martedì, 19 gennaio, 2021
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INTERVISTA a MARCO FONTANAROSA - di Pierluigi Pietricola

Marco Fontana Marco Fontana

Tra i giovani attori che si stanno facendo notare nel mondo del teatro, fra i migliori spicca senz’altro Marco Fontanarosa.
Catanese di origine, appassionato di ogni genere di spettacolo, Fontanarosa è un interprete classico e moderno, emotivo e razionale, drammatico e brillante. Lo si potrebbe definire un attore colorato, brioso. Con una precisione meticolosa all’inverosimile, ogni ruolo che interpreta lo studia approfonditamente, concentrandosi in particolare sulla ritmica da conferire alla recitazione. Un po’ come Peppino De Filippo, che della fisicità fece un aspetto importante del suo lavoro, Marco Fontanarosa aggiunge, oltre al corpo, un tocco di logica senza, però, sfociare nello straniamento brechtiano. Studiando e riproducendo sul palco la sua spontaneità nella vita quotidiana, Marco Fontanarosa realizza ciò che per Gigi Proietti è l’essenza del teatro: essere un gioco serio ma mai uno scherzo.
Ma come si è formato questo attor giovane così dotato e brillante? Quale l’origine della sua passione? Chi i suoi modelli, i suoi idoli?
Ci siamo incontrati per parlare un po’ e ne è nata questa generosa e bella conversazione.

Marco, noi ci conosciamo già da un po’ di tempo e ti stimo come attore, benché tu non sia ancora noto al grande pubblico vista la tua giovane età.
Ti ringrazio di cuore. Ma sai: diventare famoso, in un mestiere come quello dell’attore, è molto relativo.

In che senso?
Nel senso che per me quello che conta è esprimere ciò che sono attraverso il palcoscenico, interpretando un ruolo e portare in questo modo ciò che sento sulla ribalta. Questo è il mio credo. Questo è ciò che so fare meglio. Il resto è tutto di contorno. Importante sicuramente, ma di contorno.

Andiamo con ordine. Come è iniziata la tua passione per il teatro?
È iniziata grazie a mio padre. È sua la responsabilità di questo germe che ho dentro di me e che è cresciuto negli anni, non mi ha mai abbandonato e penso mai se ne andrà, per fortuna. Mio papà a vent’anni faceva teatro, ma in modo amatoriale. Il suo lavoro era un altro. Adesso sta dando sfogo libero a questa sua passione. E io mi ricordo che insieme con mia mamma e mio fratello, andavamo a vederlo al teatro Metropolitan qui a Catania. Quando lo spettacolo finiva e gli attori salutavano il pubblico, io e mio padre ci scambiavamo degli sguardi di intesa dal boccascena. Ci salutavamo così. Ti dirò di più: prima che lui uscisse di casa per andare a recitare, io gli dicevo: “Papà, stasera alla fine dello spettacolo sarò in questo punto del teatro e ti saluterò da lì”.

Quindi quella teatrale è proprio una passione di famiglia.
Assolutamente sì. Papà ha lavorato con gli attori di spicco del teatro catanese, come per esempio Ciccino Sineri, Turi Scalia e Gilberto Idonea. Poi è entrato a far parte della compagnia di Enrico Guarneri.

Se non ricordo male, hai lavorato anche tu nella sua compagnia.
Sì. Con la compagnia di Guarneri ho preso parte alla riduzione teatrale del Consiglio d’Egitto di Sciascia e a Quaranta ma non li dimostra di Peppino e Titina De Filippo.

Quando, però, hai capito che il teatro sarebbe diventata la tua ragione di vita?
Ai tempi della scuola. Lì ho capito che mi ero ammalato di teatro in modo irreversibile. Tieni conto che quando andavo a scuola io non perdevo occasione di fare spettacolo: raccontavo barzellette, imitavo i professori: facevo davvero di tutto per essere al centro della scena e farmi notare. Ogni occasione era buona. Pensa che una volta ho fatto evacuare anche la scuola…

Da adolescente tu avevi già la sicurezza che nella tua vita avresti fatto teatro?
Dicevo fra me e me: “Vedremo”. Sapevo che avrei fatto l’attore, ma non immaginavo già con precisione il futuro e tutti gli sviluppi.

E poi cosa è accaduto?
È accaduto che dopo la maturità ho preso parte ad uno stage con Fioretta Mari alla scuola di recitazione di Guglielmo Ferro, figlio del grande e indimenticabile Turi, qui a Catania. Fu un fine settimana intensivo. Capii, e davvero, che la recitazione e il teatro avrebbero fatto parte integrante della mia vita.

