lunedì, 26 ottobre, 2020
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INTERVISTA a COCHI PONZONI - di Francesco Bettin

Cochi Ponzoni Cochi Ponzoni

Ha fatto parte di una coppia nata nel cabaret della Milano anni Sessanta, del mitico Derby, del mondo stralunato e surreale di Jannacci, Fo, fino a diventare un attore completo sia in cinema che in teatro, dove ha affrontato numerosi ruoli interessanti. Se si dice Cochi Ponzoni non si può in ogni caso non pensare a Cochi e Renato. Ma ora, da molti anni, Cochi fa soprattutto teatro, alternandolo qualche volta a progetti con l’ex compagno Pozzetto, o a nuovi lavori cinematografici. Ed è’ un professionista pieno di progetti e di entusiasmo.

Lei ha iniziato col cabaret, poi la televisione, il cinema, con ottimi registi, e il teatro. Cosa predilige tra questi generi?
Il teatro, assolutamente. Non ho dubbi.

Lei è un comico surreale che per anni con Pozzetto ha dimostrato che si poteva far ridere in modo intelligente e sarcastico. Ma cos’ha quella comicità di diverso rispetto a quella di oggi?
La comicità cambia a seconda dei momenti sociali. Adesso diciamo che il tipo di comicità che vediamo è più correlata alla realtà quotidiana, noi volavamo un po’ più alto, ecco. Eravamo più surreali, non ci attaccavamo certo al quotidiano.

Quindi era un rischio il vostro, anche per i tempi che correvano.
Certamente si, rischiavamo, perché tutto quello che è frutto della fantasia e non è correlato alla realtà a volte è incomprensibile, per la maggior parte dei casi, però…diciamo che a noi è andata bene.

Diceva il teatro, prima. Tornerà appena possibile a farlo, a calcare le tavole del palcoscenico?
Penso proprio di sì, appena finisce questo momento che per noi è complicato mi pacerebbe. Oggi abbiamo ancora tanti problemi con le produzioni teatrali, e anche per le sale che sono diventate a capienza limitata. Speriamo finisca presto questa situazione.

Per dirla alla Jannacci, lei si sente un saltimbanco dello spettacolo?
Beh, direi proprio di si’, con Jannacci ci siamo sempre definiti saltimbanchi nel senso che sappiamo fare un po’ di tutto: cantare, ballare, recitare. Siamo dei fenomeni da baraccone.

E come attore? Ha dei ruoli che le mancano, che le piacerebbe affrontare?
Sicuramente. Nel nostro mestiere c’è sempre qualche cosa che manca, il fatidico sogno nel cassetto. Certe operazioni teatrali però possono essere da un punto di vista commerciale molto rischiose. Per esempio, mi piacerebbe molto fare a teatro qualcosa di Joe Orton, autore inglese molto dissacrante, che però non è facile far digerire ai produttori teatrali. Ci sono tanti ruoli che farei, anche nel teatro classico. Diciamo che sarebbero degli esercizi di ginnastica, perché confrontarsi con Shakespeare, Goldoni, è come andare in palestra a fare i pesi.

Presumiamo sia comunque soddisfatto della sua carriera, di tutti i lavori fatti, degli ultimi ruoli.
Assolutamente si’.

Lei ha fatto diversi anni col Teatro La Contrada, a Trieste. Com’è stata quell’esperienza?
Molto interessante, per quattro anni ho lavorato lì’ e ho un ottimo ricordo di quegli spettacoli, con Orazio Bobbio “Il grande imbroglio”, quattro spettacoli con Ariella Reggio, “La panchina”, “Tango viennese”. Bei ricordi, anche del grande regista Francesco Macedonio che purtroppo non c’è più. Una collaborazione davvero molto interessante, molto soddisfacente.

Tornerebbe volentieri dunque a Trieste.
Senz’altro, assolutamente.

