martedì, 13 aprile, 2021
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INTERVISTA a ANTONIO MANZINI - di Pierluigi Pietricola

Antonio Manzini Antonio Manzini

Insieme a Rossini, Stendhal, Luciano di Samosata, Alberto Savinio, Vitaliano Brancati, Ennio Flaiano, Achille Campanile, Leonardo Sciascia, Italo Calvino: insieme a tutti questi scrittori sta Antonio Manzini: nella grande compagnia dei dilettanti, di coloro che “si sono sciolti dalle tristi necessità e tutte le ragioni della vita hanno risolto in forma di diletto: quegli uomini che hanno traversato la profondità. I quali poi sono i soli, i veri uomini superiori, i più spiritosamente superiori perché i più leggeri: i più alleggeriti”, diceva Savinio.
Scrittore prolifico, arguto, originale, pieno di inventiva, Manzini ha creato un personaggio – Rocco Schiavone – che s’inserisce nella grande tradizione letteraria italiana che dal Settecento giunge a noi, ma senza rimanerne suo schiavo. I suoi non sono solo romanzi che afferiscono al genere del giallo (o thriller o noir che di si voglia). Al contrario, sono opere letterarie che, al pari del Pasticciaccio di Gadda scrutano il mondo, lo comprendono e lo restituiscono a noi lettori raccontandocelo. E Manzini lo fa con uno stile che intesse parole lasciando che esse corrano senza intoppi, così da imprimersi presto nella mente di chi legge. Perché? Per lasciare significato e non immagine di sé. Risultato, questo, che ottengono gli uomini giunti alla perfezione; coloro – dice sempre Savinio – che nulla più li lega all’ambiente nel quale vivono, che non sono più implicati nelle cose del loro tempo e stanno veramente sopra le cose come gli dèi. Antonio Manzini è fra questi.
Ma prima di essere il grande scrittore che tutti conosciamo, egli è stato anche un uomo di spettacolo di grande levatura. La sua recitazione mai è stata casuale, ma sempre il frutto di un lavoro di studio approfondito e attento: della parte, del drammaturgo, della sua opera, della storia e del contesto letterari e civili entro i quali tutto ciò andava innestandosi.
Sicché per scoprire e familiarizzare con lo spirito di Antonio Manzini, ci siamo incontrati con lui davanti a un bel caffè nel suo buen retiro nell’affascinante zona della Tuscia laziale. È stata l’occasione non solo per conoscere un grande artista, ma una persona di eccezionale umanità.

Perché hai scelto di fare l’attore e di entrare nell’Accademia d’Arte Drammatica?
Non ho ricordi precisi. Sapevo solo che mi piaceva. Prima, però, feci una scuola privata, perché a 19 anni sapevo pochissimo sul teatro per averne un’idea chiara. Poi mi presentai per l’esame, lo superai ed entrai in Accademia.

Ti è sempre piaciuto recitare?
Fin da piccolo mi piaceva raccontare storie. Ero uno di quei bambini terrificanti che voleva attenzione a tutti i costi. E il teatro mi è sembrato il mezzo migliore per farlo. È stata una bella vita per molti anni.

Ti manca?
Non la rimpiango. Semmai rimpiango la perdita del teatro.

Di chi è la colpa di questa perdita?
Di tutti. Quando ho iniziato nell’89 c’era molto teatro: Vacis, Ronconi che ci insegnava in Accademia, Raffello Sanzio, teatri pubblici e privati, sperimentazioni, compagnie grandi e piccole: c’era una vita teatrale intensissima. Noi allievi dell’Accademia potevamo scegliere, ogni sera, uno spettacolo sempre diverso da vedere. E capitavano sorprese piacevoli. Potevi trovare Carmelo Bene in un teatro di seconda fascia così come succedeva anche di sorbirsi pappe spaventose; ma siccome per noi l’ingresso era gratis, uscivamo senza problemi. Il teatro era vivo e se ne faceva tanto. Adesso tutto questo è morto.