E quando ne parlasti con i tuoi genitori, loro come accolsero questa tua decisione?
Io sono un entusiasta per natura. Se qualcosa mi infuoca l’anima e mi appassiona, faccio di tutto per esprimere quello che ho dentro in modo puro, perché ci tengo che gli altri capiscano fino in fondo i miei sentimenti. Quando ne parlai in famiglia, il mio entusiasmo riuscì a superare quelle barriere che penso tutti i genitori pongono di fronte ad ogni figlio che decide di intraprendere questo mestiere.

E che successe?
Successe che mio padre iniziò a farmi fare una cultura di teatro impegnato che ancora non conoscevo. Ho visto a ripetizione le registrazioni delle commedie di Eduardo De Filippo, di Salvo Randone, di Turi Ferro, oltre alle commedie musicali di Garinei e Giovannini, agli sketches di Walter Chiari, i film di Carlo Verdone che vedevo a ripetizione fin da bambino.

Hai praticamente studiato il meglio dello spettacolo italiano.
Assolutamente sì. È impensabile essere un attore, oggi, ignorando questi giganti.

E che ne hai fatto di questo bagaglio culturale?
Ho cercato di riutilizzarlo quando mi sono segnato alle selezioni per entrare alla scuola del Teatro Stabile di Catania. Me lo ricordo come se fosse oggi. Superai la prima fase di selezione. Superai anche la seconda. Pure la terza. E la quarta…

Che successe?
Non mi presero.

Non ci posso credere!
Purtroppo ci devi credere.

E che facesti?
Lì per lì ci rimasi un po’ male, però non mi persi d’animo. Forse non ero ancora pronto. Andai al Teatro degli Specchi dove iniziai a fare i primi esercizi e i primi saggi.

Non hai più provato a entrare in qualche accademia?
Con una mia amica che faceva l’attrice come stavo iniziando a fare io, decidemmo di studiare per presentarci alle prove di selezione per entrare nell’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio D’Amico a Roma. Quando ne parlai a casa, mio padre e mia madre iniziarono a preoccuparsi sul serio.

Perché?
L’incertezza per il futuro, la difficoltà nel guadagnarsi il pane quotidiano, e via discorrendo. Dal punto di vista dei genitori sono ragioni più che condivisibili. Ma quando sai che qualcosa ti appassiona davvero e che non vuoi fare altro nella vita, non senti niente e nessuno.

Come li convincesti?
Dissi che comunque avrei proseguito i miei studi all’università (mi sono laureato in Economia aziendale), ma che nel tempo libero avrei anche studiato e fatto teatro. Fu una mediazione che mio padre e mia madre accettarono. Così mi preparai di nuovo per le selezioni allo Stabile di Catania.

E come andò?
Mi presero.

Cosa vuol dire per Marco Fontanarosa recitare?
Per me vuol dire sentire il bisogno, e soddisfarlo, di entrare in un personaggio. E poi in un altro ancora. E un altro ancora. E ancora un altro. Per me recitare vuol dire sentirmi libero, totalmente. Vuol dire staccarsi anche dal palcoscenico e spiccare il volo. Quando sono dentro a quel gioco splendido che è il teatro, io mi sento proiettato dentro altre dimensioni. Dentro di me avverto l’amore per le parole che recito, quelle parole così importanti di grandi autori del passato che parlano del nostro presente e anche del futuro che ci attende. Se poi a tutto questo si aggiunge la fortuna di lavorare con un bravo regista che tira fuori la tua personalità e la mette dentro al personaggio che devi interpretare, per me si raggiunge il massimo. A quel punto io sento, fisicamente, la bellezza. La capisco. Magari non saprò mai esprimerla a parole perché forse è davvero indicibile. Però posso dire di sapere cos’è veramente il bello, perché lo avverto.

Cosa ti piace di più del teatro?
L’immediatezza.

È una caratteristica che c’è solo nel teatro secondo te?
Secondo me sì. Senza nulla togliere al cinema, che ha una sua poesia ed una sua bellezza che mi incantano. Però l’immediatezza che dà il teatro è difficile trovarla altrove.

Gigi Proietti sosteneva che un bravo attore deve avere senso del ritmo, una certa musicalità. Sei d’accordo?
Sì, sono d’accordo con il grande Gigi Proietti. E non potrebbe essere altrimenti.

I tempi recitativi pensi si possano apprendere con lo studio e l’esperienza?
Se parliamo di tempi nella recitazione comica, quelli o si hanno o non si hanno. Non esisterà scuola né esperienza, per quanto lunghe siano, che possano mettere in condizione qualcuno di imparare cosa sia il tempo comico. Una base di partenza, un talento naturale nell’essere attore brillante ci debbono essere. Poi piano piano la tecnica aggiusta e lima ciò che è lo stile naturale. Se invece parliamo di avere ritmo nella recitazione tout court, allora sì: questo con una buona scuola lo si può acquisire e via via perfezionare. Fermo restando che, a mio avviso, ciascun attore ha una sua ritmica di recitazione personale, dei tempi comici suoi propri, e su tutto questo deve lavorare. Perché recitare, soprattutto quando si è in una compagnia, vuol dire suonare in armonia con gli altri che sono in scena con te. Quindi i miei tempi recitativi debbono legarsi a quelli del mio compagno, all’intenzione che lui ha messo nella battuta che precede la mia. Altrimenti il gioco, la magia del teatro, non si innescano.

