venerdì, 29 maggio, 2020
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INTERVISTA a LORETA ALEXANDRESCU - di Michele Olivieri

Loreta Alexandrescu. Foto Salvo Sportato Loreta Alexandrescu. Foto Salvo Sportato

Loreta Alexandrescu, diplomatasi col massimo dei voti all’Accademia Nazionale di Coreografia di Cluj-Napoca (Romania), inizia da subito la carriera di ballerina professionista eseguendo il repertorio classico. Viene nominata ballerina Solista del Teatro Rapsodia di Bucarest e solo un anno dopo si trasferisce in Italia dove continua la sua carriera artistica. Balla nei più importanti teatri italiani, e presto affianca alla sua carriera artistica anche quella di maître de ballet, lavorando insieme a due delle più famose ballerine italiane: Liliana Cosi e Carla Fracci. Dal 1985 ad oggi è invitata a tenere master class sia a livello nazionale che internazionale. Dal 1987 ad oggi insegna danza classico-accademica, danza storica, danza di carattere, punte e repertorio presso il Dipartimento Danza dell’Accademia Teatro alla Scala (già Scuola di Ballo del Teatro alla Scala), ove è anche assistente coreografa per i balletti messi in scena dai ragazzi della Scuola di ballo stessa. Ballerini del calibro di Roberto Bolle, Massimo Murru, Francesco Ventriglia, Beatrice Carbone, Alessandra Vassallo, Nicoletta Manni, Jacopo Tissi, Mattia Semperboni, Rebecca Bianchi solo per citarne alcuni, hanno seguito i suoi corsi. È attualmente docente di danza classico-accademica, danza di carattere e danza storica per i corsi di formazione professionale e docente di teoria e pratica della danza classica per i corsi di insegnanti organizzati dall’Accademia Arti e Mestieri dello spettacolo del Teatro alla Scala. Inoltre collabora mensilmente con scuole di tutta Italia tenendo corsi di formazione ad ogni livello, ed è giudice in prestigiosi concorsi di danza.

Carissima Loreta, ricordi le emozioni vissute nel tuo primo giorno in sala danza, da allieva?
Mi ricordo poco, ma quello che ricordo è che non amavo studiare, volevo subito ballare e non capivo tutte quelle regole che mi venivano imposte. La mia consapevolezza è arrivata verso l’età di tredici anni.



Come hai vissuto il passaggio da ballerina a maestra di danza?
Non è stato un passaggio facilissimo. All’inizio mi mancava il palcoscenico, e per sostituire questa mancanza durante le lezioni mostravo il più possibile, mi mettevo a ballare... insomma facevo la ballerina con la speranza che i miei alunni potessero imitarmi. Adesso tornando indietro con la memoria mi viene da sorridere. Certo è fondamentale poter dimostrare, ma c’è un sottile confine importantissimo che bisogna superare per poter insegnare al meglio. Un maestro non insegna solo i passi, è un lavoro particolarmente complesso, conta moltissimo quello che sai e come lo metti in pratica. 


 

A quale metodo di danza classica accademica sei più affine e perché?

Sono cresciuta con il metodo Vaganova e lo considero come fonte di ispirazione per tutti i metodi di insegnamento del mondo. Nel tempo ha subìto trasformazioni, contaminazioni ma didatticamente resta estremamente valido.

Quali sono i ruoli che hai prediletto da esecutrice?
Ho sempre amato i ruoli che avevano a che fare con la danza di carattere, come quelli in “Raymonda” o “Coppélia”. In particolare prediligo le danze di carattere del terzo atto del “Lago dei Cigni”, specialmente la danza russa che tra l’altro in Occidente si rappresenta raramente.


Tutti gli allievi che hai cresciuto e le persone con cui hai lavorato ti stimano con rispetto. Che cosa ti rende così amata e a volte anche temuta
?
Non mi sono mai posta questa domanda. Bisognerebbe chiederlo ai miei allievi. Delle volte sento di aver dato più amore di quello che ho ricevuto, ma di questo ne sono felice. Invece altre volte ricevo dimostrazioni d’affetto inaspettate e meravigliose. Non credo che i miei allievi abbiano timore di me, forse rispetto, l’essere consapevoli di aver davanti una persona onesta e leale incute timore, a volte!

