi difformi. Uno sviluppo empirico analogo a quello del sopravvivere, rivelando ai nostri occhi attraverso la grammatica teatrale, come un’epifania, la vita che vorremmo.

Quanta importanza date allo ‘spazio’?
Perché limitarsi ad uno solo?! Chi l’ha detto che il teatro dev’essere solamente il luogo “wall-paper theatre” che tutti conosciamo, dove gli attori parlano e il pubblico resta lì, comodamente seduto al buio, a guardarli? È una convenzione, una mera consuetudine adottata per cercare di arginare una forma espressiva. Il teatro è composto innanzitutto da persone viventi che, oltre a parlare, agiscono, si muovono e comunicano sia con le parole che con i gesti, perché non sempre le prime sono in grado di esprimere tutto, in relazione evolutiva con la fisionomia di un luogo. I performers/attori, in uno spazio altro, quello “site-specific”, possono raccontarsi diversamente e attuare così una comunicazione complessiva, diretta, persino fisica con lo spettatore. Più che uno spazio artistico, diviene uno spazio di vita.

Di questi tempi si sente dire ‘invece di andare avanti torniamo indietro’. Forse non sarebbe male visto che la cultura, l’arte, il teatro di ricerca e la danza vengono smantellati a favore di un linguaggio produttivo sovente ‘usa e getta’?
È un’alterazione che ormai appartiene alla nostra società. L’usa e getta, la cattedrale inutile dei centri commerciali, il consumismo in ogni sua forma, anche quella artistica, come in ogni singola azione umana, fa da scenario alla storia dell’uomo d’oggi nel tentativo straziante di non sentire il vuoto dentro e intorno. Anche per tale ragione preferiamo sanzionarci di tanto in tanto con un embargo teatrale, evitando di sfornare identiche et estenuate ciambelle col buco, spostando la nostra attenzione sulla vita vissuta e su altri media di comunicazione, come Lirica e Audiovisivi, spettri d’azione dentro i quali riconnetterci con le nostre urgenze espressive.

Quanto è stato importante per il vostro lavoro valicare i confini nazionali?
In questi anni abbiamo avuto la fortuna di portare i nostri spettacoli in quasi tutto il mondo. Ad un certo momento abbiamo sentito bruciare le piante dei piedi sotto il “piedistallo”, il bisogno di abbandonare la familiare tribù dei flipper e dei tostapane, in cui ci siamo formati e sviluppati, per abbracciare l’ignoto. È sempre traumatico dire au revoir ai limiti territoriali della propria nazione, agli special e all’odore di formaggio nostrano abbrustolito. Abbiamo smontato la rete di protezione per abbracciare le istanze artistiche di un pianeta in movimento: un passo fondamentale per la nostra crescita; con una mannaia in una mano e uno stecco di liquirizia nell’altra. Auscultandoci verso il risveglio. È il tentativo di salto mortale, non il suo esito, che ci consegnerà alla Storia.

Nel mondo del teatro, come in quello del balletto, si percepisce ancora un sentore di élite?
Crediamo possano diventare sempre più due piattaforme popolari e salutari, rigeneranti e ricche di stimoli per chiunque voglia esprimersi o semplicemente usufruirne come spettatore, senza dover ricorrere a quelle forme alimentari transgeniche ancora masticate da musicarello digestivo anni ‘60 o da risata pixelata.

Fate teatro usando un inedito linguaggio, ma vorrei anche sottolineare l’aspetto presente in alcuni vostri spettacoli, tipo “Still life”, del teatro/danza. Cosa vi affascina nella disciplina coreutica?
Elaborare uno “spartito” drammaturgico testuale sul quale poi, come virtuosi dell’anima, i nostri performers possano fondersi su una partitura fisica e rigorosa del movimento che lascia, però, ampi margini di improvvisazione per rendere viva la carne messa in gioco.

Avete mai pensato di scrivere uno spettacolo solo per la danza?
Nel 2007, in collaborazione con La Scala di Milano, alla Biennale Danza di Venezia, che aveva come tema “Body & Eros”, abbiamo curato la partitura drammaturgica del progetto MARE IN CATENE, un’esplorazione sulle difficoltà che un handicap come la paraplegia comporta nella vita quotidiana.

