martedì, 19 gennaio, 2021
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INTERVISTA a LUCA DI FULVIO - di Pierluigi Pietricola

Luca Di Fulvio Luca Di Fulvio

Luca Di Fulvio è senz’altro il migliore e il più interessante scrittore italiano contemporaneo. La sua pagina ha una personalità fortissima, il suo stile una cadenza musicale assolutamente unica. Ogni romanzo che Di Fulvio scrive sembra non passare mai nelle mani, spesso banali, degli editor. Fra i tanti pregi che Di Fulvio ha come scrittore, e per cui va assolutamente letto per riscoprire che la vera letteratura è un’opera totale all’interno della quale vi sono: la pittura, il teatro, il cinema, la poesia e la filosofia, è quello di essere inattuale nel senso etimologico del termine: di non volere, cioè, restare ancorato alla realtà quotidiana, alla cronaca. Ogni grande scrittore, per essere realmente tale, deve proporsi, come principio, di non essere contemporaneo ma sempre inattuale. Solo così potrà sopravvivere all’incessante scorrere del tempo.
E i libri di Di Fulvio, in questo senso, meritano in pieno di essere annoverati già fra i classici della letteratura tout court.
Autore di un vero capolavoro, La gang dei sogni, Luca Di Fulvio ci ha regalato una nuova opera straordinaria: La ballata della città eterna. Un romanzo dal respiro epico, nel quale i destini sfortunati di persone comuni – Pietro, Marta e la Contessa Silvia di Boccamara – s’innestano, e in qualche modo creano, la storia che farà da sfondo alle loro vicende: la presa di Roma nel 1870, data vera in cui verrà proclamato il Regno Unito d’Italia.
Da dove viene quel tratto teatrale e cinematografico tipico dello stile di Luca Di Fulvio? Quali i suoi segreti, le sue tecniche? Come inizia la scrittura di un suo romanzo?
In pochi forse sanno che, prima di essere fra gli autori italiani più letti all’estero, Luca Di Fulvio ha avuto trascorsi da attore e che, diplomatosi all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio D’Amico, ha avuto fra i suoi maestri Andrea Camilleri.
L’inizio di una storia bellissima e da raccontare. E che Luca Di Fulvio ha donato, come sempre con grande generosità, ai lettori di Sipario.

Luca: grazie per essere qui con noi e dedicarci un po’ del tuo tempo.
Sono davvero emozionato nel fare questa intervista per Sipario. Mi riporta, con la mente, ai miei tempi da ragazzo quando mettevo da parte i miei pochi soldi per comprare questa rivista. Quindi essere qui a dialogare con voi mi fa tornare giovane, e mi fa davvero piacere.

Tu sei stato un attore e hai frequentato l’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio D’Amico. Come è nata la passione per il teatro?
Se fossi un bugiardo dovrei dirti che avevo in me il fuoco sacro dell’arte della recitazione che ardeva prepotentemente. Ma siccome non sono così spudorato, ti dirò la verità. A me non piaceva studiare. Nemmeno un po’. Fra le materie che odiavo di più c’era la storia. Davvero non la sopportavo. Finita la scuola, per quelli della mia generazione c’era un incubo che incombeva: il militare. Non solo non mi piaceva studiare, ma nemmeno avevo voglia di andare in caserma per più di un anno. Sicché decisi di iscrivermi alle selezioni per entrare all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio D’Amico, senza avere una grande preparazione sul teatro, la sua storia, i suoi maggiori autori e protagonisti. Non sapevo, praticamente, nulla. Non mi chiedere come, ma riuscii a superare le prove selettive. Nella mia vita la fortuna ha sempre giocato un ruolo fondamentale.

Quando sei entrato in Accademia che successe?
Impazzii letteralmente. Tutto quello che detestavo, ho iniziato ad amarlo. Mi appassionai alla cultura in un modo che mai avrei pensato. Tieni presente che noi allievi avevamo una tessera con la quale si potevano andare a vedere, gratis, gli spettacoli in scena a Roma. Ebbene: il Riccardo III interpretato da Carmelo Bene lo vidi per ben nove volte di seguito.

Di chi fu il merito di questo rinato interesse per il mondo della cultura e dell’arte?
Dell’ambiente, ma anche di un insegnante che per me è stato molto importante. Ai tempi in cui lo conobbi, ancora non era Mr. Montalbano. Sto parlando di Andrea Camilleri. Le sue non erano lezioni di regia e di storia del teatro. Erano vere e proprie lezioni di scrittura. Cosa che gli ho sempre detto ogni volta che ci vedevamo.

