domenica, 12 luglio, 2020
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INTERVISTA a RENATA CALDERINI - di Michele Olivieri

Renata Calderini Renata Calderini

Renata Calderini, nata a Udine, si forma alla Scuola di Ballo del Teatro alla Scala di Milano, perfezionandosi poi al Teatro Bol’šoj di Mosca. Entrata a far parte del Corpo di Ballo del Teatro alla Scala dove interpreta ruoli da solista e prima ballerina. Inoltre nel corso della tournée del balletto della Scala al Metropolitan di New York, danza Giulietta con Rudolf Nureyev nel ruolo di Romeo e Margot Fonteyn nel ruolo di Lady Capuleti. Lasciato il Teatro alla Scala entra a far parte con Maurizio Bellezza, suo abituale partner, del London Festival Ballet (ora English National Ballet), dove interpreta praticamente tutti i grandi ruoli del repertorio classico e romantico (“La bella addormentata” e “Romeo e Giulietta” di Nureyev, “Giselle” di Mary Skeaping con Vladimir Derevianko, “Schiaccianoci”, “Coppelia” di Ronald Hynd con Peter Schauffus, “Il Lago dei Cigni” di Petipa/Ivanov, “Cinderella” di Ben Stevenson, “Onegin” di John Cranko, oltre a “Les Sylphides” e “Sheherazade” di Michel Fokine, “Tricorno” di Léonide Massine ed “Etudes” di Herald Lander venendo in seguito richiamata come artista ospite. Invitata dal Teatro alla Scala debutta ne “Il Lago dei Cigni” di Hightower/Zeffirelli con Marco Pierin e Jean Charles Gil, “Romeo e Giulietta” di John Cranko, “Balletto Imperiale” di George Balanchine e “Giselle”. Al termine del 1986 rappresenta l’Italia al Festival Internazionale del Balletto dell’Avana con Maurizio Bellezza. Prosegue la sua carriera alla Bayerische Staatsoper di Monaco dove aggiunge al suo repertorio “Schiaccianoci” di John Neumeier con Jan Broeckx, “La bella addormentata”, “Giselle” e “Lago dei Cigni” di Peter Wright, “Bisbetica domata” accanto a Peter Breuer, “Begegnung in drei farben” e “Jeux de cartes” di John Cranko e “Allegri diversi” di David Bintley. Successivamente ritorna all’English National Ballet dove inoltre interpreta “Our Waltzes” di Vincent Nebrada, con Paul Chalmer e José Carreno, “Schiaccianoci” di Peter Schauffus e Ben Stevenson, “Le spectre de la rose” e “Sheherazade” di Michel Fokine con Carlos Acosta, “Lago dei Cigni” di Raissa Struckovam, “Savoy Suite” di Wayne Sleep, “Four Last Songs” di Ben Stevenson, “Coppelia” di Ronald Hynd, sia con Maximiliano Guerra che con José Carreno, Tatiana in “Onegin” con Paul Chalmer, pas de deux del “Don Chisciotte” con José Carreno. Con quest’ultimo partecipa successivamente al Royal Gala in presenza di Lady Diana. Al termine della stagione 1993 si dedica all’insegnamento pur ripresentandosi sulla scena nel 1998 come Giulietta nella versione di “Romeo e Giulietta” di Robert North al Teatro Filarmonico di Verona e poi con la compagnia dello Scottish Ballet accanto ad Adam Cooper nel 2001. Viene invitata in diverse occasioni nei maggiori teatri italiani e all’English National Ballet diretto da Derek Deane. Diventa Maître de Ballet al Teatro di Ulm e successivamente alla Semperoper di Dresda diretto da Vladimir Derevianko. Nel 2005 è ingaggiata come Professeur e Maître de Ballet per il Corpo di Ballo del Teatro alla Scala di Milano diretto da Frédéric Olivieri lavorando al fianco di Pierre Lacotte, Natalia Makarova e Wayne McGregor. Ripresa la sua attività come freelance viene invitata regolarmente come insegnante e Maître de Ballet al Teatro di Lipsia diretto da Paul Chalmer, presso la compagnia di Robert North, il Teatro di Saarbrucken e presso il Barcelona Ballet (prima Corella Ballet) con il quale parteciperà alla tournée a New York, Houston e altri teatri statunitensi. Parallelamente all’attività di freelance collabora con il centro formazione A.I.D.A di Milano tenendo lezioni di tecnica della danza classica (prevalentemente sui fondamenti del metodo Vaganova) ai corsi superiori.

