mercoledì, 19 gennaio, 2022
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INTERVISTA a GIULIA LOMBEZZI - di Franco Acquaviva

Camilla Violante Scheller Camilla Violante Scheller

Lo spettacolo “L’Albero”, visto allo Spazio Tertulliano il 17 dicembre 2021, è la messa in scena del testo con il quale Giulia Lombezzi ha vinto vari premi tra cui il premio Scena&Poesia nel 2018. La recita di Milano è stata l’occasione per vedere all’opera una giovane regista e autrice e un gruppo di giovani attori (la stessa Lombezzi alla regia e in scena Alice Bignone, Ermanno Rovella, Camilla Violante Scheller) alle prese con un tema d’attualità il cui sviluppo lascia da parte narrazioni cronachistiche o analisi sociologiche per dare invece spazio a una storia emblematica, che tocca e insieme fa sorridere. Abbiamo rivolto a Giulia Lombezzi alcune domande.

Con “L’Albero” hai vinto il premio Scena&Poesia nel 2018, ricordo l’opera perché ero giurato nella commissione valutatrice: com’è cambiato il testo nel corso della trasposizione per la scena? Che problemi hai dovuto affrontare?
 “L'Albero” era la storia di due anziani che vivono in una casa di riposo, dei loro parenti e di un giovane OSS. La prima volta che il testo ha preso voce è stato nei 20 minuti del festival HORS, dal quale eravamo stati selezionati. Già durante le prime prove ho capito che volevo ridurre drasticamente lo spazio della prosa in favore di un tessuto coreografico, corale, astratto; ho capito insomma che il mio teatro stava virando verso una forma in cui il testo è canovaccio più che bibbia, dove prendono invece molta importanza il gesto, la coralità vocale, il corpo che, in quanto corpo poetico, dice già tantissimo anche quando è muto e immobile. Quindi ho tagliato vari personaggi e ho deciso di concentrarmi solo su una relazione a tre, per dare più aria a tutta la struttura. Sono rimasti Anna, l'anziana signora, Marcella, sua figlia, Martino, il giovane OSS. Credo molto nelle partenze semplici, credo che da un granello di sabbia di possa tirare fuori un intero ecosistema. Così abbiamo cominciato a costruire a piccoli passi sulle difficoltà di Anna, il mancato controllo delle proprie gambe dovuto a disfunzioni neurologiche e il progressivo avanzare della demenza degenerativa. Poi ho intervistato vari OSS per prepararmi a scrivere di un mondo che conoscevo solo in superficie, e infine ho proposto agli attori di improvvisare, rimescolare e tradire le mie parole e soprattutto di giocare con il dispositivo scenico da me pensato e realizzato dalla costumista Donatella Cianchetti; una lunghissima veste bianca che abbia la versatilità di trasformarsi in letto, contenzione, nascondiglio e ali. Quello che è nato è un lavoro che non posso che definire tragicomico, so è che è un termine un po' logoro ma la sensazione è proprio quella di un divertimento distillato, di una serie di situazioni che sfociano nel riso, contenute in una cornice tragica e soffocante come una casa di riposo.

In questo spettacolo ricopri anche il ruolo di regista; mi sembra che per formazione tu sia essenzialmente una drammaturga e ora, dopo la pubblicazione del tuo romanzo d’esordio, che è stato finalista al Premio Calvino, anche scrittrice di narrativa; ecco, com’è stato confrontarsi da regista con gli attori, lo spazio, la scena, il tuo stesso testo?
Questo spettacolo è la mia quarta regia. Fare regia, per me, è come addentrarsi in un bosco di notte e aspettare di vedere i cervi. Il regista è quello che prova a illuminare il sentiero. Se si è sufficientemente predisposti all'ascolto, qualche volta l'incontro accade, e si apre il guado segreto di cui parla Kantor. Quelli sono i momenti più adrenalinici, quando l'incontro degli attori con le circostanze create produce esattamente quello che voglio evocare.
Il fatto che il testo fosse mio, inoltre, mi ha consentito di disporne senza pudore, tagliando e fondendo molte parti. Per quando riguarda la relazione con lo spazio, sapevo che tutto sarebbe stato fondato sulla veste di Anna (il personaggio anziano) che viene tenuta da Martino, l'OSS, e Marcella, sua figlia. La dinamica del tenersi, costringersi e lasciarsi andare rappresenta, per me, quello che è una famiglia. Siamo stati tanto tempo a rifinire – anche insieme alla preziosa consulenza di Franco Reffo - ogni passaggio fisico, in modo che l'abito stesso diventasse un quarto personaggio.
Camilla Violante Scheller, Alice Bignone ed Ermanno Rovella sono tre artisti talentuosi, versatili e generosi, coi quali si è parlata la stessa lingua fin dall'inizio. Hanno aderito con molta cura al lavoro e varie proposte – verbali e gestuali - sono nate direttamente da loro in improvvisazione. L'Albero è cresciuto in maniera organica, credo, perché non racconta più solo la storia di mia nonna, adesso racconta la storia di come ognuno di noi si accosta alle parti più appuntite della vita.