Qual era, secondo te, il pregio migliore di Camilleri come insegnante?
Andrea era un affabulatore nato. Ancora mi ricordo la prima volta che lo incontrai. Appena entrò in aula, e noi ragazzi vedemmo questo signore con una pappagorgia pronunciata, degli occhiali enormi, subito pensammo: “Mamma mia!”, credendo che ci saremmo annoiati a morte nelle due ore successive. Quando aprì bocca, non volò una mosca. Rimanemmo tutti in silenzio religioso. Su di noi era come calata una magia. Quando Andrea parlava, noi vedevamo le cose. Ti racconto questo episodio per farti capire meglio. Una volta presi parte al saggio finale degli allievi del terzo anno di corso. Lo spettacolo che si sarebbe messo in scena era I giganti della montagna di Pirandello. Io avrei interpretato il ruolo di Cotrone. Come sai, Pirandello non concluse la commedia ma raccontò il finale al figlio. Quando Andrea ce ne parlò, noi rimanemmo letteralmente stregati perché era come se quel finale lo avessimo visto rappresentato lì, in quel preciso istante.

Camilleri regista: cosa gli interessava tirare fuori da un testo drammaturgico?
Per Camilleri contava la passione espressa dalla parola. Gli interessava soprattutto questo, sia nella scrittura che nelle sue regie. Difatti quando doveva dare delle indicazioni agli attori su come entrare in scena, dire le battute, impostare l’interpretazione di un personaggio, si concentrava soprattutto sull’aspetto emotivo che emergeva dalle battute. Per noi che eravamo agli inizi, fu un insegnamento importantissimo.

I tuoi libri hanno una fortissima componente teatrale. Questo insegnamento di Camilleri lo metti in pratica anche nei tuoi romanzi, secondo me.
Sì, assolutamente. Andrea mi diede anche un consiglio. Mi disse: “Rileggi a voce alta ciò che hai scritto. Se senti che puoi recitarlo, se percepisci che c’è equilibrio di ritmo e di pause nel testo, allora vuol dire che hai scritto nel modo giusto. Altrimenti devi ricorreggere”. Io penso sia una lezione importantissima, anche perché ti fa considerare la punteggiatura da un altro punto di vista: quello della musicalità. La pagina scritta è come una partitura musicale. Scrivere è dar vita ad una musica tua personale.

Nella scrittura è più importante il ritmo che la scelta delle parole?
Quando si pensa ad un ritmo, la scelta delle parole è praticamente consequenziale. Difatti io non ricorro mai ad una terminologia complicata. M’interessa la parola giusta. Tanto per dirti, se di notte mi sveglio e mi viene in mente un dialogo da mettere nel romanzo, il mio problema non sta tanto nel ricordarmi del contenuto, ma del ritmo che devo imprimere sulla pagina. E quindi per evitare di perdere memoria di questa musicalità, mi alzo e prendo appunti.

Che mi dici del tuo periodo da attore? Che ricordi hai?
Ho avuto due fasi: un primo momento in cui fui attore scritturato. Ricordo che in un Barbiere di Siviglia sostituii Alessandro Haber e poi sostituii anche Gianni Garko in un’altra occasione, imparando in entrambi i casi la mia parte in pochissimo tempo. Successivamente, Mario Maranzana mi prese sotto la sua ala protettrice. Feci L’affaire Danton per la regia di Wajda e l’Antigone di Jean Anouilh insieme a Paola Borboni: una donna e un’attrice assolutamente straordinaria, divertentissima e bravissima.
Poi con Pino Quartullo decidemmo di fondare una compagnia, la Festa Mobile. Eravamo in nove. Ciascuno di noi mise cinquecentomila lire. Dopo quattro anni io arrivai ad amministrare ben un miliardo di vecchie lire. Questo solo per dirti la mole di lavoro che riuscimmo a realizzare. E in compagnia tutti facevamo tutto: montavamo e smontavamo le scene, impostavamo l’impianto illuminotecnico: qualsiasi cosa. Fu un’esperienza bellissima, e molto formativa.

Poi hai smesso e cambiato strada…
Sai io sono un tipo stanziale. La vita del nomade non fa per me. Quando fai teatro non rimani mai nello stesso posto. Dopo devi andare in un’altra citta, poi un altro paese. Arrivò un momento in cui non ce la feci più a sostenere questo ritmo.
Accadde un fatto: io, da sempre, ho nutrito un grandissimo interesse per le parole. Al punto che arrivavo persino a correggere le battute che avrei dovuto recitare. Tant’è che una volta un regista mi disse: “Hai rotto il c*** di cambiare le mie parole. Scriviti una cosa per conto tua e recitala”. Effettivamente non fu un consiglio malvagio.

E…?
Feci una riduzione del Tonio Kröger di Thomas Mann e che misi in scena insieme con Pasquale Anselmo e Luca Dal Fabbro. Quell’occasione mi fece scoprire la gioia di lavorare da solo. Tieni conto che a me la solitudine non ha mai spaventato. Anzi!

La tua strada ormai era tracciata.
Decisi di smettere di fare l’attore e di dedicarmi alla scrittura.

