sabato, 26 settembre, 2020
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INTERVISTA a DANIELE BONELLI - di Michele Olivieri

Daniele Bonelli. Foto Pierluigi Abbondanza Daniele Bonelli. Foto Pierluigi Abbondanza

Daniele Bonelli durante il suo percorso formativo all’Accademia del Teatro alla Scala ha interpretato in Italia e all’estero: “Lo Schiaccianoci” di Frédéric Olivieri, nel ruolo del principe di fata confetto a soli sedici anni (Teatro Strehler, Milano 2017), “La Cenerentola” di Frédéric Olivieri (Teatro Ponchielli, Cremona 2017), “La Stravaganza” di Angelin Preljocaj (Teatro Strehler, Milano 2018), “Gaîté Parisienne suite” di Maurice Béjart, nel ruolo dell’amore (Teatro Strehler, Teatro alla Scala, Milano 2018) “Gymnopédie” di Roland Petit (Teatro Strehler e Teatro alla Scala, Milano). Ha preso parte al tour presso il Teatro Bolshoi di Mosca per i 280 anni dell’Accademia A. Vaganova di San Pietroburgo, replicato in seguito al Teatro del Cremlino di Mosca con “Gymnopédie” (2018). Tour presso il “New National Theater” per lo spettacolo “Ballet Asteras” di Tokyo (2018). Ha partecipato al “Gala Nureyev” (Teatro alla Scala, 2018), e al progetto creato da Emanuela Tagliavia per una conferenza-spettacolo “L’uovo. Una cellula meravigliosa” (Teatro Elfo Puccini, Milano 2016; Teatro degli Arcimboldi, Milano 2017). Ha preso parte all’opera lirica “Alì Babà e i 40 ladroni” al Teatro alla Scala sotto la regia di Liliana Cavani e le coreografie di Emanuela Tagliavia. È stato ospite alla serata di “Positano premia la danza”, Léonide Massine (2018). “Green Carpet”, cerimonia dedicata alla moda sostenibile danzando “Gymnopédie” di Roland Petit (Teatro alla Scala, 2018). Tour Abu Dhabi, “Gymnopédie” e “La Bayadère” di Marius Petipa su musica di Ludwig Minkus, “La Scala Academy Ballet Stars” (2018). Tour presso San Pietroburgo, Gala-concerto “Dialogo fra le Arti” al Teatro dell’Hermitage con “Gymnopédie” (2018). “Cenerentola” per la coreografia di Frédéric Olivieri nel ruolo del Principe, Teatro Grande di Brescia e Teatro Strehler di Milano nel 2018. “La Bayadère” e “In the Middle, Somewhat Elevated” di William Forsythe, nel ruolo principale che fu dell’étoile Laurent Hilaire (Teatro alla Scala e Teatro Strehler, 2019). Tour a Beirut, “Al Bustan Festival of Perfoming Arts” con “La Bayadère” e “Gymnopédie” (2019). “Milano per la Scala”, passo a due “In the middle, somewhat elevated” e “Gymnopédie” al Teatro alla Scala nel 2019. Gala FIFA al Teatro alla Scala nel 2019. Attualmente è danzatore presso la compagnia “Ballett am Rhein” di Düsseldorf, in Germania.

Carissimo Daniele, innanzitutto felicitazioni per il conseguimento del Diploma alla Scuola di Ballo della Scala. Qual è stato il tuo approccio con la danza?
Grazie mille Michele. Devo dire che il mio personale approccio alla danza si è sempre basato sulla comprensione più profonda del mio corpo tramite qualcosa che mi rendesse libero. Sentirmi assolto da qualsiasi pensiero tramite il movimento mi ha man mano indirizzato verso quella che poi si sta rivelando la mia professione.

Mentre i tuoi primi ricordi legati al mondo del balletto e del teatro a cosa si rifanno?
Spesso i miei genitori mi portavano a Torre del lago, una frazione di Viareggio in cui ha vissuto e composto Giacomo Puccini, per ammirare il famoso lago e il teatro in onore del celeberrimo compositore. Più che affascinato dal paesaggio mi incuriosiva molto l’ambiente teatrale e, notando svariati artisti uscire dal teatro con costumi e trucchi di scena, rimanevo sempre attratto e ammaliato da tanta bellezza.