Carissima Renata, cosa ricordi del tuo primissimo incontro con la sala danza, il tuo primo giorno alla sbarra?
Direi una bugia dicendo di ricordare il mio primo giorno alla sbarra. Avevo sette anni. Di sicuro ho dei vivissimi ricordi di molti momenti e sensazioni vissuti nei miei primi anni nelle scuole di ballo di Udine e Gorizia prima di entrare alla Scuola della Scala. La magica atmosfera che si creava quando iniziava la musica che accompagnava gli esercizi. L’emozione che provavo quando la Maestra mi dedicava la sua attenzione per correggermi. Il batticuore provato nel calcare per la prima volta il palcoscenico durante i saggi. Era pura magia e felicità.

La tua esperienza è vasta, sicuramente nutri infiniti ricordi, quali consigli ti senti di dare ai giovani allievi che desiderano intraprendere la carriera professionale?
Perseveranza e costanza nel lavoro quotidiano senza mai perdere l’ispirazione anche quando capita, perché nella vita capita, di affrontare momenti e sfide difficili che scoraggiano. Prendere sempre il meglio da ogni esperienza non permettendo mai che questi momenti guastino il lato artistico e la sua magia. La gioia generata dalle soddisfazioni dimostreranno che ne è valsa la pena.

Quanto è importante educare i giovani al teatro, all’arte, alla cultura, allo stile e soprattutto ad una memoria storica?
È importantissimo e stimolante indipendentemente dalla strada che poi un giovane decide di intraprendere. Con l’educazione e la conoscenza un giovane conosce meglio se stesso, scopre le passioni, la sua sensibilità nei confronti di una disciplina piuttosto che di un’altra. Può scoprire un suo talento che altrimenti non vedrebbe mai la luce. Anche conoscere il percorso storico aiuta la comprensione della contemporaneità. La memoria storica va sempre preservata. Nonostante sia naturale e necessario che tutto abbia un’evoluzione non possiamo prescindere dalla storia. Non ci sarebbe questo presente se non ci fosse stato quel passato.

Tu hai conosciuto e vissuto le grandi stagioni della danza e del balletto internazionale. Oggi cosa manca di quei tempi ormai perduti ma sicuramente gloriosi?
Ogni epoca ha i suoi artisti che, pur con le differenze di stile che distinguono le diverse scuole, rispecchiano il modello estetico di quell’epoca e il livello tecnico raggiunto. Quello che degli artisti di quel tempo resterà indelebile nella mia memoria è stata la loro individualità artistica. La loro credibile genuinità e generosità era molto coinvolgente e capace di generare nel pubblico delle fortissime emozioni.

Da dove nasce la tua passione per la danza trasformatasi poi in professione?
Ho il ricordo nitido di uno spettacolo di pattinaggio artistico sul ghiaccio a cui avevo assistito che mi aveva affascinato per la grazia del movimento che si sposava con la musica. Ma, nonostante questo, non ho mai chiesto di praticarlo. Forse a casa avevo sfogliato dei libri su cui comparivano dei ballerini. Comunque non avevo mai visto un balletto in vita mia. Il secondo ricordo, quello determinante, è quello in cui, passeggiando con mia mamma, notai un manifesto che annunciava l’apertura delle iscrizioni a una scuola di ballo. “Voglio fare la ballerina!” dissi a mia mamma. E così cominciò tutto.

Perché lo studio della danza classica è una scuola di vita?
Perché ti insegna ad importi una costante disciplina e a sviluppare un senso critico sia verso il proprio livello tecnico che quello estetico. Essendo una professione che ti espone costantemente a dei giudizi, ti insegna ad accettare critiche e biasimi, ma anche a ricercare opinioni e consigli. Tutte cose che, se costruttive, sono indispensabili per generare e nutrire la determinazione a superare i propri limiti. Ti insegna a gestire le paure, le emozioni e le insicurezze.

