mercoledì, 19 gennaio, 2022
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INTERVISTA a BERARDO CARBONI - di Pierluigi Pietricola

Berardo Carboni Berardo Carboni

Dell’attore, di solito, si nutre un grandissimo equivoco che data dal realismo in scena, in particolare da Stanislavskij: e cioè che chi recita s’immedesimi nel ruolo che interpreta al punto da trasformarsi in altro da sé. Mai stereotipo fu più smentito dalla storia delle poetiche teatrali e drammaturgiche. Ma il punto è: perché non andare oltre? Perché non chiedersi cosa possa esserci nel mondo di un attore al di là o di qua della scena?
Penso sia questo l’interrogativo che ha mosso Berardo Carboni nel realizzare la sua docufiction Constitutional Circus.
A leggere la sinossi, le cose appaiono semplici: “la storia di sette attori che, dopo il lockdown, attraversano gli Appennini per formare una compagnia circense, in cui non ci sono interazioni con animali veri, ma solo con animali simbolici legati alla società moderna”. Si tratta, quindi, di un’opera di fantasia? “Non propriamente – afferma Carboni –; perché sì, è vero: ci sono attori travestiti da clown, ma si esce dallo spazio della finzione, da quello del circo”.
Ci si può lecitamente domandare se si tratti di un genere teatrale nuovo, come mai si è incontrato in precedenza. “Forse un’appartenenza ideale la si può riscontrare nel teatro di avanguardia. Tuttavia è un genere ancora più ibrido, più complesso, perché a un certo punto si cerca di coinvolgere il pubblico e di farlo entrare direttamente in scena, facendolo agire con noi”.
Abbattimento della quarta parete, ma senza che si resti nell’ambito della finzione come in Pirandello, per il quale il sovvertimento delle regole teatrali diveniva una nuova convenzione artistica. Qui la realtà entra di prepotenza sul palco, assumendo la parvenza della verosimiglianza, ma senza cedere alla menzogna. “C’è una particolarità che riguarda l’aspetto video che abbiamo realizzato per questo progetto. Sono state riprese delle scene che raccontano ciò che avviene prima dello spettacolo. Mi interessava, interessava noi tutti, capire quello che accade non solo ai personaggi interpretati dagli attori, ma anche agli attori stessi nel momento in cui li interpretano”. Un’impresa davvero ardua e complessa da realizzare, soprattutto sotto il profilo narrativo per riuscire a mantenere i vari piani del racconto distinti senza creare un’eccessiva cesura. “A tutto questo – prosegue Carboni – va sommato un ulteriore piano narrativo che compone il polittico. Ed è quello che dà il titolo al progetto. Ci interessava che, di volta in volta, venissero coinvolti personalità del mondo intellettuale tout court affinché si potessero realizzare, nel concreto, delle vere proposte. Il teatro, di per sé, lo ha sempre fatto, ma non uscendo mai dal suo lato artistico, non riuscendo a tramutare il suo proposito in vera prassi. A noi interessa, invece, che ciò che si propone sotto il profilo artistico, diventi subito, che so: una petizione, un referendum, cose di questo genere”.
Un genere di teatro che diviene azione politica – nel senso nobile del termine – senza rinunciare a divertirsi. “Sì, esatto. L’intento è proprio questo”. E la mente corre subito ad esempi celebri, soprattutto Brecht e Sartre. “Effettivamente pensavo proprio a loro quando abbiamo iniziato. Ma non soltanto a loro. Anche a Pasolini”.
Inevitabile, a questo punto, la domanda cruciale: quale il messaggio che si vuole diffondere? “Indubbiamente la fine del capitalismo. E su questo non c’è di che interrogarsi, perché stiamo assistendo, giorno dopo giorno, al tramonto di un’epoca. Il punto, però, è: come immaginare il cambiamento, il futuro? Ecco perché, nella nostra visione, lo spettacolo deve investire la realtà, certi tipi di realtà, trascinarla sul palco e, insieme con noi, dar forma al mondo nuovo. Nuovi sistemi di produzione, nuovi modi di immaginare i rapporti umani”.
Non un semplice sogno ad occhi aperti, ma vera e propria utopia. Termine che, ci ricordano Campanella, Tommaso Moro ed Ernst Bloch, significa valutazione concreta e realistica di quello che si ha per poi combinarlo in maniera diversa così da creare un futuro nuovo. “Un processo culturale, di resistenza attiva e anche di costituzionalismo, oggi più che mai necessario. In questo, ovviamente, c’è molto Spinoza. Le singole identità statali, come dei vari processi storici, non possono disperdersi. È un discorso che coinvolge anche gli individui, non solo le nazioni. C’è necessità di creare un nuovo lessico, di pari passo a un sistema radicalmente diverso”.
Nella storia le novità sono state davvero moltissime. E quindi a quale modello riferirsi, da quale di questi prendere ispirazione? “Tra le popolazioni del Sud America, delle Ande in particolare, c’è un sistema di convivenza sociale basato sull’aiuto reciproco. Per loro è l’elemento centrale delle società cui danno vita. A noi tale modello sembra molto aderente per i tempi che viviamo, soprattutto perché è l’unico esempio diffuso di società che, pur con mille contraddizioni, continua a restare in piedi. Queste tradizioni passano da un livello di cultura ancestrale, basata essenzialmente sulla trasmissione orale dei loro saperi, a una simile alla nostra, fatta di libri e altri prodotti culturali”. E quindi dove la differenza? “Nel fatto che tutto questo si trasforma in costituzione. L’immaginazione non è mai fine a se stessa, ma finalizzata a nuovi modelli di vita che possano contrastare il capitalismo. Ma non solo a parole. Con il nostro progetto è precisamente questo che ci proponiamo. Detto in parole ancor più semplici: far sì che l’arte e la cultura siano alla base di un nuovo costituzionalismo come realtà vivente”.
Senz’altro un progetto ambizioso e complesso. Ma di sicuro non impossibile. E comunque avvincente. E soprattutto fondamentale dopo i quasi due anni di chiusura forzata dei luoghi di aggregazione culturale, quali teatri e cinema. “È stato un momento terribile. Fermi restando il diritto alla vita biologica e alla salute, all’esistenza umana è naturalmente connaturata la rappresentazione. E quindi cosa c’è di più importante di un teatro e di un cinema dove potersi ritrovare, riflettere e dare vita a nuove costituzioni sociali, non più solo su carta? Ho proprio sentito il bisogno di raccontare questa mia esigenza, che poi è di tutti. E dovremmo capirlo”.

Pierluigi Pietricola

Ultima modifica il Giovedì, 25 Novembre 2021 22:35

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