Hai capito fin da subito che investire sulla danza sarebbe stato per te fondamentale?
Ho sempre pensato che la danza facesse parte di me fin da subito. Mi sono sempre lasciato trasportare da quella che apparentemente poteva sembrare una semplice valvola di sfogo infantile. Amo ballare e l’ho sempre fatto. Risulta un’esigenza alla quale non posso farne a meno, come un organo importante del corpo senza il quale non potrei vivere.

Il momento più bello del giorno del diploma e il complimento che ti ha colpito maggiormente?
Non saprei dire con precisione quale è stato il momento più bello perché è stata una giornata talmente ricca di emozioni che ci ha travolto in positivo. È un giorno che attendavamo da anni e nonostante la pandemia siamo riusciti ad ottenere. Un traguardo tanto atteso quanto incerto in cui ne siamo usciti vittoriosi. Un diploma speciale che porterò sempre nel cuore.

Un tuo pensiero personale per le maestranze della Scuola di Ballo, in particolare Maurizio Vanadia e Frédéric Olivieri?
Tanta gratitudine! Devo tanto a loro poiché hanno sempre creduto in me e mi hanno dato molteplici opportunità e modo di crescere sotto parecchi punti di vista. Sono stati due Direttori che hanno sempre puntato a mantenere l’eccellenza dell’Accademia, mettendo in luce il talento degli allievi.


Quali sono state le maggiori difficoltà nello scegliere lo studio della danza?
È stato un percorso difficile. Tanto lavoro, tanto sudore e tanti sacrifici, ripagati dall’esibizione sul palco. Sentirsi appagati per ciò che stiamo facendo e vedere il raggiungimento dei nostri obiettivi, è la soddisfazione più grande della nostra arte.

Come ricordi il giorno dell’audizione in Via Campo Lodigiano?
Ricordo tanta emozione e agitazione prima di entrare. C’erano molti bambini talentuosi che condividevano con me le loro stesse preoccupazioni. I posti a disposizione non erano numerosi e le mie basi tecniche erano carenti per cui feci l’audizione già consapevole che non sarei stato scelto. Invece non fu così! Venni selezionato per il mese di prova e poi ammesso ufficialmente alla Scuola. Ero felicissimo e i miei genitori, vedendomi così sereno al pensiero di allontanarmi da casa per questo mio grande sogno, non poterono far altro che assecondarmi.

Sono sempre stati d’accordo, i tuoi familiari, con questa scelta artistica?
All’inizio non seppero spiegarsi da cosa fosse derivata questa mia predisposizione per il balletto poiché nessuno in famiglia era assiduo frequentatore di teatro. Nonostante la titubanza iniziale, mi hanno comunque appoggiato in tutte le mie scelte e si sono lasciati trasportare ed appassionare anche loro da questa mia passione.

Dedica un ritratto a tutti i tuoi Maestri scaligeri?
L’Accademia ha una formazione a 360 gradi. I Maestri preparano gli allievi non solo dal punto di vista artistico ma anche umano. Ho avuto modo di lavorare con tutti loro dalle semplici classi mattutine alle prove per gli spettacoli. La ricerca minuziosa in ambito tecnico è continua ed ognuno di loro porta a termine questo compito. Inoltre, grazie alla possibilità di interpretare grandi ruoli in teatro, vi è una forte cura stilistica dietro ad ogni balletto portato in scena.

Mentre per la tua primissima Maestra, Annarosa Petri?
Annarosa ha sempre cercato di farmi appassionare alla danza nel modo più sereno e divertente possibile. Ho iniziato infatti con gioco-danza ballando hip hop, jazz e musical. In seguito, ho percepito la mia predisposizione verso la danza classica e, riconoscendo in me il talento, è stata lei a convincermi a sostenere l’audizione all’Accademia del Teatro alla Scala.

Ci racconti le maggiori emozioni vissute nel periodo di formazione e le difficoltà?
Ho avuto splendide possibilità di crescita a partire dagli spettacoli alle tournée. Tante delle mie più importanti esperienze sono iniziate a sedici anni in cui mi sono stati attribuiti ruoli importanti e grandi responsabilità. Ho avuto modo di girare il mondo e ne sarò sempre grato all’Accademia per questo. Nonostante ciò è una formazione che prevede difficoltà, sacrifici economici per i miei genitori e ovviamente l’allontanamento da casa, nel mio caso a soli tredici anni. Sono scelte importanti in cui solo la passione potrà condurti.