Nel mondo della danza a chi guardate con più interesse, tra passato e presente?
Pina Bausch, Alain Platel, DV8, Anne Teresa de Keersmaker, Sidi Larbi Cherkaoui, Sasha Waltz, Hofesh Shechter, Dimitris Papaioannou: ci entusiasma sempre riuscire in qualche modo ad interagire con mondi ed esperienze lontane dal nostro habitat.

Martha Graham sosteneva che “i più grandi ballerini non sono grandi per il loro livello tecnico, sono grandi per la loro passione”. Vi ritrovate in questo pensiero, allargato all’arte in generale?
Non ci seducono le peculiarità artistiche ma le mancanze soggettive. L’interesse si alimenta dalla storia delle persone e delle loro passioni. Siamo attratti dai singoli individui, dai loro labirinti incastonati di stimoli per la nostra artigianalità.

La vostra scrittura attraversa il bianco e il nero, il bene e il male, ombre e chiaroscuri in cui tutti ci rispecchiamo, più o meno, ma c’è un cordone ombelicale che lega le singole creazioni, dalla prima all’ultima?
In ognuna delle creazioni la nostra pupilla è sempre orientata sulla concretezza faticosa del sopravvivere e sull’ostinazione a non abdicare a sé.

Cosa si intende per cultura pop e trash, quest’ultimo termine da alcuni (impropriamente) associato anche ai vostri lavori?
La nostra personale Weltanschauung è quella che gli inglesi definiscono “popular culture”, dove non c’è alcuna discriminazione tra un medium “alto” (poesia, letteratura) e cultura “bassa” (B movie, tv, passando per i fumetti, la pubblicità, i videogiochi o la musica, etc). Non siamo differenti dal rigore espressivo, dalle trame oniriche, dall’immersione nei detriti Pop, dall’uso che facciamo dei nostri giorni nello spazio scenico. Le visioni che produciamo non sono indefinite, anzi, si alimentano della luce del giorno. Sono messe a fuoco di qualcosa di pre-esistente. Imbastirlo sottopelle e consegnarlo al pubblico con onestà è il nostro modo di stabilire la conversazione: un dialogo “a tu per tu” che si sfronda di qualunque orpello lasciando uno scheletro nutriente.

Il teatro dovrebbe aiutare gli spettatori a gettare le maschere oppure solo a viverle come emozioni effimere?
Pop, trash, tradizionale o meno, il teatro è per noi un’arena pubblica di interrogativi, un processo sociale dove la creatività solidarizza con qualcuno: noi non facciamo altro che perseguire ostinatamente la lezione dei greci.

Avete avuto successo ovunque, sicuramente siete stati fautori di un nuovo corso. Dal vostro osservatorio come e quanto cambia il pubblico da paese a paese, e da cosa lo si percepisce?
La striscia continua di asfalto si stende inesorabile e senza interruzioni lungo tutto il pianeta. Nessun checkpoint: Russia, Francia, Turchia, Croazia, Portogallo, Spagna, Nord e Sud America, Germania, etc. In ogni angolo di mondo dove siamo stati ospiti, siamo riusciti a creare un comune alfabeto emotivo, condiviso al 100% tra performers e spettatori, che ha travalicato ogni perimetro geografico e sciolto quelle prime difficoltà iniziali dovute alle barriere linguistiche. Se il cuore offerto è di un bianco smagliante, il blu di Prussia del cielo è identico dappertutto.

La critica per voi è ancora utile e costruttiva?
Non solo in Italia ma un po’ dappertutto, la riflessione critica ha quasi perso, ormai da tempo, la sua linfa vitale. Le stagioni inclementi, i luoghi sempre più perimetrati (è di queste ultime ore la notizia che il quotidiano “Il Tempo” abbia eliminato la pagina dedicata alle presentazioni e recensioni teatrali) e soprattutto lo scollamento che si è allargato tra produttore e fruitore della creazione artistica hanno costretto l’intellettuale a trasformarsi in un concorrente tv, con titoli sommari in grassetto per attirare audience. Ci sono ovviamente figure di grande qualità che continuano a produrre parole sui detriti ma è una lenta e progressiva agonia. Restano le riflessioni con alcuni giornalisti, i saggi e gli incontri universitari a mantenere un barlume di relazione costruttiva e autentica tra arte e critica. Tutto il resto si è tramutato in una gigantesca zattera della Medusa dove ognuno annaspa per rimanere a galla.

