mercoledì, 19 gennaio, 2022
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INTERVISTA a CAROLINA ROSI - di Francesco Bettin

Carolina Rosi. Foto Luisa Carcavale Carolina Rosi. Foto Luisa Carcavale

Diplomatasi all’Accademia d’Arte Drammatica, Carolina Rosi ha frequentato sin dalla sua nascita l’ambiente cinematografico, e teatrale. Figlia d’arte (del regista Francesco Rosi), moglie di Luca de Filippo con il quale ha messo in scena spettacoli per più di vent’anni, anche dopo la sua morte porta avanti come direttore artistico, e attrice l’attività teatrale con la Compagnia di Teatro di Luca De Filippo occupandosi molto del teatro di Eduardo, della tradizione napoletana e non solo. Inoltre, cura anche documentari e pubblicazioni riguardanti la figura artistica del padre, e la valorizzazione delle sue produzioni, patrimoni che non possono certo andar perduti. E’ presidente onorario della Fondazione Eduardo De Filippo. Ha lavorato, oltre che con Luca de Filippo, con registi come Luca Ronconi, Glauco Mauri, Armando Pugliese, Lina Wertmuller, e ora è in scena con la sua compagnia con “Ditegli sempre di sì”, di Eduardo De Filippo, con la regia di Roberto Andò. Ha interpretato diversi ruoli anche per la televisione e il cinema.

Il momento peggiore della pandemia è alle nostre spalle, abbiamo tutti vissuto un lungo periodo surreale e difficile anche per il lavoro. Nell’ambito dello spettacolo come vedi questa nuova ripresa?
Credo che ci auguriamo tutti di uscire presto da questa situazione che è ancora un po’ destabilizzante per certi versi, anche se siamo ripartiti. Non si sa quanto ci vorrà per tornare come prima, però vedo che c’è tanta energia, voglia di ritornare a dei bei momenti. Aspettiamo e vediamo. In questo momento andare in tournèe con undici attori e quattro tecnici non è un’impresa da poco, siamo sempre una compagnia privata e un incidente di percorso, di salute o altro che possa far sospendere lo spettacolo sarebbe un bagno di sangue, a livello economico s’intende.

Il futuro del teatro quindi come lo vedi?
Il teatro vive, di più direi rispetto ai cinema che con tutte queste piattaforme che passano i film praticamente subito dopo esser stati girati hanno minor affluenza. Quello che mi piace di questo Paese è che da un lato è estremamente fragile su alcune cose, e discutibile, ma il popolo stesso ha sempre dimostrato di avere una forza, una capacità di ripresa incredibile, una volontà di lottare, e questo lo stanno dimostrando nel loro piccolo tutti quanti. Se il teatro e i suoi addetti verranno messi in condizione di poter andare avanti allora sarà un Paese che ce la farà. Per ora abbiamo ripreso molto bene, speriamo di continuare così, per tutti.

Tanto teatro ma anche cinema, dove hai lavorato anche con tuo padre.
Si’, mi fece debuttare nel cinema che ero all’ultimo anno dell’Accademia, con “Cronaca di una morte annunciata”, poi molto tempo dopo feci “Dimenticare Palermo” , nel ruolo di una giornalista. Ma sono stata molto a contatto con lui negli ultimi anni, come aiuto regista dei suoi film, e in alcune produzioni teatrali che fece proprio con Luca De Filippo, una trilogia di Eduardo.

Sei stata come figlia e nuora a fianco di forti personalità. Cosa ti ha dato tutto ciò?
Chiaramente non è stata una cosa avvenuta per caso, nella frequentazione intima che avviene con persone con le quali inevitabilmente si condivide una parte di vita, ma soprattutto nella vicinanza di lettura di quelle che sono le opere di Eduardo. Franco (Rosi) gli era abbastanza vicino, sia come tipologia di contenuti ai quali voleva dedicare la sua attenzione, sia come età. E anche le tematiche affrontate, come ad esempio nelle commedie che sono state messe in scena, erano molto vicine a mio padre.

Si può dire che alla fine i loro sono stati incontri predestinati?
Questo è un paese che non dà poi molto sfogo a quelli che sono ancora capaci di dare tantissima energia e tantissima vita, e papà era un uomo molto attivo anche nei suoi ultimi anni, nel senso che questi allestimenti li ha fatti verso gli ottant’anni. Luca De Filippo lo ha trascinato verso il teatro, anche se probabilmente non era quello con cui mio padre avrebbe voluto finire la sua vita, pensava soprattutto a dirigere un ultimo film…Ma la collaborazione tra loro è stata meravigliosa per entrambi, nel senso che Luca ha sempre dichiarato di aver trovato finalmente qualcuno a cui potersi affidare, esattamente com’era abituato ai tempi di quando Eduardo era in vita, nel senso non tanto per l’affetto ma per la capacità di dirigere, di conoscere la materia, di poter dare e nel far essere concentrato, nel trovare come poter interpretare un personaggio senza occuparsi di tutto il resto. E mio padre naturalmente è stato coccolato, protetto, messo in grado di poter riprendere un mestiere che era stato il suo agli inizi, perchè era nato con il teatro. Insomma, un connubio meraviglioso, chiaramente pilotato, diciamo così, da me, che ho unito le due forze e fatto da intermediario con grande amore, sapendo che si sarebbero trovati bene.