Chi ha inciso in modo particolare nel tuo percorso artistico?
Sicuramente il mio Maestro Leonid Nikonov che è stato una colonna portante durante il percorso artistico e formativo. Ho avuto il privilegio di essere suo allievo per quattro anni e di poter cogliere tanti insegnamenti preziosi come ballerino e come essere umano. È un Maestro di vita che ha contribuito ad essere la persona che sono oggi. È stato come un padre per me!

Che cosa ami del mondo della danza e del balletto?
Amo tutto! Dalla giornaliera classe mattutina, all’esibizione in palcoscenico. L’aria che si respira nel dietro le quinte, la tensione prima di uno spettacolo e l’emozione nell’esprimere ciò che veramente ci rende felici. È uno stile di vita impegnativo ma di continue gratificazioni.


Che rapporto hai con lo specchio, strumento fondamentale per un danzatore?
Penso che lo specchio sia sempre stato concepito come qualcosa di terrificante, oscuro e sventurato. Credo che ognuno di noi debba creare una sorta di melodia compatibile con esso anche se spesso non riscontriamo la giusta chiave per affrontarlo, scagliandoci in soluzioni sbagliatissime. È un temuto riflesso di una sana realtà che spaventa ormai tutta la nostra società.Specialmente per noi danzatori, accettare le banalità e l’effettività che lo specchio ci offre, senza continuamente scappare da questa concretezza, è alla base del nostro progresso.

Quale ritieni sia la tua dote principale?
Direi l’eleganza, forse caratterizzata anche dalla mia figura longilinea.

Tra i ruoli che hai sostenuto fino ad oggi in quale ti sei rispecchiato maggiormente?
Penso che il ruolo, tra quelli interpretati finora, che più si avvicina al mio essere sia Solor in “Bayadere”. Drammatico e virtuoso al tempo stesso.

Arrivi da Viareggio nella bella Toscana, cosa ami in particolare della tua città?
Essendo una città costiera sicuramente l’aria di mare è ineccepibile. La Versilia, in particolar modo, ha un fascino ed una bellezza inspiegabili. Nonostante questo, apprezzo di più la parte rustica e selvaggia delle colline nei dintorni in cui la natura regna sovrana.

Mentre di Milano, tua città d’adozione?
Ma Milan, l’è on gran Milan! Una città splendida capace di offrire tantissimi sbocchi a giovani intraprendenti. Si respira tanta libertà, benessere e fascino.

Qual è stato lo spettacolo di danza al quale hai assistito come spettatore che ti ha maggiormente emozionato?
Ho assistito a molti spettacoli interessanti ed emozionanti al Teatro alla Scala ma credo che quello che più mi ha colpito è stato “Woolf Works” di Wayne McGregor. Abbiamo avuto la possibilità di lavorare ed approfondire questo balletto tramite i nostri docenti del liceo coreutico e in particolar modo con la nostra docente di storia della danza, Francesca Pedroni, che ci ha guidati in questo viaggio facendoci comprendere a pieno il messaggio, lo stile e il senso del balletto.

Secondo te, quali sono le qualità che un giovane danzatore deve possedere per avanzare nella carriera oltre naturalmente alla tecnica?
Ci sono tanti fattori che un ballerino al giorno d’oggi dovrebbe avere. Un danzatore ha la necessità di raccogliere a sé le maggiori conoscenze possibili e non vivere solo di un unico focus di pensiero. Avere un ampio bagaglio, ricco di vari approcci e ideologie riguardanti la danza, è alla base della formazione di un grande danzatore. Il talento e la tecnica sono certamente indispensabili ma non si è pienamente artisti se non vi è un bilancio con una buona dose di espressività e cultura.

Quali sono stati i consigli più preziosi ricevuti dai tuoi Maestri scaligeri?
I Maestri, nell’insegnamento della didattica, tramandano a loro volta consigli preziosi appresi da grandi ballerini. Questi particolari mi hanno sempre entusiasmato e affascinato e ho cercato di farli miei. Tanti dei consigli erano anche morali e umani tali da favorire lo sviluppo psichico dell’allievo.