La danza ha avuto una sua naturale evoluzione, a partire dalle fisicità, ma ciò è accaduto anche con la metodologia didattica e se sì in meglio o in peggio?
Penso che nel complesso, se la danza ha raggiunto un livello tecnico ed estetico così alto, il metodo didattico sia sicuramente molto valido.

Che ruolo hanno giocato i tuoi maestri in carriera, e a chi in particolare va la tua gratitudine?
I maestri sono fondamentali e determinanti in tutti i campi. La danza è una forma d’arte molto complessa. È concreta, fisica ed estetica e usa il corpo come strumento. È indispensabile uno sguardo critico esterno. Il corpo ha sempre bisogno di un maestro che sappia scoprire, sviluppare e valorizzare le sue potenzialità sotto ogni punto di vista. Io ho avuto la fortuna di avere molti maestri. In questo caso col termine “Maestri” intendo tutti coloro che offrono la loro conoscenza e la loro esperienza attraverso la lezione e la preparazione dei balletti come i Maître de Ballet, gli assistenti e i coreografi stessi. Preziosi sono stati gli insegnamenti di Mikhail Messerer, Woytek Lowski, Elisabeth Anderton e Georgette Tzinguirides. Illuminanti quelli di Alicia Markova, Mary Skeaping, Marcia Haydée e Natalia Makarova. Inoltre, anche tutti quelli non menzionati hanno avuto per me un grande valore. Ognuno di questi maestri mi ha regalato nozioni, consigli, spunti di ispirazione. Quello che ho fatto lo devo a loro.

Alla Scuola di Ballo del Teatro alla Scala ti sei diplomata. Cosa ha significato iniziare in una istituzione così prestigiosa?
Come per tutte le bambine italiane che amavano la danza, entrare alla Scuola di ballo del Teatro alla Scala era la più grande delle ambizioni. Rappresentava il Sancta Sanctorum della danza. Non si poteva ambire a nulla di meglio. Per me significava avere la possibilità di realizzare l’unico sogno della mia vita: diventare una ballerina.

Che anni sono stati quelli vissuti prima alla Scuola di Ballo e poi al Teatro alla Scala?
Quelli vissuti alla Scuola di Ballo non sono stati tutti rosa e fiori. Nonostante l’entusiasmo e la consapevolezza di essere in un contesto così prestigioso, il primo anno è stato per me traumatico. Venivo da una cittadina come Udine e, neppure undicenne mi sono trovata catapultata a Milano da sola. A quei tempi non era una cosa comune che una bambina andasse a vivere lontana dalla famiglia. Non mi piaceva stare in collegio e avevo paura della nebbia che mi creava una grande ansia quando dovevo attraversare la strada. Gli anni successivi però, sono stati costellati da momenti molto eccitanti come i saggi e le partecipazioni alle opere. E poi è arrivato Rudolf Nureyev. Folgorazione! Un momento di gran felicità fu quello di far parte del gruppo di bambine scelte per la sua produzione di “Schiaccianoci”. Ero elettrizzata. Credo sia stato il momento più bello ed eccitante del mio periodo scolastico alla Scuola della Scala. Anche il mio passaggio dalla scuola al Teatro è stato sofferto. Non c’è stato il concorso di assunzione per due anni. Ero disperata, ma alla fine sono stata assunta. Da allora sono arrivate gradualmente le gratificazioni. Corpo di ballo, solista e prima ballerina.

Qual è stato il tuo passo d’addio e la tua ultima serata nelle vesti di ballerina?
Non veniva più fatto il passo d’addio quando mi sono diplomata. La fine della mia carriera è avvenuta nel giro di tre giorni. Ero a Londra e anche se durante l’ultimo anno ero afflitta da un problema ai piedi che mi causava una forte sofferenza a salire sulle punte, non mi aspettavo che la situazione precipitasse così velocemente. Così feci i bagagli e tornai a casa. Però il mio vero addio alle scene è avvenuto qualche anno dopo aver “appeso le scarpe da punta al chiodo”. Non ho resistito alla proposta di Robert North di ballare la sua versione di “Romeo e Giulietta” che non richiedeva le punte. Con quel ruolo ho iniziato e con quel ruolo ho terminato. Il cerchio si era chiuso. Questo è stato un po’ disorientante, ma non traumatizzante. Ho ballato moltissimo.