Quanto è importante la memoria storica sui classici?
Da sempre ci ha interessato porre una lente sulle abdicazioni dell’uomo contemporaneo, sui compromessi che lo scolorano, sulle possibilità di tornare a vivere, inseguendo questo Cortocircuito tra Mito e Presente (di cui prima parlavamo), per tentare di recuperare le braci di un’epicità che è quasi impossibile rintracciare oggi. Siamo tutti satolli, soddisfatti, pronti a fare le fusa nel nostro foglio Excel preimpostato da una cultura occidentale del consumo che non lascia scampo. Virgilio, Ovidio, Ariosto, Aristofane, Marlowe, Shakespeare ci scaraventano contro una miriade di eroi, di passioni che infiammano le pagine di questi capolavori del passato. Attraversiamo le dissonanze letterarie altrui per ritrovare i nostri accordi. Inaspettate rivelazioni ci attendono dietro gli inchiostri poggiati su carta milioni di anni fa: epifanie lievi e grevi, come certe composizioni per piano di Erik Satie.

Come ridare vita alla comunità in un momento in cui serpeggia la solitudine?
Siamo sempre stati un Paese alla “gratta e vinci” dove ci si aspettava che le cose accadessero da sole. Ma appendere la propria vita sulla cassettiera di giorni uguali e accomodanti equivale ad una resa, ad un generico tenersi a galla. In questo particolare momento di COVID 19, ci auspichiamo una sinergia totale da parte dei nostri governanti, che si prendano le loro responsabilità fino in fondo, le perseguano e lavorino costantemente per la comunità, per permetterci di poter riprendere a sognare e a fare progetti. Il nostro presente è un elenco telefonico nazionale al quale sono state strappate pagine intere, con liste interminabili di nomi scomparsi. Cercare connessioni alternative per abbattere una solitudine contagiosa e uno segregamento macerante. Tracciare nuove parabole che mulinano in aria in attesa di combinarsi con la pressione atmosferica e precipitare solide sull’epidermide: la speranza si costruisce quotidianamente continuando a recuperare le proprie impronte nelle cose, nei giorni; una bellezza fatta di ore, di presente. Per reimparare ad amare le nostre fragilità e recuperare quello spessore di essere umano.

Un vostro merito è quello del non appiattimento agli schemi sociali. Siete ribelli di natura?
Più che ribelli e propagatori di un teatro estremo, ci consideriamo due curati di campagna che sono stati invitati a celebrare messa nella Cappella Sistina. Con un rosario di linguaggi visionari, emozionali, sgraniamo il tempo presente raccontandolo attraverso il filtro miracoloso della poesia per combattere la desertificazione dello spirito.

Il cinema quanto è stato importante e lo è tutt’oggi nel vostro percorso?
Il cinema ti permette di raccontare obliquamente, con delle interruzioni, sospensioni, alternanza di chiari e di scuri, le migliaia di sfumature di grigio dell’animo umano. Noi, insetti fuori catalogo, asistematici, intolleranti alle cinture di sicurezza, necessitiamo di continue messe a punto dello stato di curiosità verso i mezzi capaci di compattare una qualunque forma di viaggio insieme all’altro. Il cinema può diventare veicolo altro per proseguire la conversazione intavolata anni fa con il nostro primo lavoro di ensemble, TROIA’S DISCOUNT, dove nel 2005 collaudammo una volontà di procedere seguendo rotte poco abitate. Con quell’inverecondia e quel moto perenne che ci identifica, ci inabisseremo in futuro in questo miracolo di luce che è il mezzo cinematografico, supportati dalla fiducia di tanti che ci hanno convinto sulla nostra visionarietà e sulla possibilità di traslarla sul telone bianco. Ovviamente, per il rispetto che abbiamo per qualunque media utilizzato, scandiremo un’esplorazione lontana dai nostri motori di ricerca teatrale per trasformarci in una Supernova il cui atto distruttivo sviluppi identica energia per alimentare i fantasmi da consegnare al pubblico. Attualmente, però, è la musica che riesce a mettere in connessione l’Io con il terreno sul quale ci sviluppiamo: protagonista da sempre nel nostro percorso di ricerca teatrale, la composizione armonica sta diventando, attraverso l’opera lirica, una turbina generatrice di visioni e senso più profondo di un’Etica superiore e troppo spesso dimenticata.

C’è qualcosa che vi scandalizza?
Restiamo attoniti, come davanti alla flagrazione di uno sparo, nel constatare come la stupidità, la mercificazione del pensiero, la volgarità di chi ci governa possano ancora lasciare delle impronte, depositare delle tracce nella gente. Non vorremmo mai svegliarci, anche noi, domani meno sensibili di un tonno.