Che sensazioni hai vissuto nel danzare al Bolshoi e al Cremlino di Mosca?
Sicuramente un onore ma anche un crescita in tutti i sensi. Ho avuto la splendida possibilità di esibirmi in questi due storici teatri a soli sedici anni. Sono due templi del balletto russo che racchiudono a sé cultura, storia e religione di tutto il paese. Per me si è trattato di una notevole consapevolezza e responsabilità, in quanto rappresentante dell’Accademia Teatro alla Scala. Era una serata di gala per i 280 anni dell’Accademia Vaganova di San Pietroburgo e per il bicentenario dalla nascita di Marius Petipa. Ci siamo esibiti con “Gymnopedie” di Roland Petit ed è stata un’emozione unica perché ho avuto l’occasione di compararmi con altri ragazzi provenienti dalle più importanti scuole di tutto il mondo e con i migliori artisti del Teatro Bolshoi come Svetlana Zahkarova, Denis Rodkin, Evgenia Obratzova e molti altri. Ero teso ma orgoglioso ed incredulo di essere lì. È stata una delle esperienze più costruttive di tutto il mio percorso in Accademia e non solo.

Come convivono oggi la disciplina classica accademica con la disciplina contemporanea, imprescindibili per un danzatore che ambisce ad inserirsi nelle maggiori compagnie internazionali?
L’icona del danzatore, al giorno d’oggi, risulta come una figura duttile e poliedrica, tanto che tutte le grandi compagnie del mondo hanno un repertorio sia classico che contemporaneo. Nel balletto moderno l’artista è soggetto ad esperienze e conoscenze tali da non definirlo unicamente ballerino. In seguito alle influenze di figure chiave e pioniere della danza contemporanea, come Martha Graham, Merce Cunningham e Isadora Duncan, il concetto stesso di balletto è ancora in continua evoluzione e rinnovamento. L’Accademia fornisce una preparazione anche sulla danza contemporanea, indispensabile per la formazione di un allievo e, partecipando agli spettacoli istituzionali, abbiamo modo di compararci con stili differenti da quelli che studiamo tutto l’anno.

Un libro di danza al quale sei affezionato?
Mi ha colpito molto “A body of work” di David Hallberg. Un libro introspettivo e a tratti commovente dedicato al primo ballerino e alla sua vita per la danza.

Mentre un film di danza?
Da piccolo guardai “Shall we dance?” di Peter Chelsom e posso dire che anche grazie a questo film si incrementò la mia passione per la danza. Ho sempre amato guardarlo e tutt’ora rimane uno dei film che più apprezzo.

Tra tutti i titoli del grande repertorio classico quale ti emoziona in particolare?
Ci sono tanti titoli che amo e che spero avere la possibilità un giorno di danzare. Il mondo del balletto è particolarmente vasto e vi sono influenze artistiche provenienti da tutto il mondo, per cui è difficile dover fare una selezione. Per quelli che sento più vicini al mio essere, se pur balletti molto diversi tra di loro, mi emozionano “La Dame aux Camelias” di John Neumeier, “Romeo e Giulietta” di Kenneth MacMillan e “Jewels” di George Balanchine.

Che clima si respira all’interno di una delle più celebri Scuole di Ballo al mondo, ricca di storia e di glorioso passato come quella della Scala?
Sicuramente è un prestigioso luogo di studio in cui abbiamo la possibilità di cogliere tanti insegnamenti e consigli preziosi. C’è la giusta competizione che ti spinge a dare sempre il massimo per andare un passo avanti, ma anche legami affettivi con i propri compagni, che si mantengono nel tempo.

Nel periodo della chiusura per l’emergenza sanitaria come hai vissuto il distacco dalla Scuola e dai Maestri e come ti sei tenuto in allenamento e preparato per l’esame di diploma a luglio?
È stato un periodo molto difficile perché non abbiamo avuto la possibilità di esprimere la nostra arte come siamo soliti fare. Il mantenersi in allenamento è stato necessario per cui l’Accademia ci ha fornito videolezioni online tutti i giorni. È stato un percorso di riscoperta personale e di ampliamento delle nostre conoscenze su tutti i fronti. Un tempo congelato che si è rivelato estremamente prezioso.

Cosa ti ha dato e cosa ti ha tolto la danza fino ad oggi, a livello personale?
Sicuramente mi ha donato tanta disciplina e forza interiore. Mi ha creato un’armatura e fortificato caratterialmente. Nel mio caso è stato uno stile di vita, non per colmare il tempo libero ma per una mia profonda esigenza personale. Non posso dire che mi abbia tolto qualcosa, bensì che mi abbia reso la persona strutturata che sono oggi.

Hai un mito tersicoreo, del presente o del passato, al quale ti ispiri?
Penso che ogni ballerino abbia i suoi punti forti per cui cerco sempre di cogliere il meglio di ognuno di loro e renderlo mio. Nonostante ciò, attualmente, nutro una profonda stima per Nikolaj Tsiskaridze, Semyon Chudin e David Hallberg che, se pur molto diversi tra di loro, possiedono un forte carisma e presenza scenica.