E cosa successe?
Che per dieci anni gli editori rifiutarono i miei libri. E debbo davvero ringraziare mio padre, perché in quel periodo mi aiutò tantissimo. Poi scrissi un thriller, L’impagliatore, che riscosse un certo interesse. Ma più che fra i lettori, nel mondo del cinema che iniziò ad acquistare i diritti, non solo di quel libro, ma anche dei successivi.

Un bel risultato.
Ero soddisfatto, però non mi andava di restare impigliato nel genere del thriller. Non ne avevo proprio voglia. Tanto è vero che scrissi La gang dei sogni come gesto liberatorio.

La gang dei sogni è un vero capolavoro. Un libro che incanta.
Però il mio editore di allora, che era Mondadori, non la pensava allo stesso modo. Tanto è vero che mi disse: “Luca caro, questo libro è impossibile da comunicare ai giornalisti, ai media, al pubblico. Tu non sai cosa scrivere, ecco la verità. Adesso te lo dico io quello che devi fare”.

E tu?
Quando tornai a casa pensai che era giunto il momento di cambiare lavoro. La scrittura è innanzitutto libertà. Come si fa a scrivere su ordine e in catene? Per me è impossibile.

E che successe?
Che per tre anni mi misi a vendere i mobili che costruivo e che i miei amici, veri e debbo dire anche generosi, mi compravano. Finché…

Finché…?
…un editore tedesco, al quale la Mondadori vendette i diritti della Gang dei sogni, tradusse il mio libro. Fu il mio colpo di fortuna. La gang dei sogni, in Germania, è diventato un caso editoriale e ad oggi è stato letto da più di un milione di persone. Il paradosso è che, pur essendo io un italiano, sono un autore che esce prima in Germania e poi in Italia.

Come ti spieghi questo fenomeno?
La spiegazione che mi sono dato è questa: probabilmente all’estero hanno più bisogno di emozioni ed io riesco a trasmetterle nel modo che desiderano.

Nel tuo ultimo libro, La ballata della città eterna, c’è una frase che io trovo straordinaria e di un’attualità incredibile: “Dovremo inventarci un’altra vita. Dovremo ripartire dal basso. E non sarà un gioco”. Io penso che sia un tratto comune a tutti i tuoi personaggi.
Sì, tutti i miei personaggi hanno questo tratto in comune: costruirsi una vita andando contro un destino avverso, superando tantissime difficoltà. Sono persone che si ribellano ad una vita dura e ingiusta e non rinunciano ai loro sogni, ai progetti che magari hanno coltivato a lungo.

Qual è la cosa più bella nel realizzare i propri sogni?
Il cammino che si percorre. Arrivare in cima alla vetta per me non riveste un interesse particolare. Lo penso sia come scrittore che come uomo.

C’è un metodo per scrivere? Tu ne hai uno in particolare?
Per scrivere non c’è un metodo. O almeno io non ce l’ho. Diciamo che il mio proposito è quello di mettermi tutti i giorni davanti al pc e di scrivere un po’ di pagine. In questo senso, mi sento più vicino ad un artigiano. Nei fatti, però, non ho molta costanza. Quindi succede che mi riduco quasi all’ultimo, e i due mesi che precedono la consegna del dattiloscritto all’editore sono di fuoco: scrivo ininterrottamente dalla mattina alla sera per consegnare il tutto nei tempi stabiliti.

Benché ambientati in periodi ben definiti, i tuoi non sono romanzi storici.
No, assolutamente. I miei sono romanzi di formazione, i miei personaggi sono sempre dei giovani che “imparano” la vita. Però i fatti che fanno da sfondo a queste vicende sono tutti realmente accaduti. Io prima immagino i personaggi di cui voglio raccontare. E poi il periodo storico e l’ambiente nei quali le loro vicende si svolgeranno.

Cosa ti piace di più nel raccontare?
Mi piace raccontare storie che abbiano una certa attinenza con il presente. Diversamente non credo che il romanzo possa interessare ai lettori.

Di questo presente e delle nuove generazioni che dovranno impegnarsi per un futuro migliore, che idea hai?
Io appartengo ad una generazione che si è molto ispirata alla beat-generation. Quindi ho sempre creduto in un’azione collettiva che potesse migliorare il mondo per le future generazioni, salvaguardare l’ambiente, e via dicendo. Tutti noi ragazzi di allora lo promettemmo a noi stessi. Purtroppo non siamo riusciti a mantenere del tutto queste promesse. Debbo dire che oggi tra i ragazzi vedo che c’è una sensibilità spiccata per le questioni sociali sul vivere comune, sull’ambiente. Da questo punto di vista sono fiducioso e nutro un certo ottimismo nelle nuove generazioni.

Qual è un sogno che vuoi realizzare e non hai ancora realizzato?
Il mio sogno è quello di arrivare a 90, 100, 110 anni e avere ancora un sogno da inseguire e realizzare.

Pierluigi Pietricola

Ultima modifica il Martedì, 15 Dicembre 2020 19:40

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