Un tuo pensiero per la Signora Bulnes, direttrice della Scuola di Ballo ai tuoi tempi?
Penso d’averla avuta come direttrice solo durante i primi due anni di scuola. È stata indubbiamente un personaggio di forte spessore per il suo passato prestigioso e ha lasciato senza dubbio un’impronta molto forte sulle sue allieve e sulla scuola.

Perché ad un certo momento hai deciso di lasciare il Corpo di Ballo della Scala?
Perché, considerando il numero di spettacoli previsti dalla programmazione, mi sono resa conto che le opportunità di ballare non sarebbero state sufficienti ad appagarmi quanto avrei voluto. Volevo che la mia carriera si svolgesse prevalentemente sul palcoscenico piuttosto che in sala ballo che, per quanto abbia un fascino particolare e una fondamentale funzione, resta pur sempre il mezzo e non il fine. L’unica soluzione sarebbe stata quella di fare esperienza in una compagnia che mi potesse offrire questa opportunità. Così, dopo aver chiesto consigli e ascoltato opinioni, la scelta è caduta sul “London Festival Ballet” (ora “English National Ballet”). Più di duecento spettacoli all’anno con un numero di sette alla settimana. Questo significava che, nella peggiore delle ipotesi, una prima ballerina avrebbe ballato almeno una volta alla settimana. Alla “Bayerische Staatsoper” invece il numero di spettacoli non era così elevato, ma comunque piuttosto considerevole.

Il tuo ricordo più bello legato al Teatro alla Scala fuori dalle scene, un qualcosa che ti è rimasto nel cuore?
Un mio ricordo è legato al periodo scolastico e ancora a Nureyev. Quando veniva alla Scala andavo praticamente a vedere ogni suo spettacolo. Ricordo le lunghe, lunghissime attese sotto i portici di via Filodrammatici per vederlo uscire o, a volte, per sentirci solo dire che era “scappato” dall’uscita secondaria di via Verdi che ora non si utilizza più. Queste attese erano la disperazione di mia mamma che in piena notte, anche sotto le intemperie, mi aspettava alla fermata del tram n° 4.

Poi hai danzato al fianco di Nureyev. Raccontami del vostro incontro artistico?
Rudolf secondo me ha fatto parte di quelle persone o eventi che definiscono un “prima” e un “dopo”. Da professionista ho avuto modo di vederlo spesso lavorare, non solo danzare. Prima alla Scala e poi al London Festival Ballet. All’ammirazione illimitata per la qualità della sua danza e la sua magnetica e selvaggia personalità, si è aggiunta quella per l’amore e il rispetto che dimostrava verso la danza. Ne aveva bisogno come una persona ha bisogno dell’ossigeno e la danza ha avuto bisogno di lui. Le si dedicava totalmente con estrema onestà e rigore e pretendeva lo stesso dagli altri. È stato un esempio per tutti i ballerini. Inoltre ha dimostrato nei loro confronti molta generosità aiutandoli ad emergere e per alcuni, a raggiungere una fama internazionale. Io mi considero molto fortunata di aver goduto del privilegio d’essere apprezzata e aiutata fino al punto di essere scelta da lui per il ruolo di Giulietta, da sempre il mio preferito, nella sua produzione scaligera. Non essendo ancora prima ballerina, questa scelta, in quel periodo, è apparsa piuttosto sorprendente. Non dimenticherò mai cosa ho provato quando leggendo il cast ho visto il mio nome di fianco a “Giulietta”. A ripensarci mi emoziono ancora. Non pensavo però che questo mi avrebbe portata a realizzare il più grande sogno della mia vita d’artista. Uno di quei sogni che quasi non si osa sognare: poter ballare al suo fianco. Invece così è accaduto. Avrei ballato proprio Giulietta con lui durante la tournée al Metropolitan di New York. Penso che, anche se ci provassi, non riuscirei mai a descrivere le sensazioni provate in quei momenti. Quando si chiuse il sipario mi mise la mano sulla testa e guardandomi mi disse: “Brava”. Ho un ricordo quasi onirico. Solo chi ha un sogno che crede irrealizzabile può immaginare quale sarebbe l’emozione nel vederlo realizzato.