La maggior parte dei tuoi allievi alla Scala sono diventati, in seguito, validi ballerini professionisti. Che ricordi porti nel tempo dei tuoi giovani in giro per il mondo?

Sono veramente orgogliosa di loro. Spesso sono nei miei pensieri. Ho degli ex allievi con cui sono diventata amica, anche a distanza di tempo mi scrivono, mi chiamano, mi informano dei loro successi, mi chiedono consigli. A qualcuno di loro sono rimasta veramente affezionata, come se facessero parte della mia famiglia.

Hai avuto e hai tanti contatti con il mondo della cultura, non solo protagonisti del balletto... Quali sono stati gli incontri più fortunati e gratificanti?
Sono stata fortunata, ho incontrato nella mia vita tantissime persone celebri. Registi come Federico Fellini, Franco Zeffirelli, coreografi come Jiří Kylián, Alvin Ailey, Martha Graham, il pianista Radu Lupu, il violinista Uto Ughi e tanti altri: attori, artisti che negli anni ottanta erano nel pieno della carriera. Ogni loro parola, sguardo, consiglio per me ha avuto una immensa importanza. Nel nostro mestiere bisogna osservare e saper imparare, che non è una cosa scontata! 
Tutte le persone con cui ho lavorato mi hanno lasciato un segno, in maniera speciale, come Gabriel Popescu, Sasha Minz, Valentina Massini, Yvette Chauviré, Liliana Cosi, Marinel Stefanescu, Carla Fracci e Beppe Menegatti persone con cui ho condiviso oltre il lavoro, anche un sentimento di amicizia.

Durante un Concorso, quale tipo di ballerino ti colpisce in particolare?
Mi colpisce il talento, la musicalità, il sentire il ballare come un proprio linguaggio. Mi affascina la tecnica ma faccio molta fatica a dare un giudizio in base al numero dei giri eseguiti. Noto subito la differenza tra chi ha dedicato veramente del tempo al suo lavoro, e chi invece si è improvvisato. Mi colpisce la qualità!

Credi che partecipare ai Concorsi sia un buon inizio per la carriera professionale?
Non credo che per un danzatore professionista sia indispensabile partecipare ai Concorsi, ma senz’altro può facilitare l’essere notati, visti, segnalati. Spesso nei concorsi ci sono delle giurie importanti che vengono scelte appositamente. Può senz’altro essere un trampolino di lancio, e inoltre risulta stimolante per il ballerino competere e avere così l’occasione di affermarsi in giovane età.

Vieni spesso invitata per il mondo a tenere masterclass di danza, a tuo avviso qual è la sostanziale differenza nella formazione coreutica tra l’Italia e l’estero?
Per quello che riguarda la mia esperienza la grossa differenza la fanno gli insegnanti e la qualità delle scuole. Ultimamente in Italia, anche grazie ai tantissimi corsi di formazione la qualità si è alzata notevolmente. C’è un continuo scambio culturale che permette un frequente aggiornamento, ed una rapida informazione. La nuova tecnologia a livello di comunicazione e l’apertura delle frontiere sono oggi un vantaggio immenso.


Quando ritorni in Romania cosa ti piace del pubblico e della tradizione teatrale?
Purtroppo ultimamente sono tornata poco in Romania ma è un paese che amo enormemente. Lì ci sono le mie radici. Nei teatri ho sempre potuto ammirare quella bella professionalità che ha come ingredienti passione, rigore, e grande talento. Eccellenza degli artisti, ma anche del pubblico. Le sale sono costantemente piene, il pubblico rumeno ama la cultura. 


Da autorevole Maestra quale sei, cosa consigli ai giovani che desiderano accostarsi all’arte della danza, sia a livello accademico che amatoriale?

Prima di tutto il mio consiglio è di mettersi alla prova per capire bene se è quello che vogliono veramente. In seguito consiglierei loro di prepararsi ad un lungo percorso non facile, senza avere grandi aspettative, ma avendo precisi obiettivi. Dovranno trovare poi la buona scuola, il buon maestro e dovranno avere un impegno costante. Carlo Blasis diceva: “Il successo o l’insuccesso nello studio della danza dipende molto da come si iniziano gli studi; per questo occorre dare molta importanza alla scelta del maestro”. Ho sempre pensato che avesse ragione e per me essere insegnante comporta una quotidiana responsabilità.