Il sesso è ben presente nelle vostre produzioni, ma oggi è vissuto ancora come un tabù?
In realtà non è il sesso uno degli elementi portanti delle nostre creazioni ma il bisogno di trovare un senso in un’epoca contemporanea che ha smarrito ogni valore etico e morale. L’amore, le relazioni, e quindi il sesso, sono soltanto alcuni dei tragitti che ognuno di noi compie per recuperare quel senso e non lasciarsi andare alla corrente di una società massificatrice. Probabilmente le fondamenta di un’architettura di segni espressivi che identificano l’ensemble ricci/forte sono una fame titanica di poesia, il rimpianto di qualcosa andato perduto e l’urgenza spasmodica di riconquistarlo. Sottraendosi all’asfittico naturalismo prosaico. A scandalizzare siamo capaci tutti: la creatività sta nello spezzare le regole per trovare un nuovo ordine con qualcosa di più efficace e fertile. Un senso di mancanza che non si immobilizza in autocompiacimento.

Il vostro incontro è stato casuale o era già predestinato?
Inatteso. Il treno deraglia, invade il molo e travolge ogni tua ipotesi di presente. Ti congiunge ad ogni particella intorno. Quello che c’era prima, di te e della carovana di vagoni, non esiste più. Ci sono due persone ora sul bordo. Connesse tra loro e, attraverso loro, con il prodigio del sistema solare. L’incontro è avvenuto al Teatro Stabile di Palermo, dove siamo approdati come attori agli inizi della nostra carriera. Entrambi insofferenti alle colate di ambra che ci conservano nel tempo immutati, transitavamo tramortiti e disillusi: la collaborazione a quattro mani è diventata così, d’emblée, un distillato, meno ombelicale e autoreferenziale di una solitaria decina di dita, una fatamorgana di ottimismo fetale, un accumulatore voltaico in grado di illuminare una metropoli intera. Quello che ci ha uniti da subito, oltre ad una stima profonda e inossidabile che ci lega tuttora dopo quasi trent’anni dal nostro primo incontro, è stata una spinta sintonica verso qualcosa di nuovo che ancora non avevamo individuato e aver compreso che la gioia non condivisa muore presto.

Il metodo di insegnamento di Edward Albee come si è differenziato?
Non abbiamo avuto dei veri e propri maestri, ma da un punto di vista drammaturgico sicuramente il contributo di Edward Albee è stato importante. Siamo andati a New York spinti dalla necessità di sentirci padroni dei mezzi a nostra disposizione, di ‘legittimarci’, e Albee rimane sicuramente un faro della drammaturgia classica. Ma chi ci ha insegnato il rigore, l’onestà intellettuale, il potere etico del segno scenico, la capacità di investire ogni residuo di energia nella realizzazione di un’opera che possa dialogare e non intrattenere passivamente lo spettatore è stato Luca Ronconi: il suo insegnamento resta imprescindibile.

Seguendo il vostro lavoro si intuisce che la trasgressione alla fine è la normalità?
Il “trasgressivo” di un’estetica è sempre correlato alla blandizia di cui è composta una visione generale italica. Avvicinato al digestivo scenico in cui siamo immersi, sembrerebbe eversivo anche l’amaro dei frati trappisti.

Terzani scriveva “così è diventato il nostro mondo: la pubblicità ha preso il posto della letteratura, gli slogan ci colpiscono ormai più della poesia e dei suoi versi. L’unico modo di resistere è ostinarsi a pensare con la propria testa”, siete d’accordo?
Sta venendo a mancare la curiosità. Allontanandoci dai confini dell’immaginazione, ci impoveriamo. E la notte diventa di un buio volgare. Il paradiso della poesia e della fantasia è l’unico luogo nel mondo in cui per noi valga ancora la pena abitare.

Nello spettacolo su Pier Paolo Pasolini c’è una dedica a Pina Bausch, racchiusa in un momento di danza, accompagnata da un motivetto tedesco con indosso maschere suine. Come mai questo omaggio alla grande coreografa?
Affinità elettive, corrispondenza d’amorosi sensi, comunione d’intenti con i due artisti. Un potere shakesperiano, evocativo ed essenziale, quello di Pina Bausch, di farci sognare, suscitando la nostra fantasia e sollecitando il nostro cuore. Come Pier Paolo Pasolini, anche noi sentiamo nelle narici questo odore acre del vuoto, di non essere più del luogo, di essere diventati stranieri nel nostro Paese.