In carriera quali sono i ruoli che hai prediletto?
Come detto sopra, Giulietta a cui devo aggiungere Tatiana nell’Onegin e Giselle. Inoltre, anche se per diverse ragioni si discosta molto dagli altri, mi piaceva e mi intrigava molto ballare Katerina in Bisbetica Domata.

Il tuo balletto del grande repertorio preferito e perché?
Tutti e tre i balletti sopra menzionati occupano il posto d’onore. Certo “Giselle” si discosta molto dagli altri due per il periodo storico, il Romanticismo, e per la trasformazione del personaggio dal primo al secondo atto. Varca la soglia che separa l’aspetto materiale e terreno da quello spirituale. Nel primo atto c’è vita, speranza, illusione, tanto amore e poi il tradimento che la porteranno alla follia e alla morte. Tra tutti questi, quello che lei porta con se nel mondo ultraterreno come cosa più preziosa è l’amore, quello puro, capace di perdonare e di generare una forte compassione. È un ruolo che lascia un margine interpretativo molto ampio. Mi torna in mente un fatto legato alla scena della pazzia che, quando ci penso, mi fa ancora sorridere. A volte mi succedeva che nell’atto di gettare a terra la collana la facessi cadere nella buca dell’Orchestra. Forse in testa o sullo strumento di qualche orchestrale. Seppur con grande senso ironico, venni rimproverata con la minaccia che, se fosse accaduto di nuovo, avrebbero smesso di suonare. Anche ne “Il lago dei cigni” ci sono due ruoli distinti, ma mentre in “Giselle” prevale l’aspetto più profondo, intimo e appunto spirituale, in questo prevalgono dei valori assoluti. Odile e Odette rappresentano il bene e il male, l’amore e l’odio, la libertà e la prigionia.


Sul versante coreografico contemporaneo cosa ti ha catturata in particolare?
Tra i “grandi” io amo molto Mats Ek. Attualmente il panorama è vastissimo e la ricerca di nuovi linguaggi è così feconda che è molto difficile orientarsi. Tra coloro che, in un periodo più recente, ho avuto modo di apprezzare mi ha particolarmente colpita Anne Teresa De Keersmaeker.

Mentre tra le creazioni che hai trovato più difficili, dal punto di vista tecnico ed espressivo?
Con un gran sorriso direi, per una ragione o per l’altra, “tutti”. Ma se proprio devo specificare allora ne menzionerei due: “Balletto imperiale” di George Balanchine e “Etudes” di Harald Lander per difficoltà tecnica e resistenza fisica.

La differenza tra l’essere una brava interprete e una brava insegnante dove risiede?
Una brava interprete non necessariamente diventa una brava insegnante. È necessario essere capace di trasmettere la propria conoscenza. Trovare la chiave per riuscire a raggiungere i risultati che ci si prefigge. Anche quella è una forma di talento. Un’altra componente fondamentale è la generosità. Quello che si è appreso, completato e arricchito con l’esperienza personale va messo a disposizione di chi lo vuole riceverlo.

Come hai vissuto il successo e la notorietà?
I traguardi raggiunti mi hanno appagata moltissimo, ma non mi hanno mai indotta ad adagiarmi o a cambiare il mio modo di lavorare. Li ho vissuti come un veicolo verso nuove esperienze. Penso che un artista senta sempre il bisogno di arricchirsi e per questo non esiste un limite. Purtroppo la nostra è una carriera corta e il tempo a disposizione non è molto. Bisogna sfruttalo al massimo. Io comunque non ho raggiunto un tale grado di notorietà da influire sulla mia vera natura o di cambiarla.

La danza classica in tempi passati veniva classificata, da alcuni, come un’arte d’élite. Secondo te corrisponde al vero?
Sì, penso che in Italia sì. A livello culturale non rientrava nelle discipline con una diffusione tale da stimolare un interesse a livello popolare e coltivarne la conoscenza. Inoltre non venivano mai proposti dei balletti in televisione e non esistevano dei mezzi di diffusione così avanzati. Bisognava andare inevitabilmente a teatro. Parlando sempre della mia esperienza personale posso dire che nell’allora Unione Sovietica la danza era molto popolare e spesso proposta dai mass media. Era seguita come qui era seguito il calcio. Ne sono rimasta molto colpita.