A causa di chi o di cosa?
A causa di vent’anni di Berlusconi che del teatro se ne è sempre disinteressato. E poi per la scomparsa dell’ETI: un errore! È vero che era governato da mafiosi; ma andavano tolti loro, non l’ente. Era giusto che lo Stato finanziasse il teatro. Perché l’Alitalia sì, molti giornali – di partito o di un club – sì e il teatro no? Io non lo capisco. Ripeto: è stato un errore. C’erano piccole compagnie che facevano piccoli spettacoli, ma li facevano e mettevano in condizione certe realtà di funzionare: Bevagna, Rieti, Viterbo: i teatri di queste città avevano una loro programmazione. C’erano moltissimi festival sparsi in tutta Italia. E Adesso? Il nulla. Il vuoto.

Hai recitato anche per la televisione.
Sì, in fiction televisive. Ne ho fatte più di 45 ed è stato davvero fastidioso e frustrante.

Come mai?
Perché era una catena di montaggio. Spartivi le scene con colleghi – chiamiamoli così – che a malapena sapevano la parte a memoria. Non c’era grande differenza fra lavorare in una serie tv o in un negozio. Quando succede questo, riprendi in mano vecchie passioni e cambi strada.

Ti è sempre piaciuto scrivere allora.
Me ne ero completamente dimenticato. Me lo ha ricordato mia madre ritrovando alcuni miei quaderni dove annotavo i sogni che facevo. Il punto, però, è sempre lo stesso: raccontare qualcosa. E lo puoi fare con la letteratura, con il teatro, con il cinema. Tutte queste sono forme di racconto. E sei libero di farlo come vuoi. Non ci sono leggi.

Come reagisti quando ti diedero la notizia che un tuo monologo teatrale sarebbe stato pubblicato come un romanzo?
In modo sereno. Dissi: “Proviamoci”. Ero estraneo al mondo dell’editoria. Come lo sono adesso. Frequento poche persone. Non ho moltissime amicizie con i miei colleghi e come casa editrice conosco solo Sellerio, con la quale pubblico da anni.

Quale fu l’idea che ti fece scrivere La giostra dei criceti?
Volevo raccontare la storia di due fratelli e tracciare un affresco di un sottobosco romano puzzolente e povero.

Quanto impiegasti a scrivere quel libro?
Ci misi due anni.

Quale fu la cosa che ti creò più difficoltà?
La quadratura del cerchio. Tenere i personaggi fino alla fine e non lasciarli abbozzati. I 25 anni di teatro mi hanno aiutato moltissimo. Anche nella scrittura ho bisogno di questo processo di metamorfosi con il personaggio, cambiare pelle e pensiero in suo favore. All’inizio non lo avevo ancora capito.

È importante immedesimarsi nei personaggi?
Sì. E lo è anche dal punto di vista linguistico. La giostra dei criceti fu il primo romanzo concepito come tale e dovevo capire bene come funzionava la macchina narrativa.

Il tuo è uno stile molto teatrale.
Venendo dal teatro, la teatralità mi è rimasta dentro e la trasferisco sulla pagina.

Quando scrivi un romanzo sai cosa accadrà nei minimi dettagli, oppure ti lasci sorprendere dalla storia?
Non so per filo e per segno quello che succederà. C’è un progetto di base, ma può cambiare in corso di stesura. Ho ben chiaro come inizia e come finisce la storia: questo sì. Per me la cosa fondamentale è visualizzare subito quello che sta succedendo: dove, quando, cosa c’è, gli odori. Preferisco mostrare più che dire. I libri più noiosi, per me, sono quelli poco chiari nelle descrizioni e che nascondono. Poi ci sono delle eccezioni: Emanuele Trevi, che trovo bravissimo, scrive libri senza storia ma ha una scrittura talmente alta che i suoi libri me li bevo. Nel mio caso, dalla mia parte ho la trama che riesce a non far notare le eventuali carenze del mio stile.

