sabato, 08 agosto, 2020
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INTERVISTA a MAURIZIO PANICI - di Francesco Bettin

Maurizio Panici Maurizio Panici

Il suo nome è legato soprattutto e indissolubilmente ad Argot Teatro, del quale fu ideatore e fondatore negli anni Ottanta, uno dei teatri italiani più attivi nella drammaturgia contemporanea, vero e proprio nido di fermento per nuovi linguaggi della scena. Regista, attore, ha all’attivo numerosi spettacoli di autori sia classici che moderni. Dopo tante esperienze e altrettanti premi e riconoscimenti, da qualche anno cura un progetto per un nuovo teatro di comunità in Veneto, a Marostica, dove da qualche stagione cura un programma artistico originale. Lo abbiamo sentito nel dopo-Covid, per sentire il suo parere a proposito della ripresa teatrale in corso.

Sig. Panici, il teatro inizia a riprendersi o almeno così pare. Dovremo pensare a una nuova rinascita, a un nuovo corso?
Sicuramente dovremo pensare a un nuovo modo di fare teatro, e a una nuova relazione con il pubblico. Adesso siamo in una fase di transizione, dovremo capire quali mezzi usare, come essere più inclusivi, ascoltare di più il tempo che ci sta intorno, affrontare anche tematiche che finora sono state sullo sfondo. Il teatro di domani è un teatro che dovrà ascoltare moltissimo e parlare al cuore. Bisognerà tornare alla grande lezione del teatro tragico, rimettere al centro le passioni, l’etica. Sarà un teatro meno falso, forte, incisivo. Anche se ci saranno sempre spettacoli che si andranno a godere per il piacere delle due ore da passare piacevolmente.

E l’eterna questione di avvicinare i giovani? Cosa bisognerà fare per coinvolgerli di più?
I ragazzi li vedo impauriti, con la pandemia si sono chiusi molto, isolandosi maggiormente. Da parte nostra, come dicevo, dovremo trovare una lingua che parli anche a loro e far sì che i teatri non siano più luoghi solo di spettacolo per due ore, ma diventino degli opifici aperti tutto il giorno dando la possibilità di fare la pratica teatrale. Un discorso generale, che dovrà coinvolgere gli spettatori dentro i nostri processi creativi. Quello che è accaduto non dobbiamo dimenticarlo. Dobbiamo mantenere i nostri sensori aperti, dando peso e valore a tutto ciò che facciamo e prenderci cura dello spettatore dal momento in cui entra fino a quando abbandona la sala.

Ma si corre il rischio di vedere davvero teatri semivuoti a causa del distanziamento sociale?
Per il momento il rischio è concreto, c’è un modo di ripensare però, come abbiamo fatto all’Argot. Una casa per gli artisti, per l’incontro. Abbiamo tolto la platea, così da dare il senso comune per chi entra, e dopo aver protetto lo spettacolo nel primo passaggio, più intimo, poi faremo entrare poi, pian piano, addetti ai lavori e spettatori più attenti, accompagnando un processo creativo, una forma di residenza vera, di rivalutazione degli spazi. Per accontentare tutti i pubblici.

Sorgeranno maggiori problemi economici che già si vedono?
Si può pensare di lavorare per piccoli gruppi ma con una circolarità, in una stessa giornata, per arrivare a un numero sufficiente di ingressi. E guardare il modo di produrre. Lo Stato deve prendere atto che non esiste possibilità di rinascita senza l’arte. Non è più solo un problema di estetica, ma sociale, e le amministrazioni, le comunità si dovrebbero far carico di questo. Allora si’ che il teatro potrebbe diventare luogo di formazione per i giovani, ma anche luogo di riflessione, delle domande, dell’elaborazione. Non deve più essere marginale, ma al centro, come nell’idea che avevano Grassi e Strehler per il Piccolo Teatro. Veniamo da una deriva spaventosa che abbiamo avuto in questi decenni, credo che la pandemia abbia riportato tutti un po’ con i piedi a terra.

Un bilancio personale?
Sono molto soddisfatto, ho fatto sempre tanto teatro, e fatto anche docufilm su temi importanti. Ma il teatro rimane il centro della mia vita. Dalla produzione mi sto spostando verso la restituzione, consegnando il sapere alle generazioni che verranno. Credo che sto chiudendo in maniera perfetta il mio lavoro, forse quello che mi manca è portare a compimento il mio progetto di teatro di comunità, dove opero ora, in Veneto, ancora più necessario in questo periodo per tutti.

Parliamo degli spettatori, dei quali il teatro ha sempre bisogno.
Il pubblico va sempre rispettato, su questo sono categorico. Gente che decide di venire a vederti, che parte con l’auto e fa strada, come si fa a non rispettarla? Cosa si può dare in cambio? La propria onestà, sapere che non puoi barare. E accoglierlo come si deve, questo pubblico, magari far trovare un piccolo ristoro o un caffè, che è un modo di dir loro che sono a casa, che li hai pensati. E aprire i teatri, darli a compagnie, o a ragazzi motivati. Questo è il tempo della cura, non più quello del consumo. Siamo tutti sfiniti, sfibrati, parlo anche per noi artisti. Siamo stati costretti a produrre in maniera eccessiva.

Dovremo quindi davvero pensare al teatro visto e vissuto in modo diverso? Siamo pronti a ciò?
Adesso inizia il lavoro, non si può ripartire come se niente fosse. Torna il tema della cura, e vale per tutto, anche per le città, prendere quello che c’è e renderlo migliore, e vale anche per il teatro. Darebbe a tutti un fiato diverso, senza ansie. Ma lo dirà il futuro come andrà. Non sarà facile evitare di cadere nello stesso male. Dobbiamo ripensare il sistema teatro. Tutto. Siamo in un altro tempo, e l’unico elemento variabile, come sempre è l’uomo.

Francesco Bettin

Ultima modifica il Giovedì, 02 Luglio 2020 11:07

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