Come fermare il dilagare del bullismo nel nostro Paese, ma soprattutto come educare i giovani?
STILL LIFE è uno spettacolo nato a giugno del 2013, al Teatro Argentina di Roma, per essere rappresentato come evento unico: un atto d’amore/omaggio ad un giovane adolescente, oggetto di “ciberbullying e bullying omofobico” che - non avendo la forza di reagire alle pressioni disumane da parte dei suo compagni di classe che avevano aperto un profilo su Facebook per deriderlo, vessarlo e coprirlo di insulti perché “differente” dal branco - rientrato a casa si è impiccato nella sua cameretta con la sua sciarpa rosa. Posizionando deflagranti inneschi riflessivi su questo tema, STILL LIFE ha prodotto effetti pari a scosse telluriche di emozioni nel pubblico. A tal punto che invece di consumarsi in una sola replica è, a distanza di sette anni, uno dei nostri lavori più richiesti in tutto il mondo proprio perché non lavora su perimetri orizzontali ma scava verticalmente nella coscienza individuale. Non è in alcun modo compito nostro dare dei messaggi etico/morali, ma provocare, instillare dubbi nella gente che ci viene a vedere. Cerchiamo di raccontare la nostra epoca con le sue contraddizioni e, soprattutto, la mancanza di libertà individuale che perimetra il nostro Paese, oggi più che mai in maniera esponenziale. Siamo impantanati nella fossa comune del lamento istituzionalizzato e retrocessi in un nuovo Medio Evo con fenomeni persecutori di determinate categorie pari alla “caccia alle streghe”. Nel WOYZECH, Büchner dice che “ogni uomo è un abisso e vengono le vertigini a guardarci dentro”. Mai considerazione fu più profetica. Ora quale sarà l’antidoto per provare ad affrancarci da questa morsa letale che attanaglia i nostri giorni?

Il teatro di ricci/forte pone parecchi interrogativi, in qualche modo solletica la mente. Riuscite a far sobbalzare gli animi di chi vi guarda conducendoli per mano in un labirinto dove la riflessione è la via d’uscita. Nel vostro privato quali sono i valori imprescindibili?
Tentiamo di essere persone umanamente e ideologicamente coerenti, trasparenti, valori quasi completamente dimenticati oggi. Nessuno ha più il coraggio di assumersi le proprie responsabilità di azione e pensiero, anche pagando a caro prezzo la libertà per le scelte fatte, senza dover essere una banderuola che gira dove soffia il vento o togliere le spine al pesce servito al Monsignore di turno. Ci siamo fatti portavoce di un modo di fare arte/cultura dove al centro dell’universo ci fosse l’Uomo contemporaneo, un uomo in balia della globalizzazione, tramortito dal dispotismo del mercato di massa. Il conformismo è un verme solitario che le nostre viscere sfamano. Dobbiamo fuggire a gambe levate da qualsiasi ordine precostituito, prigione che ci trasformerà in carnefici e vittime allo stesso tempo.

L’esperienza a Mosca cosa vi ha lasciato e suggerito? Nello spettacolo “100% Furioso” ha preso parte Julia Loboda, danzatrice, attrice, coreografa e insegnante di danza di origine ucraina. Quale valore aggiunto è stata la sua presenza tersicorea?
Un’esperienza indimenticabile come spiccare una bufera di neve a Ferragosto! Gaelotti sono stati David Bobée e Kiril Serebrennikov, direttore del Gogol Theatre di Mosca. Nello spettacolo 100% FURIOSO, tracciando un fraseggio coreografico, la parola e il corpo di Julia, insieme a quello degli altri quindici interpreti, così come accade nelle bamboline russe che sono una nel ventre dell’altra, è diventato un tutt’uno per formare uno spartito poetico di destabilizzante leggerezza e armonia.

Lo sguardo che misura ha nel vostro teatro?
Così come sono diversi i luoghi, le azioni dei performer, anche il nostro sguardo e quello degli spettatori, contaminanti e contaminati, deve avere un punto di vista mobile. Come la vita, che è sempre la stessa ed è sempre diversa.

I talenti si riconoscono subito o qualcuno si dischiude poi?
Alle turbo-carriere e agli esordi pirotecnici, che al secondo lavoro sbracano come il trolley comprato dal cinese, preferiamo l’effetto sabbia che rallenta l’ingranaggio.