Francesco Rosi ed Eduardo de Filippo, storie di cinema e teatro di grande attualità oggi come ieri?
Quando si affrontano determinati temi, tematiche ancora aperte, malesseri ancora di oggi come di ieri, si’, sono eterne le commedie di Eduardo, e questo lo scopro sempre di più quando le metto in scena. Perchè i contenuti parlano di noi, dei nostri problemi , la società, la famiglia, gli smarrimenti di quegli anni, della guerra che però non sono diversi da quelli che appartengono alle persone oggi. Poco è cambiato. E lo stesso vale per Francesco Rosi, le storie di ieri sono quelle di oggi.

Ai giovanissimi si riesce ad arrivare con quei film, quelle commedie, o è sempre molto difficile?
Il problema è cosa si vuole far arrivare ai giovani, e quello che i genitori stessi hanno voluto trasmettere loro. Certe cose non rientrano nelle materie scolastiche, forse neanche se si studia storia dello spettacolo. Se i giovani non conoscono è perché non c’è una televisione pubblica che li avvicina a ciò, è preferibile fare delle nuove operazioni piuttosto che mandare in onda testimonianze importanti, di cui siamo pieni, e non parlo solo di Eduardo o Rosi. E’ un dovere morale che dovrebbero avere le istituzioni, se ritengono che certi personaggi vadano studiati, che siano quasi un Bignami di quello che è stato il nostro Paese negli ultimi cento anni. Quindi lo si fa come si può. Nelle città dove le scuole di teatro e di cinema funzionano, si incontrano tanti giovani appassionati a teatro. Comunque è un Paese, il nostro, dove non si fa niente per ricordare la memoria di persone che hanno cambiato la storia del teatro e del cinema, e ancora non parlo di Eduardo o di mio padre, ma pensa agli altri nomi, Fellini, Rossellini, Pirandello, De Sica.

Sembra che l’Italia faccia fatica a star dietro a certe cose così importanti.
Il problema è solo che l’Italia non crede nella cultura, non investe, fa finta. In Francia, in Inghilterra non è così, anzi, la rivalutano.

Come mai non hai più fatto del cinema?
Perché ho fatto il teatro. Mi sono ritrovata in una dimensione che non riuscivo ad avere con il cinema, dove mi offrivano sempre gli stessi ruoli, non c’era veramente la possibiltà di “interpretare” se non quasi di fare se stessi in un certo senso, e questo non è molto divertente. Il teatro al contrario mi ha dato la possibilità di spaziare dal grottesco al comico, al drammatico, con trasformazioni anche fisiche, insomma è molto più divertente.

Veniamo a “Ditegli sempre di si”, con la quale sei in tournée ora. Che personaggio interpreti?
La sorella del protagonista, Teresa, che ha su di sé il ruolo importante di quella che cerca di riportare tutti alla realtà, facendo capire che il fratello non può guarire. Lui è affetto da un disturbo che è però quello di volere una razionalità, una precisione nel condividere le cose che capitano, e questo crea dei meccanismi comici, che non offrono una lettura frivola ma sono basati sul matto che cerca la verità dentro la falsità che lo circonda, all’ipocrisia. La chiave di lettura del regista Andò è quella di far apparire tutti i personaggi con qualche piccola fragilità, cosa che rafforza il testo di Eduardo che come tutti gli altri non è mai cosa fine a se stessa.

Ci parli un po’ della tua Compagnia di Teatro di Luca De Filippo?
E’ fatta certamente da elementi che condividono lo stesso metodo di lavoro da tanti anni, da quando c’era Luca siamo rimasti più o meno gli stessi, con dei cambi quando servivano nei personaggi delle commedie, naturalmente. E’ molto importante avere un gruppo che era già molto affiatato, che attraverso le difficoltà si è fortificato. Quello che viene fuori col tempo è che il gruppo è diventato un’entità con le distinte personalità di ogni attore, proprio una compagnia che procede nel suo lavoro. E’ una cosa che avverte anche lo spettatore perché ci si capisce al volo, non c’è più quasi bisogno tra noi di dirci niente. Era importante proseguire con uno stile recitativo, che poi è quello che ci deriva dall’insegnamento di Luca per tanti anni, su come stare in scena, affrontare il proprio ruolo. Alla base del lavoro della compagnia c’è il cercare la verità nella propria interpretazione, e cerchiamo sempre di darla.

Si continua, dunque, Carolina, il ritorno sulle scene è già qui. Avete una lunga tournée
Speriamo bene, che non si cambino i colori delle regioni, che la gente corra a farsi la terza dose perché sennò qua ci si riferma, e ridiventa una tragedia.

Francesco Bettin

Ultima modifica il Giovedì, 09 Dicembre 2021 10:22

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