Danza accademica e danza contemporanea possono comunicare e convivere tra loro?
Assolutamente sì, ormai in tutti i teatri del mondo la danza contemporanea affianca la danza classica. Alcuni teatri hanno deciso di avere prevalentemente un repertorio contemporaneo. La danza si sta rinnovando continuamente e c’è sempre più contaminazione tra le varie tipologie. Il ballerino per poter dimostrare la sua arte deve essere maggiormente versatile.


Qual è l’arte che ami dopo la danza?
Amo tutte le arti, in particolare la pittura e la musica. Mia figlia è un’artista di arti plastiche contemporanee, e spesso mi introduce e aggiorna sulle nuove correnti espressioniste. Riconosco l’eccezionale talento ma non sempre riesco a darle soddisfazione, i miei gusti sono ancora più vicini all’arte classica.

Un tuo pensiero per Fréderic Olivieri e Maurizio Vanadia, importanti figure della Scuola di Ballo?
Sia Maurizio che Frédéric sono delle persone verso le quali nutro grandissimo rispetto. Ci conosciamo da molti anni e c’è sempre stata un’ottima collaborazione, e dialogo professionale. La Scuola di Ballo dell’Accademia Teatro alla Scala è un significativo nome con una speciale tradizione, sotto la loro direzione ci sono stati importanti cambiamenti e miglioramenti.

Mentre un pensiero per Gheorghe Iancu, tuo amico fin dalla più giovane età e conterraneo?
Conosco Giorgio da moltissimi anni. La nostra amicizia nasce sui banchi di scuola e poi la vita e le circostanze ci hanno portato a costruire e preservare una vera e rara amicizia. Come ballerino direi un artista di grande talento. Un fisico che colpiva, braccia straordinariamente espressive, un modo elegante di ballare, un bel portamento, gestualità morbida e allo stesso modo potente ed espressiva, grande salto, ottimo partner, versatile nei ruoli e notevole presenza scenica. Adesso come coreografo riporta al pubblico il suo talento originale, eclettico e perfezionista.

La Scuola di ballo dell’Accademia del Teatro alla Scala rimane ancora oggi un luogo iconico e per molti un sogno?
Questa prestigiosa istituzione ha già compiuto più di duecento anni e non dà segni di stanchezza, anzi, il livello professionale degli allievi è in costante crescita. I nostri ragazzi riescono a trovare lavoro subito terminati gli studi, e numerosi ricevono preziose nomine in giovanissima età, ad esempio Nicoletta Manni e Rebecca Bianchi (diplomate da me) già Prime ballerine.

Come vivi il rapporto con la musica?
Mia madre era soprano, cantava e mi portava spesso con lei alle lezioni di canto. In seguito, come ballerina la musica è diventata vitale. Le due arti si fondono e completano: la danza è musica, la musica è danza. Una volta appresa la tecnica, come ballerina, cercavo poi la parte più bella, quella dell’interpretazione non solo del personaggio ma anche del passo e del gesto. Con la musica tutto prendeva vita e colore, fuoriusciva la danza e più la coreografia era musicale più si creavano forti emozioni. Questo sia da parte del ballerino che dello spettatore. Come insegnante il rapporto cambia, ma la musica non diminuisce la sua importanza. Direi che la bravura di un maestro si misura anche dalla sua musicalità.

Numerosi pianisti accompagnatori, hanno avuto la fortuna di iniziare la professione al tuo fianco. Che sonorità armoniosa si instaura?
Molti di loro ora sono esperti in materia. Una qualità indispensabile è quella di essere dei bravi pianisti, intuitivi, sensibili e senza timori nell’improvvisazione. La conoscenza del repertorio ballettistico è necessaria, ma saper spaziare nel repertorio musicale di ogni genere, saper “giocare” con i ritmi o dare una interpretazione e il respiro giusto ad un brano sono qualità non trascurabili. La regola principale è costruire un rapporto di fiducia. Tutto si può apprendere anche l’arte, ma se si ha del talento viene fuori il capolavoro.

