martedì, 29 settembre, 2020
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SIPARIO RECENSIONI: Colafiglio Anna

Menzionato Prosa - Anna Colafiglio

Cinema Cielo - regia Danio Manfredini
Ofelia 4e48 - regia Stefano Cenci
La Madre - regia Mimmo Borrelli

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Cinema Cielo
Ofelia 4e48
La Madre

Cinema Cielo ideazione e regia di Danio Manfredini; assistente alla regia Patrizia Aroldi; luci di Maurizio Viani; colonna sonora di Marco Olivieri.
con Danio Manfredini, Patrizia Aroldi, Vincenzo Del Prete, Giuseppe Semeraro.
Produzione: Emilia Romagna Teatro Fondazione, Festival Santarcangelo dei Teatri.
Visto al Teatro Franco Parenti di Milano, dal 15 al 18 dicembre 2011
"Signore del cielo e della terra, noi non capiamo: tu fai le creature e poi le pianti in asso", si dispera Zamira dall'alto del suo tacco quindici, avvinghiata a un Cristo in croce che è un esplicito richiamo iconografico al finale di quel Flowers che, la Lindsay Kemp Company, mise in scena nel 1968 ispirandosi al medesimo romanzo genetiano; partiamo dalla fine per narrarvi l'epopea di questo sottobosco umano che popola il Cinema Cielo, una piccola sala a luci rosse che nacque e morì nel centro di Milano.
L'impatto iniziale è forte: dinanzi agli occhi del pubblico si apre la rappresentazione speculare di un'altra platea, con le poltroncine rosse, le uscite di sicurezza e un altro pubblico a osservare lo schermo immaginario che si interpone tra noi e loro; uomini veri e manichini, che lasciano trasparire l'eredità di Kantor e della sua Classe Morta.
Voyeuristicamente, ci troviamo a osservare i rituali perversi che si svolgono in sala, mentre, sullo schermo immaginario del Cinema Cielo, si snoda la tormentata vicenda del travestito Divine e della sua cerchia di amanti parigini. Direttamente dalle pagine di Notre Dame des Fleurs di Jean Genet, un universo di reietti, travestiti, assassini e prostitute prende forma, lasciandosi cogliere solo attraverso la traccia sonora fatta di dialoghi e sospiri: l'infanzia di Louis Culafroy, il ragazzino che, sovrastato dalla ingombrante e spietata presenza di sua madre Ernestine, si recherà, giovanissimo, a Parigi, ove porterà a compimento la sua metamorfosi sessuale e identitaria trasformandosi in Divine; il suo primo incontro con Mignon, "il Padre Eterno sottoforma di magnaccia", l'inizio del suo idillio e, allo stesso tempo, del suo lento degrado ("perché per lei amore equivale a disperazione"). Presto, l'efficacissimo gioco di rimandi tra la traccia sonora del film e ciò che accade in sala, diviene palese: attraverso dissonanze, contrasti e parallelismi, i quattro attori sulla scena danno vita a una serie di personaggi tipizzati e di grotteschi rituali durante i quali, di volta in volta, emerge la disperazione e la solitudine di ognuno.
In questa riedizione di Cinema Cielo, Danio Manfredini (Premio Ubu nel 2004 per la Miglior regia) costruisce un'umanità parallela ma di una verità struggente: una parata di marchettari, travestiti, immigrati, maniaci e paraplegici in cerca di compagnia, che si muovono sul sottile filo dell'ironia e della disperazione. È un'umanità reietta, a tinte fosche, che si rifugia in una "zona franca" che, da sola, può legittimare ogni mania e abbattere i recinti del proibito.
Ex operatore in un ospedale psichiatrico, artista visivo, regista, attore e autore teatrale, Danio Manfredini si conferma un maestro della narrazione poetica; le suggestioni di Cinema Cielo lasciano, tuttavia, spazio a qualche perplessità riguardante le scelte musicali: si spazia da Eminem ai Pink Floyd, in una carrellata melodica che sembra essere più piaciona che funzionale.