Non mi pare che il tuo stile abbia carenze. Anzi: lo trovo precisissimo, limpido, chiaro. Molto affine a quello di Italo Calvino o di Ennio Flaiano.
Da ragazzo mi ha sempre entusiasmato guardare i grandi campioni di sport agire senza far trasparire il minimo sforzo. Lì ti rendi conto che c’è un passo in più. Per arrivare a quel livello c’è tanta strada da fare. La lingua di Calvino sembra così semplice e spontanea, ma quanto lavoro dietro! E lo stesso vale anche per Flaiano o per Savinio. La lingua di Narrate, uomini, la vostra storia è una vetta immensa della letteratura italiana. Non mi piacciono gli scrittori che fanno sfoggio della loro cultura nello stile e che non dicono nulla.

Stai pensando a qualcuno fra gli scrittori contemporanei?
Sì, ma non lo dirò mai.

E fra i classici?
Di fronte ai classici non ho di questi problemi. Mi lascio prendere per mano e li seguo. È successo con Gadda, con D’Arrigo. Per esempio Horcynus Orca è un libro dove per 600 pagine non sai dove andrà a parare. Devi entrare in quel ritmo, in quel suono. Per farlo devi leggerlo per una settimana senza fare altro. Sennò non lo capirai mai. Lo stesso Pavese, per quanto mi riguarda, non è di semplice lettura. L’affettazione mi infastidisce. Per esempio: Faulkner tradotto da Vittorini (che l’inglese non lo sapeva) lo trovo noioso. Se lo leggo tradotto da chi lo sa fare, ecco che mi trovo di fronte a un grande scrittore. Un conto è capitare nel libro sbagliato: succede a tutti (è successo a Bernhard!). Ma dimostrare di essere superiori per il lessico e la costruzione della frase è molto riduttivo secondo me.

Sciascia e Camilleri consideravano il giallo come la forma letteraria più onesta. Sei d’accordo?
Lo dicono in tanti. Non lo so. Non sarei mai così apodittico su certe affermazioni. Il giallo, il poliziesco, il noir (chiamalo come vuoi) entra subito nel tessuto sociale e non è un racconto sull’ombelico dello scrittore. La forza del giallo, per me, è di parlare della società che trovi ogni giorno. Se vuoi, il giallo è la versione semplice di quello che è sempre stato il romanzo: una caccia a qualcosa. La cosa bella del giallo è quella di escludere l’autobiografia dell’autore. Lo scrittore più è fuori da ciò che scrive e meglio è. Parlare di se stessi è volgare per me. È pornografia pura.

Per esempio Savinio ha scritto delle autobiografie. Penso a Tragedia dell’infanzia o all’Infanzia di Nivasio Dolcemare.
Sì, ma c’è modo e modo di raccontarsi. Parlare della proiezione metafisica del tuo io in un mondo che immagini è un’altra cosa. In generale, chi è l’autore non mi interessa molto. Mi interessa quello che crea, le metafore che mette in gioco. E vale sia in letteratura che nel teatro e nel cinema.

Prima di scrivere pensi a un certo ritmo?
Il ritmo arriva mentre scrivi. Da questo punto di vista sono fortunato. Io da adolescente suonavo la batteria e avrei voluto fare il musicista. Quell’esperienza mi permette di sentire se il libro sta andando fuori ritmo. Rileggendo ti accorgi se sei fuori dal seminato. A quel punto bisogna avere il coraggio di togliere.

Come consideri la fase di correzione di un libro?
Correggere mi rompe le balle. Vorrei essere perfetto fin dalla prima stesura.

Tagli o riscrivi quando correggi?
Dipende: o taglio oppure debbo riscrivere daccapo perché non c’è ritmo o il concetto è rimasto nella penna e non è chiaro.