Oltre la danza, coltivi altre passioni?
Non in particolar modo. Ho sempre amato cantare fin da piccolo ed io con mia sorella avevamo un karaoke a casa con cui abbiamo passato gran parte delle nostra infanzia. Il canto e la musica sono parte integrante delle mie giornate e tutt’ora sono una valvola di sfogo che uso spesso per rilassarmi.

Con quale coreografo ti piacerebbe lavorare?
Ce ne sono molti con cui mi piacerebbe avere il privilegio di collaborare. Attualmente direi Jean Christophe Maillot, John Neumeier e William Forsythe per la loro continua evoluzione e versatilità artistica.

Mentre con quale ballerina sogni di fare coppia in palcoscenico?
Ho tanti miti anche femminili che ho sempre ammirato e apprezzato per svariati motivi. Per quanto mi riguarda la sintonia che si instaura con la propria partner è fondamentale nel nostro lavoro e necessaria per una buona resa in palcoscenico. Se mai mi capitasse l’occasione, non darei molto peso alla notorietà della ballerina quanto al feeling che si instaurerebbe. Detto ciò, il mio sogno sarebbe di condividere il palco con Olga Smirnova e Maria Khoreva, due attuali stelle del balletto russo.

Hai danzato già in celebri creazioni di straordinari coreografi. Nei tuoi sogni c’è anche, un domani, il creare?
No attualmente non ho programmato un futuro da coreografo, ma chi lo sa! Mai dire mai...

Cosa si prova a danzare sul palcoscenico della Scala, uno dei più famosi al mondo?
Calcando il palco della Scala si provano subito emozioni fortissime. Tante grandi personalità sono passate su quel palcoscenico e per me, interpretare un ruolo da Solista, significa una grande responsabilità e tantissimo lavoro. Ho avuto l’occasione di ballare numerosi spettacoli al Teatro alla Scala e, ogni volta che affronto il palco, percepisco diverse sensazioni e stati d’animo. È sempre stato un enorme privilegio.

Con il Diploma dell’Accademia si è chiusa un’epoca e si è aperta la carriera professionale. Attualmente sei in forze al “Ballett am Rhein” di Düsseldorf, come è avvenuta la scelta e qual è stato il tuo primo impatto in compagnia?
La scelta è avvenuta per pura casualità perché il nostro direttore della compagnia, Demis Volpi, aveva bisogno di un ultimo ragazzo per la prossima stagione. È venuto in Italia ad assistere ad una lezione in preparazione per il diploma e mi ha scelto. È stata un’occasione totalmente inaspettata anche perché, a causa del Coronavirus, molte audizioni sono state cancellate e molti ballerini non sono riusciti ad avere un contratto. Attualmente sono particolarmente contento e fortunato di essere a Düsseldorf perché abbiamo la possibilità di allenarci tutti i giorni ed esercitarci in preparazione dei prossimi spettacoli. Tutto lo staff è incredibile, molto competente e sto instaurando bellissimi rapporti anche con i colleghi. In compagnia si respira aria di serenità, amore e sopratutto libertà e penso che questo sia fondamentale. Credo molto nel destino è sono convinto che questa sia stata l’occasione giusta al momento giusto.

Qual è l’aspetto che ti mancherà di più nel lasciare la Scuola di Ballo e i tuoi compagni di corso?
Lasciando l’Accademia porto con me un bagaglio ricco di tanti insegnamenti, ricordi ed emozioni. Sono cresciuto e maturato grazie a tutti coloro che hanno fatto parte di questo mio percorso. Conservo legami affettivi e sensazioni che porterò sempre con me. Un luogo sicuro nel quale poter tornare e sentirsi nuovamente a casa.

Un tuo messaggio ai tanti giovani che sognano la professione e l’ingresso nel mondo della danza, soprattutto in un momento così difficile come quello in cui stiamo vivendo?
La danza è un’arte piena di sacrifici ma anche di tantissime emozioni in cui la passione sarà l’unica chiave per riuscire a scoprirle. La danza è spirito di una continua ricerca di ampliare il termine stesso di ballerino. Andare sempre oltre noi stessi, cogliere aspetti diversi ai quali non siamo abituati e renderli propri. Siate sempre voi stessi, inseguite i vostri sogni e puntate a realizzarli.

Michele Olivieri

Ultima modifica il Lunedì, 07 Settembre 2020 08:41

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