Anna Colafiglio

Ofelia 4e48 adattamento e regia di Stefano Cenci; direzione tecnica di Matteo Gozzi.
con Stefano Cenci, Elisa Lolli.
Produzione: Compagnia Stefano Cenci, in collaborazione con Arti Vive Festival - Soliera (Mo) e Pensieri Acrobati.
Visto al Teatro della Contraddizione di Milano, dal 10 al 12 febbraio 2012
"Ascendo. Dalla vita all'arte. Non dalla vita alla morte. Non dalla vita ad altra vita. Dalla vita all'arte". Con queste parole, Elisa Lolli/Ofelia/Sarah Kane sancisce la sua quasi-fine, il suo suicidio in fieri; richiamandosi direttamente alla vicenda personale della controversa autrice della drammaturgia, Ofelia 4e48 ("quattro e quattr'otto", dice il regista) porta in scena un testo sezionato ed esploso, in cui le suggestioni sono molteplici e di diversa natura.
Morta precocemente poco dopo aver compiuto 28 anni, Sarah Kane è ascesa nell'olimpo dei "poeti maledetti", di quelle personalità fragili e geniali che popolano l'immaginario collettivo. 4:48 Psychosis è il suo testo limite: un doloroso monologo in attesa delle 4:48, l'ora indicata dalle statistiche come quella in cui gli aspiranti suicidi danno il benvenuto alla morte. Pochi giorni dopo aver messo su carta gli esatti suoi pensieri, Sarah tenta il suicidio; salvata in extremis, finisce per impiccarsi con i lacci delle sue stesse scarpe.
Stefano Cenci ed Elisa Lolli portano in scena questo personaggio struggente, epurandolo, però, di quella carica greve che il monologo della Kane porta con sé: un costante dentro-fuori tra attori e personaggi rappresentati, genera uno spaesamento che diverte e turba al contempo. Agli irreversibili e radicali stralci di 4:48 Psychosis si affianca il Beckett di Giorni Felici (la cui contestualizzazione lascia trapelare non pochi bagliori di intensa inquietudine), e poi ancora il dialogo fuori campo dell'insana Ofelia nell'Amleto di Kenneth Branagh.
I testi vengono attraversati e superati, inframmezzati da sprazzi di un surreale humour, nero come la pece, e da straniamenti dagli echi vagamente brechtiani. Elisa Lolli si muove agevolmente nei panni di se stessa, di Ofelia e di Sarah Kane, mentre Stefano Cenci veste i panni del regista, di Amleto e dello psichiatra della clinica in cui la Kane è in cura. Un'accentuata metateatralità mette in luce i diversi piani d'azione dei personaggi rappresentati, che si alternano sulla scena come apparizioni generate da un convulso zapping televisivo.
I pezzi più drammatici, desunti direttamente dalla drammaturgia della Kane, sono probabilmente quelli meno efficaci sulla scena: estremamente carichi di una potenza talmente distruttrice da apparire quasi innaturale. Prontamente, però, la struttura stessa dello spettacolo giunge a spostare l'asse degli accadimenti. "Questo spettacolo non ha nulla a che vedere con voi -sancisce Lui, il regista-. Voi non c'entrate nulla. Non dovete emozionarvi per lei. Lasciatela perdere. È un problema suo. Non esiste motivo per provare per lei dolore".
Nonostante la durezza del tema trattato, lo spettacolo appare dotato di una malinconica lievità; un'irrealtà sospesa che, nella graffiante follia dell'Ofelia di Branagh, trova le sue ultime, efficacissime parole.