Andrea Camilleri si definiva un impiegato della scrittura. Anche per te è così?
Direi proprio di sì. Scrivo ogni giorno.

Immaginavi tutto questo successo come scrittore?
No. Non me lo sarei mai aspettato e debbo ancora imparare a conviverci.

Cosa ti ha sorpreso di più?
Che le persone si interessassero a quello che raccontavo. Entrare nelle case, nei bar, nella metropolitana è cosa diversa dal fare uno spettacolo. Si crea un rapporto diverso.

Odi Rocco Schiavone?
No, a Rocco voglio bene. Mi sta simpatico.

Camilleri aveva in antipatia Montalbano. Una volta disse che quando scriveva un romanzo storico, dopo un po’ arrivava Montalbano che gli diceva: “Scrivi di me. È più facile. In tre mesi te la cavi”. Succede anche a te con Schiavone?
Sì ma non è un matrimonio. Io e Rocco stiamo per fatti nostri. Il punto è che il personaggio non ti appartiene più, non è più tuo. Sei solo un suo tramite. Hai scelto di condividere questo oggetto con le persone? Bene. Ne devi tenere conto. Finché mi diverto a scrivere di Rocco, lo farò. Quando non mi divertirò più, smetterò. Sono contrario ai libri forzati, di natura esclusivamente editoriale. Da lettore mi sento offeso.

Molti scrittori, penso a Simenon, erano duri nel rapportarsi con gli editori. Succede lo stesso anche a te?
Io duro? Ma no! Con Antonio Sellerio siamo amici anche se non ci vediamo mai. C’è un rapporto di stima reciproca enorme. Antonio non mi impone mai nulla e in generale non lo fa con nessun autore che pubblica. E questo lo trovo bellissimo.

Come sei arrivato in Sellerio?
Per caso. Feci leggere Pista nera a una mia amica, che lavorava nel mondo dell’editoria, e che mi disse: “Posso darlo a Mattia Carratello – l’editor di Sellerio –?”. “Certo. Daglielo”. Dopo sei mesi mi chiamò Antonio Sellerio: “Mi piace il libro che hai scritto. Lo pubblico”. Ecco come è cominciato tutto.

Preferisci scrivere sotto pressione o organizzandoti il lavoro per tempo e con serenità?
No, io debbo essere in grosso anticipo. Lavorare sotto pressione mi fa stare male e non mi fa scrivere bene.

Prendi appunti prima di scrivere?
Ogni tanto. Ma siccome ho una grafia schifosa, raramente capisco quello che ho scritto.

Disegni i personaggi per visualizzarli meglio?
No. Anche perché non so disegnare. E pensa che mio padre era pittore.

Quindi l’arte è di famiglia.
Sì. La cosa strana è che mi rendo conto che sarei voluto essere un pittore come mio padre. Ma siccome non so disegnare, ho raccontato in altro modo. Io da piccolo facevo fumetti. Non hai idea di quello che veniva fuori! Siccome il protagonista lo disegnavo sempre in modo diverso, gli facevo i pantaloni dello stesso colore per far capire che il personaggio era sempre quello. Delle cose tremende.

Preferisci la pittura alla scrittura?
Sì perché è libera da tutte le grammatiche.

Qual è la cosa più difficile nello scrivere?
Beccare la psicologia del personaggio. Se non la trovi, lo devi togliere di mezzo. E poi la scelta della narrazione: se in terza, in prima o in seconda persona; se al passato, al presente, al passato remoto. A volte vorresti liberarti da questi legacci, ma non puoi. Puoi farlo solo in poesia.

Hai mai scritto poesie?
Certo. E le ho defenestrate immediatamente.