Che reazioni hai colto dagli spettatori, anche per contatto diretto con loro, dopo, nella piccola sala del Tertulliano che, per la sua conformazione e l’atmosfera raccolta, incoraggia una relazione più intima tra attore e pubblico?
Molte persone, anche perfetti sconosciuti, dai quindici agli ottant'anni, sono venute ad abbracciarci, ma forte, e a lungo, e molte erano così commosse che si scusavano per l'afasia. E' stato decisamente impattante, soprattutto per me che ho il cuore di pietra e in pubblico non piango mai. Ci ha resi felici sentire tanta risposta, ci ha fatto pensare che forse qualcosa di un po' utile l'abbiamo fatto, raccontando questa storia. Una signora mi ha detto “io di sera non esco mai, e invece stavolta sono uscita e te lo volevo dire, sono proprio felice di essere qui.” Un altro ci ha ringraziato “per la semplicità e la profondità del nostro spettacolo.” Tanti, in effetti, hanno detto solo “grazie”. Forse hanno rivisto per un momento le persone prima di loro, le dinamiche tenere e crudeli, surreali e logoranti che attraversano qualsiasi famiglia in cui i membri arrivano e vanno via. Una ragazza mi ha detto “questo spettacolo dovrebbe essere obbligatorio”. Le ho detto che ne parlerò con Mario Draghi.

Dopo una gestazione che immagino sia stata complicata e le repliche al Tertulliano, che vita pensi, o ti auguri che potrà avere d’ora in poi questo spettacolo?
Beh, vorrei una tournée mondiale, ovviamente. Anche nazionale va bene. Nell'attesa, sto prendendo contatti con varie realtà e vorrei che l'Albero toccasse tanti palchi diversi e che – proprio per l'impatto oggettivamente forte che ha avuto - incontrasse il pubblico amante del teatro e quello che a teatro non va mai. Mi auguro che Anna, Marcella e Martino mettano piede nei grandi teatri milanesi, dove lo stupendo disegno luci di Fabrizio Visconti verrebbe valorizzato al massimo, ma vorrei anche portare il lavoro in corti, piazze, festival estivi. La struttura è molto versatile, si adatta bene sia all'edificio teatrale che ad altri luoghi.
Questo nostro microcosmo teatrale è sovrappopolato e competitivo, ma sarò cocciuta nel proporre questa storia, perché ha avuto un riverbero troppo forte per lasciare che si disperda.
Per quanto riguarda la gestazione sì, è stata complicata, ma il fatto il essere stati interrotti tante volte dai vari lockdown ci ha consentito dei momenti di stacco, in cui ho potuto guardare il lavoro da lontano e ragionarci con una calma che di solito non si ha. Quando lo abbiamo ripreso in mano non eravamo più quelli di un anno e mezzo prima, e credo di poter dire a nome di tutti che abbiamo portato sul palco, insieme a noi, tutto ciò che ci ha resi più forti, e anche più fragili. Parlare della morte non è stata più la stessa cosa, dopo il 2020, per nessuno di noi. Ma il teatro ci ha tenuti stretti.

Franco Acquaviva

Ultima modifica il Domenica, 02 Gennaio 2022 08:57

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