Spesso nel mondo del teatro e della danza si chiede “è troppo tardi per iniziare?”, ma quando è veramente tardi per essere artisti?
Gli artisti non hanno un porto, non festeggiano il loro compleanno e non hanno tempo, soprattutto quelli che diventeranno sentinelle vigili ed eterne.

Cosa si prova a vedere una propria creazione in scena?
È affascinante ed insopportabile come guardare un’eclisse permanente di sole.

L’ingresso al Piccolo Teatro di Milano l’avete vissuto come una consacrazione?
Così come al Piccolo, anche in tanti altri teatri/festival che ci hanno ospitato e prodotto, abbiamo trovato una seconda casa, una famiglia ci rassicurava ma al tempo stesso c’era e c’è in noi un’incapacità di fermarci in un posto e adattarci, come reduci di guerra.

Come avvengono le vostre audizioni o casting e qual è la chiave di volta, il fascino che vi conquista nei candidati?
Non amiamo fare casting. Cerchiamo di selezionare i nostri nuovi collaboratori/compagni d’avventura con alcune sessioni di prove, improvvisazioni. Formiamo delle classi e ci lavoriamo insieme per ore. Non per comprendere il loro talento o per le loro abilità tecniche che diamo per scontate, ma per la capacità di mettersi in discussione come individui unici, differenti. La struttura dei nostri spettacoli è molto rigida ma l’aspetto performativo che ne è alla base, costruito sulle mancanze, aspirazioni, desideri e frustrazioni di tutto l’ensemble, fa sì che ogni lavoro, grazie all’apporto dei performers di volta in volta coinvolti, diventi un viaggio a se. Il rapporto che si stabilisce con ciascuno degli attori inevitabilmente si dilata e trova nuovi significati in ogni nuova produzione. Non c’è data di scadenza quando si analizzano temi così profondamente imbastiti a doppio filo con le anime. Ecco perché pur restando un impianto solido, uno spettacolo di ricci/forte respira e cresce di volta in volta arricchito delle esperienze di vita che ogni elemento dell’ensemble compie personalmente e va a impreziosire il miracolo della messa in scena, che non rimane mera “rappresentazione” ma si distilla in “esistenza senza tregua”. In una creazione contemporanea non ci sono “primi attori”. Ogni elemento contribuisce a rendere articolato e tridimensionale il progetto che si persegue. La musica, il testo, il corpo, ognuno di loro è lo strumento per una sinfonia poetica espressiva che tenta di lacerare il velo della rappresentazione e arrivare alle sinapsi e ai ventricoli di chi ha scelto di vivere quell’evento: lo spettatore.

Il teatro di ricci/forte è diventato un evento modaiolo a cui non si può mancare, oppure c’è la consapevolezza nei giovani che è un linguaggio sul quotidiano per cui riflettere?
Poetica del riso! Folgorazione del disincanto! Quanto è difficile trovare scampo all’assenza di senso! Quando tutto ciò si materializza, è come il sangue di San Gennaro: si scioglie restituendoci quel senso di appartenenza ad una terra che non si ferma alle colonne d’Ercole di uno spazio scenico accomodante o virtuosistico ma - trasversalmente - affonda nel costato della non-comunicazione, urticandolo col sale rancido dei nostri giorni.

In conclusione Stefano e Gianni, nell’arte il coraggio e la non paura nel creare che peso trovano?
Scale che cigolano, pareti che bisbigliano: siamo solo un’emanazione delle cose che ci zavorrano. I fantasmi prendono piede e ci costringono a giocare a campana con loro. Una condizione umana che non è patologia ma che trova comunque sollievo quando poetica ed estetica inanellano vicendevolmente l’eco di uno jodel. Trasformarci in un esercito di lavagne in continua riscrittura. Portare acqua con le orecchie nel baluginio di un ricordo. La vita, o quello che vorremmo fosse. Una pista di atletica in quinta elementare è una piattaforma di lancio verso l’infinito che non prevede astensioni. Una landa in cui togliersi le scarpe e danzare seguendo il proprio ritmo. Siccome siamo in un momento in cui politicamente e culturalmente si costruisce sul nulla... tanto vale lasciarci andare nel nostro personalissimo fox-trot... quale miglior modo di spendere i secondi a disposizione?

Michele Olivieri

Ultima modifica il Lunedì, 13 Aprile 2020 09:57

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