Quali sono state le maggiori soddisfazioni nel ruolo di Maître de Ballet al Semper Oper di Dresda?
Le soddisfazioni sono state molte. Quella che ritengo la più grande è stata quella di aver potuto lavorare a contatto con John Neumeier per diverse sue produzioni. Un’esperienza molto speciale fu quella di quando le due compagnie, ‘Semperoper’ e ‘Hamburg Ballet’, si unirono per una rappresentazione del balletto intitolato “Come vi piace” dividendosi i ruoli e i quadri. Fu interessantissimo!

Mentre in qualità di Professeur per il Corpo di Ballo della Scala?
Il mio impegno col Teatro alla Scala è stato di una sola stagione, ma mi è rimasto un bel ricordo del mio rapporto col Corpo di Ballo. Lavorare con una compagnia di così alto livello che inoltre invitava spesso i più grandi coreografi e ballerini è stato particolarmente gratificante e mi ha regalato delle bellissime soddisfazioni. L’esperienza che però mi ha dato più emozione è stata quella di rincontrare Natalia Makarova con cui avevo lavorato molti anni prima in veste di ballerina nella sua produzione di “Bayadere” all’English National Ballet.

Che aria si respirava al Bolshoi?
Entrando in quella scuola si aveva subito la percezione di quanto veniva investito nella danza. Partendo dall’organizzazione e l’efficienza della struttura che comprendeva anche un teatro e un’assistenza medica completa, fino ad arrivare alle numerose discipline comprese nel programma didattico. La danza ti permeava totalmente. Inoltre, sorprendentemente, gli allievi percepivano anche un piccolo stipendio.

Un tuo pensiero per Elisabetta Terabust?
Ho un bel ricordo del periodo che abbiamo condiviso all’English National Ballet. È sicuramente stata per entrambe una pagina importante del nostro percorso artistico.

Mentre per il Maestro Fascilla, a cui tutti siamo legati in qualche modo?
Eravamo in ottimi rapporti, in diverse occasioni ho avuto modo di apprezzarlo come artista e l’ho sempre stimato, è stato un artista importante per il Teatro alla Scala, e per il mondo della danza.


Con Maurizio Bellezza sei stata prima ballerina al London Festival Ballet (1981-84), all’Opera di Monaco (1986) e all’English National Ballet (1989-92), dove insieme avete danzato i classici come Giselle e i balletti drammatici del Novecento come Onegin. Qual è stata l’empatia artistica in coppia?
Il nostro è stato un sodalizio artistico e sentimentale molto intenso. Eravamo giovani e all’inizio della nostra carriera quando si sono accesi i reciproci sentimenti. Da allora abbiamo camminato l’uno a fianco dell’altra lungo tutto il nostro percorso artistico crescendo insieme e sostenendoci a vicenda. Questo non ci ha però precluso la possibilità di avere anche esperienze artistiche diverse e con partner diversi. Com’è tipico delle coppie anche sentimentalmente legate, in sala ballo non mancavano confronti vivaci e liti. La confidenza generalmente porta ad avere reazioni istintive che non sarebbero accettabili nei rapporti con altri partner. Spesso erano anche molto divertenti. Assistendo a una prova si capisce subito se una coppia è legata anche sentimentalmente. Mi ricordo che mentre Ben Stevenson ci stava tenendo la prima prova di “Cenerentola”, non sapendo che eravamo una coppia anche nella vita privata, ad un certo punto si rivolse all’assistente e chiese: “Ma loro stanno insieme?”. Ci divise subito. Penso che non volesse assistere ai tipici battibecchi tra fidanzati. Però, appena partito, il direttore John Field ci ha immediatamente riuniti. Eravamo “la coppia italiana della danza”. Abbiamo ballato insieme quasi tutti i balletti della nostra carriera. Custodisco nel cuore un ricordo speciale dei nostri spettacoli insieme. Dell’empatia e della complicità che si creava. E del modo in cui, prima di entrare in scena, Maurizio mi diceva: “In bocca al lupo Calderini”.