La più bella soddisfazione di Cochi Ponzoni? Il suo più bel lavoro?
Per quanto riguarda il cinema, ad esempio, due film mi sono piaciuti moltissimo, “Cuore di cane” di Lattuada e “Telefoni bianchi”, di Dino Risi, e anche un film a episodi fatto con Alberto Sordi, “Il comune senso del pudore”. Ma anche “Il marchese del grillo”, sempre con Sordi. E in teatro, a parte quelli citati prima, tutti i lavori fatti con Ugo Gregoretti, come “Il Critico” di Sheridan, con lo Stabile di Torino. E poi un altro lavoro che mi è piaciuto molto fare è stato “Operetta” di Gombrowicz, con il Teatro Stabile dell’Aquila. Ma anche lo spettacolo terminato a febbraio scorso, proprio al limite di questa pandemia, “Quartet” di Harwood, con Giuseppe Pambieri, Paola Quattrini e Erika Blanc.

Ovviamente immaginiamo anche tutto il lavoro con Renato Pozzetto, come duo comico surreale, straordinario.
Beh, quella è stata l’avventura più importante della mia vita, con Renato, Jannacci, il cabaret e il Gruppo Motore, che era composto da noi più Bruno Lauzi, Lino Toffolo e Felice Andreasi.

Quanto le manca un personaggio, un amico come Enzo Jannacci?
Enzo era come un fratello maggiore, è come aver perso una parte di me stesso quando è mancato. E’ stato un grande dolore, come fosse uno della mia famiglia. Era una persona alla quale ero legatissimo, perchè eravamo in simbiosi. Abbiamo lavorato insieme per tanti anni. E’ la mancanza dei grandi, mi manca anche Dario Fo, ad esempio. Erano grandi amici con i quali abbiamo condiviso la nostra vita.

Con Renato Pozzetto ha dei progetti in vista, prossimamente?
Con Renato abbiamo forse la possibilità, se aprirà il teatro Lirico di Milano, di fare qualcosa di nuovo insieme. Chissà, vedremo.

Vent’anni fa avete fatto una bella rentrée in tv con “Nebbia in Val Padana”, altro bell’esempio di televisione, come “Il poeta e il contadino”, “Saltimbanchi si muore” o “Su la testa”, Ma ho letto da qualche parte che anche lì siete stati in qualche modo attenzionati…
Abbiamo avuto molti problemi con i censori di allora, c’hanno imposto delle cose, tagliato altre, certe volte il mattino stesso prima di andare a girare dovevamo cambiare sceneggiatura. E’ stato difficoltoso, non abbiamo potuto esprimerci al meglio della nostra possibilità.

Ha un aneddoto che ricorda con piacere della carriera, o del privato, di quella vostra Milano?
Ce ne sono tanti, difficile pensarne uno solo. Penso ai momenti con gli amici citati prima, con Enzo, Renato, e gli altri. Con loro abbiamo passato tante di quelle serate divertenti che non potrei dire un aneddoto in particolare, in ogni nostra serata ci si divertiva molto.

Lei fece a teatro nel 1979 “Il cavaliere del pestello ardente” con Duilio del Prete e Edmonda Aldini. Che ricordo ha di quell’esperienza, che fu una delle sue prime a teatro?
Duilio era un altro amico fraterno, carissimo, con cui abbiamo fatto anche tante cose assieme, successivamente. Quella lì fu un’esperienza interessante nel senso che mi ha fatto capire quella che è la vita degli attori, degli scavalcamontagne come tutti noi siamo in origine. Mi ha fatto capire cosa vuol dire fare una tournée, quella era la prima, vera tournée per me, infatti. Anche massacrante a volte, e ho capito anche che portare in giro certi spettacoli non è sempre facile da trasmettere al pubblico. Poi, Edmonda Aldini era una grande attrice. E prima ancora, nel 1972, sempre assieme a Renato e con la regia di Vittorio Caprioli ho fatto “La conversazione continuamente interrotta” di Ennio Flaiano, al Festival di Spoleto. Bellissimo spettacolo.

L’abbiamo vista presenziare qualche anno fa all’inaugurazione di una mostra dedicata a un artista, Gino Pellegrini, uno scenografo e pittore vicentino che lavorò anche a Hollywood. Un suo ricordo?
Anche Gino Pellegrini era un mio caro amico, e anche lui mi manca tantissimo. E’ stato un vero genio incompreso, che conoscevano troppo in pochi, purtroppo. Ma era un altro grande artista. Fa parte anche lui delle persone che mi mancano molto.

Francesco Bettin

Ultima modifica il Martedì, 22 Settembre 2020 18:38

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