Anna Colafiglio

La Madre

('I figlie so' piezze 'i sfaccimma)
testo e regia di Mimmo Borrelli, scene di Luigi Ferrigno, costumi di Enrico Pirozzi, luci di Cesare Accetta, musiche di Placido Frisone; adattamento delle musiche alla scena: Antonio Della Ragione; assistente alla regia: Michele Schiano di Cola; assistente alle scene: Armando Alovisi.
con Milvia Marigliano, Mimmo Borrelli, Serena Brindisi, Agostino Chiummariello, Gennaro Di Colandrea, Geremia Longobardo.
Produzione: CRT Centro di Ricerca per il Teatro e Teatro Stabile di Napoli, in collaborazione con Marina Commedia Società Teatrale.
Visto al CRT Teatro dell'Arte, Milano dal 24 al 29 febbraio 2012

Già l'ingresso ha il sapore di un pellegrinaggio inverso, oscuro; capovolto nella sua valenza salvifica, in nome di un viaggio nei meandri del lato buio che si cela nell'uomo, pronto a svelarsi in un contesto rituale ribaltato e distruttivo. Si passa per il retropalco, buio, si salgono le strette scale che portano al budello in cui si svolge l'azione: un luogo fortemente simbolico e, nel contempo, di un'immediata concretezza che ha il retrogusto doloroso di un pugno nello stomaco.
In quest'antro vive Maria Sibilla Ascione, una matta barbona che narra i suoi tormenti ai gatti, rievocando la tragedia del suo passato; una novella Medea, figlia di un camorrista del casertano, vittima sin dall'infanzia di atrocità maschili, a opera di suo padre, prima, e del suo uomo poi. Da bambina, Maria Sibilla viene regolarmente nutrita con i pomodori coltivati dal padre, imbottiti di estrogeni che ne accelerano la crescita; ciò le provoca una prematura comparsa del ciclo mestruale. L'arrivo di Francesco Schiavone, detto Sandokanne, dà il colpo di grazia alla sua già sofferta esistenza: per lui, Maria Sibilla compie i più efferati delitti, fino a quando, incinta, si rifugia a Cuma. Chiusa in un putrido bunker e vittima dei reiterati tradimenti del compagno, dopo falliti tentativi di aborto, la donna dà alla luce due gemelli; desiderosa di vendetta nei confronti dell'ignobile Sandokanne, prende ad allattare i neonati con il vino, provocando in loro il manifestarsi di deformità fisiche e mentali. "La mia Medea -dichiara il regista- non ammazza i figli ma li devasta, deforma la stirpe di Giasone col vino". Chiusi in un antro/utero lurido e fangoso, che ospita "un'umanità in decomposizione, messa lì a fermentare", i figli deformi di Sandokanne crescono celati agli occhi del mondo, vegliati da una madre che è la causa stessa della loro rovina. Il tormentato finale chiude il cerchio della vendetta: sarà proprio il novello Giasone a sparare, inconsapevolmente, ai suoi due figli insani, mandati dalla mamma-Medea con quel preciso intento di morte. La bocca dell'antro si chiude su un Sandokanne disperato e in catene, condannato a vivere con quel senso di colpa che si configura come il peggiore dei supplizi.
Si stenta a crederci, ma Mimmo Borrelli è alla sua prima regia; drammaturgo già premiato per 'Nzularchìa (2005) e 'A Sciaveca (2009), Borrelli si fa demiurgo e interprete di un'esperienza che richiama le origini rituali del teatro e la catarsi aristotelica della tragedia classica, dalla quale esplicitamente trae ispirazione. La trama perversa de La Madre si snoda tra i versi cadenzati e ritmati del dialetto flegreo, lingua arcaica e materica, portatrice di una musicalità talmente intensa da risultare efficace anche nei momenti di inevitabile incomprensione letterale.
Ottimi tutti gli interpreti, ulteriori colonne portanti di uno spettacolo che, lo stesso Franco Quadri, non esitò a definire "un capolavoro".

Anna Colafiglio

Letto 6905 volte Ultima modifica il Sabato, 01 Settembre 2012 10:48
La Redazione

Questo articolo è stato scritto da uno dei collaboratori di Sipario.it. Se hai suggerimenti o commenti scrivi a comunicazione@sipario.it.

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