Per un certo periodo hai fatto parte del “London Festival Ballet”. Come ti ha arricchita professionalmente quell'esperienza?
Dal punto di vista pratico, mi ha dato la possibilità di sviluppare resistenza fisica e psicologica. A non essere autoindulgente. Il ritmo di lavoro era molto impegnativo e costante e richiedeva parecchia disciplina. Le prove erano poche ed era essenziale non sprecarne neppure un minuto. Non è stato facile adeguarsi. Ho visto ballerini in lacrime che hanno resistito solo qualche mese. Questo aspetto mi ha chiarito e insegnato quella che viene definita “professionalità”. A sentirsi responsabile del risultato di un progetto comune e a rispettare lo sforzo di tutte le persone coinvolte in esso. Dal punto di vista artistico, un prezioso insegnamento è stato quello di dare valore alla qualità del movimento e del dettaglio. Di impegnarsi a conoscere a fondo il personaggio da interpretare cercando di comprenderne la personalità e immergendosi nelle sue emozioni. Di dare pari importanza all’aspetto tecnico e artistico di ogni ruolo. A questo proposito vorrei citare una frase che “pare” sia stata detta da una grande maestra a una altrettanto grande ballerina dopo uno spettacolo: “Il costume c’era, tu no”.

A tuo avviso, chi in passato ha segnato la storia della danza portando quest’arte ad essere così nobile?
Non penso che un solo artista sia stato determinate. Tutti quelli che hanno costellato tanti secoli di storia sono stati gli anelli di quella che è ora una lunga catena. A partire da Luigi XIV per poi, attraverso Noverre e Vestris arrivare a Maria e Filippo Taglioni che insieme a Jean Coralli, Jules Perrot e Carlotta Grisi ci hanno regalato quelli che ancora oggi sono tra i balletti più rappresentati al mondo. Il passato più recente annovera nomi come Marius Petipa, Michel Fokine, Anna Pavlova, Vaslav Nijinsky e maestri come Cecchetti e Vaganova.

Da bambina avevi un tuo mito del balletto e della danza, al quale ti sei ispirata?
Ovviamente da bambina il panorama della danza era circoscritto al Teatro alla Scala e i miei miti erano Carla Fracci, Liliana Cosi, Vera Colombo e Paolo Bortoluzzi che andavo a vedere ballare intrufolandomi nelle quinte o sui ballatoi subendo spesso forti rimproveri.

La tua famiglia ti ha sempre supportata e motivata nel proseguire gli studi e la carriera?
Senza la mia famiglia non avrei mai fatto la ballerina. Dopo il mio primo anno alla Scala mio padre si trovò a dover prendere una decisione in quanto non poteva permettersi di mantenermi in collegio. Chiese un’opinione alla mia maestra la quale lo convinse che valeva la pena farmi continuare. Così chiese il trasferimento e tutta la famiglia si trasferì a Milano. Inoltre è stato determinante il fatto che a quel tempo la Scuola della Scala fosse gratuita.


Hai danzato i ruoli più importanti del repertorio classico, e sei stata protagonista di creazioni di celebri coreografi. Sicuramente una grande emozione lavorare con nomi prestigiosi avendo anche la fortuna di imparare e provare i balletti con i diretti coreografi in sala danza. Un arricchimento umano e non solo artistico questo tuo essere cosmopolita?
Assolutamente. Il confrontarsi con personalità e opinioni diverse. Scoprire e prendere in considerazione i diversi punti di vista e le priorità che guidano il percorso di una persona. È una scoperta continua che influisce sulla tua crescita umana e artistica. Sono esperienze che possono distruggere delle opinioni e crearne delle nuove e influire sul tuo modo di ballare.

Fino a quanti anni, secondo te, si può danzare mantenendo intatta la credibilità della professione?
Il corpo di ogni singolo danzatore subisce il passare del tempo in modo diverso quindi anche la scelta dei ruoli dovrebbe adeguarsi alla reale condizione fisica individuale.

Cosa ti ha donato, in generale, la danza?
È stato l’elemento che maggiormente ha dato un senso alla mia vita. Mi ha permesso di vivere emozioni ed esperienze che non tutti hanno la fortuna di provare. Di questo le sarò sempre debitrice.

Michele Olivieri

Ultima modifica il Sabato, 23 Maggio 2020 23:00

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