Come insegni agli allievi la musicalità?
Nelle mie lezioni provo sempre a sensibilizzare l’allievo alla musica. La musica è ritmo, artisticità, espressività, armonia, tutto quello di cui la danza ha bisogno. Il ballerino allievo deve possedere una cultura musicale e la sua curiosità nel conoscere e sentire la musica non si deve arrestare in superficie. Non si deve ballare SULLA musica ma NELLA musica, e questo è il mio intento nell’insegnare danza.

Mi parli delle specificità musicali?
Insegnando non solo danza classica ma anche danza di carattere e storica, posso affermare che per ognuna di queste discipline c’è una precisa caratteristica musicale. Per la danza di carattere abbiamo una musicalità influenzata dal folclore dei vari paesi, mentre nella danza storica la musica spazia nel periodo storico dal ‘400 al ‘800 dando alle danze misura e maniera. L’accompagnamento musicale nella danza classica si differenzia molto in base al livello del corso. Per i corsi base, l’accompagnamento deve essere semplice, non deve risultare incisivo per poter sostenere al meglio la legazione dei passi, per non distogliere l’allievo dall’esecuzione. La musicalità però non sarà mai trascurata.

Mentre per i corsi avanzati?
In un danzatore adulto invece, la musicalità deve abbracciarsi perfettamente con l’allenamento per poi creare un tutt’uno con la sua crescita professionale. Il danzatore deve percepire la musica anche nel silenzio e poi deve dare valore ad ogni nota. Il musicista che accompagna il danzatore deve comprendere la forza e il respiro del corpo.

Che rapporto intercorre tra musicista e danzatore?
Posso dire che non è un rapporto facile! Il pianista pretende che il danzatore segua la musica, e il danzatore pretende che il musicista segua la danza. Ci vuole parecchia umiltà ed altrettanta professionalità. Naturalmente, la qualità e la sensibilità di entrambi è fondamentale. È un lavoro duro, con un percorso difficile ma quando il risultato è ottimo il tutto si tramuta in straordinariamente appagante.

Loreta, il talento come lo si riconosce, per tua esperienza?
In due parole Michele, lavoro e qualità! Il talento è importantissimo, è una dote fondamentale, ma non è tutto, bisogna sviluppare il cervello. Il nostro corpo fa ciò che il cervello dice, quindi se vuoi alimentare il personale talento e memoria muscolare necessita migliorare dapprima il cervello, intensificando la pratica.

Che bambina sei stata?
Ero spensierata, felice, giocavo nei boschi in una delle più belle città alpine della Romania, Sinaia. A quei tempi era già un privilegio. Avevo una famiglia istruita e benestante, vivevo in una splendida villa vicino al Castello Peles, ma la vita non era per niente facile e si viveva nella dittatura. La libertà d’opinione era completamente negata, la politica di Ceaușescu stava prendendo forza.

Quante scuole di danza erano presenti nella tua cittadina?
Nella mia città c’era solo una piccola scuola di danza sita all’interno della “Casa della Cultura”. Io volevo studiare in una scuola professionale, quindi mi portarono a quella di Bucarest. Però dopo quattro mesi tornai a casa sotto le insistenze di mio padre che sognava una figlia medico. Durarono poco le sue speranze perché appena iniziato l’anno successivo, fui notata alla lezione alla “Casa della Cultura” dal Maestro O. Stroia direttore della scuola di Cluj Napoca, (ora la scuola porta il suo nome) e chiese a mio padre di portarmi a sostenere l’esame di ammissione. Lontano da casa, ma questa volta più determinata, cominciarono i miei nove anni di collegio, tra gioia e sofferenza. Erano anni di grande espansione artistica in Romania. Sulle orme della scuola russa anche la scuola romena aveva l’ambizione di formare eccellenti ballerini. Si parlava spesso di danza, i teatri avevano un ricchissimo repertorio di balletto, le sale prova erano colme di ballerini eccellenti. Da ogni lezione, da ogni prova si poteva apprendere al meglio, ma allo stesso tempo la cultura veniva sempre più costretta tra i confini dei paesi comunisti. Comunque non posso lamentarmi, in giovane età ho anche avuto parecchie occasioni di ammirare ed imparare da magnifiche ballerine come Galina Ulanova, Alicia Alonso, Magdalena Popa.