Orfani bianchi e Gli ultimi giorni di quiete sono storie realmente accadute…
Ho detto che erano reali, ma ho mentito. L’unica cosa vera è il punto di partenza. Tutto il resto me lo sono inventato. Basta osservare la realtà che ti circonda e di spunti ne hai quanti ne vuoi. Se decidi di raccontare qualcosa di realmente esistito, come Truman Capote, dando una tua interpretazione, devi essere forte in quello che hai vissuto, studiato e approfondito altrimenti non te lo puoi permettere di raccontare la realtà. Personalmente, preferisco lavorare di fantasia. Anche perché il reale ti ingabbia. E poi mi annoierebbe.

Il periodo che stiamo vivendo ti offre spunti per scrivere?
Mi intristisce molto. Anche se la mia vita, in fondo, non è cambiata. Ma l’idea di non avere più la libertà di prendere e partire mi dà abbastanza noia. Anzi: mi rompe le balle.

Riesci a vivere bene con le misure di protezione che sono in vigore da un anno?
Le trovo accettabili. Però ci sono talmente tanti dettagli per prendere l’aereo e andare che so? in Spagna, che mi passa la voglia e non lo faccio.

Hai paura di andare in giro, di passeggiare, di fare una vita normale pur con tutte le attenzioni?
No. L’avevo all’inizio perché ancora non capivo bene. Adesso ho una profonda noia. Sono, come tutti, indifeso di fronte a questo virus. Ma non sono d’accordo con quelli che dicono: “Questa è una grande occasione”. De che? È un’occasione persa per stare zitti.

Un anno fa, in concomitanza con il primo lockdown, sei stato l’unico scrittore a fare una cosa bellissima: regalare un racconto, L’amore ai tempi del Covid-19.
Ti ringrazio. Quel racconto l’ho scritto per dare un quarto d’ora di fuga, di distrazione da quei momenti terribili.

La letteratura protegge o rende più vulnerabili?
La letteratura e un’isola. Ci sto bene come lettore e come scrittore. È l’unica cosa che mi va di fare, oltre a una vacanza. Leggere e raccontare storie: non voglio fare altro.

Rispetto agli altri, al mondo, secondo te lo scrittore fa bene ad essere distaccato, isolato?
Gli altri sono fondamentali, altrimenti non esisterebbe nulla. Secondo me chi scrive non deve dare giudizi. Sospenderli semmai. Per riflettere devi stare per fatti tuoi. È importante capire perché, per esempio, quel signore torna a casa, uccide la moglie e poi si spara. Per raccontare bisogna vedere un po’ tutte le sfaccettature del diamante. Se racconti una storia, devi saperla tutta. Poi sceglierai tu cosa illuminare e cosa lasciare in penombra.

Pero è indubbio che tanti scrittori o sono o si comportano da snob.
Dipende cosa vuol dire essere snob: non vedere Sanremo? Io, per esempio, non l’ho mai fatto perché l’ho sempre trovato noioso. Lo scrittore, non si capisce perché, tende a mettersi un gradino sopra gli altri e per questo viene tacciato di snobismo: perché osserva quello che gli accade intorno e lo si accusa di non vivere la realtà. Ma chi lo giudica così che ne può sapere? Lo scrittore è una persona con i problemi che hanno tutti, ma a nessuno gliene frega niente. A quel punto, lo scrittore rifiuta gli altri e sviluppa arroganza. Purtroppo oggi gli scrittori non sono più punti di riferimento.

Come si è arrivati a questo punto?
Bisognerebbe chiedersi cos’hanno fatto gli scrittori per arrivare a questa situazione. Un tempo sul «Corriere» scriveva Pasolini, «La bustina di Minerva» era affidata a Umberto Eco. Adesso quelli che passano per intellettuali sappiamo chi sono e pure quello che fanno.

Se un giorno un tuo libro vendesse, per paradosso, una copia soltanto come reagiresti?
È andata male. Non è piaciuto. Io scrivo quello che ho voglia di scrivere.

Quanto conta il giudizio degli altri?
È importante il giudizio delle persone che stimi. Le critiche non fa piacere a nessuno riceverle. Nemmeno a Bukowski.