Quali sono gli attori a cui ti sei ispirato di più?
Il più grande, per me, è sicuramente Vittorio Gassmann. È un esempio per completezza, eleganza, cultura. Poi ce ne sono tanti altri: Nino Manfredi, Gigi Proietti, Gino Bramieri, Walter Chiari, Renato Rascel, Enrico Montesano, Ugo Tognazzi, Massimo Troisi, Gian Maria Volonté, Carlo Verdone. E Fiorello.

Perché Fiorello?
Lo sento vicino. Innanzitutto perché è siciliano, catanese come me. Il suo temperamento è strabordante, solare, di una vivacità travolgente. E anche a me piace affrontare la vita di tutti i giorni in questa maniera: ridere su ogni cosa mi diverte e mi fa stare bene. È il mio marchio di fabbrica. Chi mi conosce lo sa. Ma a parte questo, perché di Fiorello mi piace il suo modo di porsi con il pubblico e di entrarvi in sintonia, le sue invidiabili doti d’improvvisazione. Pensa: ho iniziato a fare l’animatore nei villaggi turistici proprio perché lui intraprese questo percorso.

Tu fai anche l’animatore?
Assolutamente sì e ne sono orgoglioso. Quando non lavoro in teatro scappo nei villaggi turistici a far divertire la gente. Anni fa mi domandai: “Se lo ha fatto lui e tanti altri personaggi del mondo dello spettacolo, un motivo ci sarà”? E, in effetti, questi motivi lungo il percorso delle tante stagioni li ho scoperti. È una palestra di vita e di spettacolo. Un’università vera e propria. Chi desidera intraprendere la carriera dell’attore, a mio avviso farebbe bene ad andare in un villaggio turistico a farsi le ossa. A fare la gavetta, come si dice. Hai la possibilità di andare su un palcoscenico tutte le sere, e non è cosa da poco. Inoltre, lì bisogna sfoderare quello che sai, che hai imparato negli anni, e metterlo alla prova per conquistare le persone in tutto ciò che proponi durante il giorno e con diversi generi di spettacolo, la sera, in anfiteatro. Per me è stato e continua ad essere così.

Questo è un periodo difficile per gli attori e il teatro in genere.
Sì. Difficilissimo. Datemi un teatro! Datemi un pubblico! Ne ho bisogno!

Come vedi il futuro del teatro dopo la pandemia?
Sinceramente sto perdendo un po’ di fiducia. Penso soprattutto al teatro classico di prosa. Credo che cambierà inevitabilmente Anzi: è già cambiato, se consideriamo gli anni recenti. Anche perché quanti ragazzi, fra le nuove generazioni, sono interessati al teatro classico? E quanti al teatro in generale? Sarà necessario essere all’altezza di questo cambiamento.

In che modo?
Iniziando a praticare anche generi di spettacolo diversi. Riuscire a parlare e ad essere vicini alle nuovi generazioni. Io, per esempio, sto scoprendo dentro di me, e sempre di più, la passione per un altro tipo di linguaggio, un diverso approccio. Ho cominciato ad interessarmi e a fare la stand-up comedy. È un modo di comunicare molto vicino alle mie corde. Intrattenere, far ridere, colloquiare con il pubblico – dato che si tratta di una forma teatrale che abbatte la famosa quarta parete –, raccontare quello che sono, cosa mi accade e quello che vedo vicino a me. Ho voglia di descrivere ciò che avviene intorno e dentro di noi. Le mie armi sono l’ironia, l’empatia con le persone con le quali condivido dubbi, paure, perplessità, ottimismo e voglia di farcela. Sto pian piano capendo che sul palco mi piace anche pensare a voce alta, prendermi in giro, sognare…

Perché proprio la stand-up comedy e non un altro genere?
Perché penso che in un futuro prossimo potrebbe avere spazio sempre maggiore come genere di spettacolo. Inoltre credo che bisognerebbe iniziare ad insegnare teatro nelle scuole, a dare vita a laboratori di recitazione. Solo così salveremo il teatro, classico o non classico. E ti dico di più: il teatro andrebbe inserito fra i programmi scolastici perché è una disciplina di vita importante per la formazione di un adolescente. All’estero questo accade. In Italia no e vedo ancora molta diffidenza. Per quanto mi riguarda, attendo tempi migliori e cercherò, con tutte le mie forze, di attirare in platea sempre più ragazzi. Il teatro può salvare la vita e darle un senso.

Pierluigi Pietricola

Ultima modifica il Lunedì, 07 Dicembre 2020 16:55

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