Che sensazioni rivivi pensando agli anni trascorsi all’Accademia Nazionale di Cluj Napoca?
Ricordo perfettamente tutto. Sono stati gli anni della mia giovinezza e formazione. Ricordo la mancanza dei miei genitori, le giornate piene di impegni scolastici ma anche l’amicizia dei miei compagni di classe. Ho portato con me il mio passato e lo spirito della mia terra ma non mi sono mai sentita un’estranea in Italia. I miei confini sono quelli dell’arte, dove il nome e la lingua contano poco.

Chi sono stati i tuoi Maestri non solo materiali ma anche ideali?
Tornando indietro con la memoria ricordo con affetto insegnanti di danza come Roman Moravsky, Solomon, Zubcu, Stroia, ma anche insegnanti di liceo che nonostante le tante ore di studio della danza riuscivano a dare un’istruzione di altissimo livello. Rammento il collegio, le interminabili ore di attesa, un venerdì al mese, davanti al telefono per parlare con i miei genitori. Ricordo con emozione mio padre che quando mi vide per la prima volta ballare come Solista mi portò dei fiori e pianse dicendo: “Sai, io non vedo bene, sul palcoscenico mi sembrate tutte uguali, è la prima volta che ti vedo quando balli”. Lui ha sempre pensato che per me la danza fosse solo un divertimento, non lo vedeva come un vero lavoro.

Cosa significava per te danzare?
Sicuramente “libertà”, però con due diversi significati: uno mio, personale, nel dare atto al desiderio di volare, inteso come voglia di crescere e vivere attraverso la danza, e l’altro a livello sociale in quanto dovevo avere la forza di affrontare e sottrarmi ad un destino comune, abbandonare quello squallore giornaliero dovuto all’oppressione del regime.

Se vogliamo trovare invece un lato positivo?
Devo dare atto e ringraziare il mio paese per l’organizzazione scolastica di quei tempi, senza la quale non sarei mai riuscita a compiere il mio sogno. Vitto, alloggio, scarpette e punte, istruzione ad altissimo livello, tutto elargito gratuitamente dal sistema di istruzione. Rigidissime le condizioni di vita, di studio e di lavoro ma altissima la selezione e la qualità.

Come si può comprendere al meglio l’essenza della danza?
Difficile parlare di danza a persone che non la adorano e che non se ne intendono. Per comprenderla in tutta la sua unicità bisogna amarla. Credo che sia un’arte dove la percezione visiva si amalgama con la vibrazione dettata dalla musica, in cui l’armonia e la bellezza si intrecciano nelle vite dei personaggi che parlano usando il linguaggio universale del corpo.

Da stimata docente scaligera, quali sono le responsabilità e le gioie?
Insegno da trentatré anni, nella Scuola di ballo dell’Accademia Teatro alla Scala, danza classica, punte, repertorio, danza storica e danza di carattere, e anche pratica e teoria per il corso insegnanti. Non avevo ancora trent’anni quando la Signora Prina allora direttrice valente della scuola, mi chiese di prendere la cattedra della danza di carattere, e pochi mesi dopo iniziai anche le lezioni di danza classica. Fu una continua crescita, con una grande passione e dedizione. Vista la mia preparazione su un ampio ventaglio culturale della danza (danza di carattere e danza storica, che non sempre un insegnante è tenuto a conoscere) lavoravo veramente tanto, lezioni, coreografie, preparazione degli spettacoli. Se devo trovare l’aspetto peggiore del mio lavoro direi che è il timore. Il timore di non avere le forze, di essere superficiale e il timore di cadere nella routine. Mi è costato molto impegno, ma ho sempre provato stare alla larga da queste trappole. Il buon risultato si ottiene solo lavorando, non ci si può improvvisare.

Le emozioni provate mentre danzavi, sono le medesime di oggi con gli allievi?
Direi che le emozioni di un ballerino non sono affatto quelle di un insegnante e che non si devono confondere. L’emozione in comune è solo l’amore e la dedizione per la danza. Il ballerino è generoso verso il pubblico e verso se stesso, mentre la generosità dell’insegnante è tutta rivolta verso l’allievo ballerino. Poi certo la propria carriera ha una notevole importanza.