Una critica costruttiva ti fa piacere sentirla?
La vorrei prima di dare alle stampe il libro. Dopo non so che farmene.

Qual è il libro che non scriveresti mai?
La storia del mio ombelico e dei miei amori. Storie dove sarei il protagonista trovo assurdo anche pensarle.

Quanto di te c’è nei tuoi personaggi?
Boh! Il personaggio lo crei tu, quindi parti di te ci sono di sicuro. L’importante è saperle nascondere bene.

Quando scrivi c’è un lettore modello a cui pensi di solito?
Ci sono due persone che per me sono lettori modello. Mi conoscono e leggono il libro con la giusta distanza senza lesinare nessuna critica. E lo leggono perché gli vogliono bene davvero. Trovo pericolosi i lettori che dicono: “Che meraviglia!”, ma non mi spiegano perché e dove possono esserci eventuali difetti.

Dimmi cosa leggi e ti dirò chi sei. Lo trovi giusto questo detto?
C’è del vero. Se preferisci un certo tipo di autori, un pensiero su di te me lo faccio. Se trovi strabordante un libro che non condivido, voglio capire il perché. Poi al terzo o quarto titolo su cui discordiamo, una certa idea di te me la sono fatta. Altra cosa sono i lettori onnivori che leggono di tutto.

Scriveresti un’opera teatrale?
Se sapessi farlo sì. Anche se per la verità una l’ho scritta e l’ho messa in scena.

Se ci fosse la possibilità faresti una regia teatrale?
Certo! Ma con l’idea ben chiara che oggi dobbiamo abbandonare il teatro da camera come si è fatto negli ultimi trent’anni da Sem Benelli in poi. La borghesia, ormai, non ha più nulla da raccontare. Puoi fare una commedia divertente, ma nulla di più. Oggi ha senso il teatro che fanno Stefano Ricci e Gianni Forte: un teatro di parola ma anche di visione, dove c’è danza, esposizione artistica; dove la parola è una parte del tutto, non c’è storia ma emozioni.

Che tipo di spettacolo metteresti in scena?
Farei Il mercante di Venezia e non, ad esempio, un testo di Patroni Griffi. È lì che sta la forza primordiale del teatro. Tornare agli elementi. Ricordo uno spettacolo di Ronconi con Marisa Fabbri. Una tragedia greca dove lei faceva Elettra mi pare, ed entrava in scena scaricata sul palco insieme a della terra. Recuperare le forme primarie. Farei Goldoni, il Pirandello de I giganti della montagna. Il teatro ha bisogno di tornare a questa forza degli elementi, ma sempre divertendo il pubblico. E poi si può fare ovunque: Peter Brook ha messo in scena Amleto su un tappeto arancione e il protagonista era di colore. Il teatro è una grande metafora. La sua forza non è mostrare, ma evocare.

Tu sei anche sceneggiatore. Come ti trovi in questa forma diversa di scrittura tutt’altro che solitaria e molto collettiva?
Malissimo. Combatto molto per le mie idee. Ma l’importante è concepire questo contesto come una famiglia e il lavoro si deve fare tutti insieme perché il prodotto è di tutti. Io cerco di difendere l’oggetto finale. La sceneggiatura, in fin dei conti, non è che un insieme di dialoghi con una pallida sensazione del dove sono ambientati. La narrazione penserà il regista a farla. Di per sé scrivere una sceneggiatura è come scrivere un canovaccio. Anche perché nessuno la reciterà così come è. Ed è un vizio di vecchia data in Italia quello di non tenere conto del perché sono state scritte certe cose invece di altre.

Ti definisci una persona severa?
No, per niente. Lo sono con me stesso ma non con gli altri. E non lo sono mai stato con i miei cagnolini, che sono davvero scostumati. Nei rapporti con le persone sono molto selettivo. È necessario per vivere bene.

Pierluigi Pietricola

Ultima modifica il Giovedì, 11 Marzo 2021 09:04

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