Qual è l’aspetto più bello del tuo lavoro?
La cosa più bella del mio lavoro è quella di vedere i miei allievi che crescono, maturano, imparano, e diventano dei professionisti. Contribuisco come un mago a far realizzare i loro sogni. In giro per il mondo ci sono trenta generazioni di diplomati che ogni volta che li incontro mi riempiono il cuore di gioia con i loro sorrisi. Sono sparsi in tutti i teatri del mondo. È veramente bello sapere che ho contribuito in piccola o grande parte alla formazione di ballerini, insegnanti, coreografi, grandi artisti.

Mentre l’aspetto peggiore?
È quello di dover selezionare e delle volte rinunciare ad allievi a cui mi sono inevitabilmente affezionata. Purtroppo nel nostro lavoro le doti e le proporzioni fisiche sono fondamentali, e con la crescita possono modificarsi sostanzialmente.

La danza è un’arte espressiva, e le emozioni variano nel tempo?
Quando balli c’è una forma di egocentrismo, nell’affrontare il palcoscenico, nel prepararti per essere pronto tecnicamente e artisticamente. Mi sentivo molto unita ai miei colleghi, ma il pensiero, la concentrazione, le energie, erano tutte centrate su di me, sia nei ruoli da corpo di ballo sia in quelli solistici. Quei tre muri del palcoscenico mi hanno dato enormi emozioni. Terrore tra le quinte credendo di non essere mai del tutto pronta, gioia nel dimostrare al pubblico la mia arte, e nel sentire i loro applausi. Come insegnante mi sento invece responsabile di ogni danzatore, devo pensare a come metterlo in condizioni tali per migliorarlo mediante le correzioni, e i giusti consigli. Si agisce sulla mente di un’altra persona, e poi un ballerino è completamente diverso da un altro, la fiducia è il fattore determinante.

Nel tempo trovi che la danza, nella sua naturale evoluzione, sia cambiata in maniera sostanziale?
La danza è molto cambiata, sono cambiati i coreografi e le loro richieste, sono cambiati i ballerini, la loro fisicità, il loro modo di raccontare ed esprimersi con il corpo, la qualità di movimento e il rigore tecnico. Una volta c’erano i solisti e il corpo di ballo, oggi il corpo di ballo di un teatro che si rispetta è formato da solisti. Negli anni settanta provavamo con largo anticipo gli spettacoli ed i ruoli, oggi succede tutto più velocemente. I ballerini devono essere bravissimi anche nello stile contemporaneo.

Ai tuoi tempi la danza contemporanea non era contemplata nel piano studi?
Nella mia carriera non ho mai affrontato la danza contemporanea, noi avevamo un repertorio prevalentemente classico o produzioni che servivano alla propaganda politica. Solo nel 1977 a Leningrado si formò il primo teatro di danza contemporanea. Avevo una predisposizione per i ruoli delle danze di carattere, la musica mi avvolgeva e il mio corpo veniva preso dalla gioia di ballare, e in palcoscenico tutto prendeva vita.

Quali sono i punti di forza delle danze di carattere e di quelle storiche?
Hanno delle particolarità culturali e di stile sostanziali. La musicalità, la gestualità, l’espressività non forzata ma intenzionale, la coordinazione ricercata nello stile adatta al ruolo, tutto questo mi ha sempre affascinato come ballerina e come insegnante.

Per concludere Loreta, tre aggettivi per descrivere la poesia dell’arte tersicorea?
Più di tre aggettivi Michele! La danza nasce dal desiderio di potersi esprimere al di là delle parole, con il corpo, con l’anima, mette tutto in armonia, è la musica nel gesto. Ballare è un atto spirituale, è gioia, è passione. Se viene scelta come professione è un’arte che va affrontata con rigore e impegno.

"Si segnala che per le domande dalla 18 alla 23 la Signora Alexandrescu si è ispirata a risposte già date, da lei stessa, all'intervista in inglese del sito MMD - Music Management for Dance"

Michele Olivieri

Ultima modifica il Domenica, 26 Aprile 2020 23:25

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