mercoledì, 19 gennaio, 2022
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INTERVISTA a AIDA VAINIERI - di Michele Olivieri

Aida Vainieri. Foto Donata Wenders Aida Vainieri. Foto Donata Wenders

Aida Vainieri nasce a Potenza, in Basilicata. Studia all’Accademia di Belle Arti di Venezia dedicandosi alla pittura, decorazione, scenografia. Inizia la sua formazione in danza classica a Treviso con Elsa Giacomini e Loredana Trevisan. Studia con Trudy Kressel, Jorma Uotinen, Carolyn Carlson, Hervé Diasnas e Malou Airaudo, quest’ultima, la invita a Wuppertal e conoscere Pina Bausch. Completa la formazione entrando nella Folkwang Hochschule di Essen, diretta da Pina Bausch come ospite, e per un anno e mezzo ha l’opportunità di lavorare nel Folkwang Tanzstudio prendendo parte a spettacoli di Carolyn Carlson, Urs Dietrich, Rainer Behr, Raffaella Giordano, Mark Sieczkarek. Dal 1991, fa parte del Tanztheater Wuppertal, partecipando alle numerose creazioni (repertorio e nuove produzioni) della prestigiosa compagnia tedesca, ricoprendo ruoli in precedenza affidati a interpreti-icone, come quello di Malou Airaudo in “Café Müller”. Ha preso parte, negli anni, ai seguenti spettacoli: Tanzt in, Neues Stück II, Masurca Fogo, Nelken, Viktor, Água, Ahnen, Danzón, Das Stück mit dem Schiff, Der Fensterputzer, Ein Trauerspiel, Kontakthof, Nur Du, O Dido, Sweet Mambo, Ten Chi, Two Cigarettes in the Dark, Wiesenland, Iphigenie auf Tauris, Das Frühlingsopfer, 1980, Orpheus und Eurydike, Blaubart, Beim Anhören einer Tonbandaufnahme von Béla Bartóks Oper, Herzog Blaubarts Burg, Komm tanz mit mir, Arien, Keuschheitslegende, Bandoneon, Auf dem Gebirge hat man ein Geschrei gehört, Palermo Palermo, Tanzabend II, Besetzung der Uraufführung. Ha partecipato al cortometraggio “Time step” di Hans Beenhakker, al film “Parla con lei” di Pedro Almodovar e al documentario “Pina” diretto da Wim Wenders. Inoltre ha preso parte alla coreografia “Somewhat still, when seen from above” di Theo Clinkard e a “Bon Voyage, Bob” su coreografia di Alan Lucien Oeyen.

Carissima Aida, hai vissuto un periodo molto intenso per il teatro-danza europeo, ma la tua avventura con l’arte coreutica a che età è iniziata e com’è nata la passione?
È nata dall’Amore e dall’energia vitale ricevuta principalmente da mia madre, un’ispirazione continua viscerale, la sua vitalità, gioia, le sue canzoni, l’umorismo, sensibilità, i suoi quadri, l’amore per la danza che aveva sin da bambina ma che fu negata da suo padre nonostante la sua insegnante di canto all’epoca la prese molto a cuore. Propose di avere cura di lei sia, per le doti di canto che per la danza, ma non ci fu nulla da fare a convincere il nonno che la obbligò a sotterrare le scarpette da danza nel giardino. Lei imperterrita danzava scalza e cantava ovunque, in chiesa tutti conoscevano la sua voce, credo che sin nella sua pancia percepii queste cose. Poi avanti negli anni la coinvolsi dando riscatto a tutto con un duo condiviso insieme, fu una grande gioia creare con lei in un momento inaspettato ma che entrambe sognavamo da sempre. Da bambina nata nel sud, in Basilicata, ho passato i miei primi cinque anni in contatto completo e totale con la natura, e con una grande famiglia sia da parte della mamma che del papà con personaggi che ho subito accolto nel mio cuore, ognuno per caratteristiche così peculiari e bizzarre. Tra il nonno paterno con un fratello gemello non svelato che faceva credere a noi tutti bambini di poter volare così veloce e farsi quindi trovare in un altro luogo, persino con abiti diversi e noi potevamo correre quanto volevamo ma lui sarebbe arrivato sempre prima di noi... E la nonna che riusciva a rallegrare anche le giornate più buie e fredde dell’inverno con la sua magica forza del sorriso, parlava agli uccellini aprendo le finestre e dando loro un nome, o il nonno che sopravvissuto alla prigionia in guerra, per passione scriveva i fuochi d’artificio per la Festa di San Rocco. Aveva un suo rituale per vestirsi a puntino con brillantina, bretelle e calamaio, componeva la sequenza dei fuochi come fosse musica per orchestra, a mano scriveva le note borbottando i suoni a voce prima di inserirli nel pentagramma. Ecco credo da tutti loro, ho avuto cascate di ispirazioni, anche dal mio papà, il suo umorismo e la sua bontà, generosità e forza indimenticabili... all’epoca era insegnante di matematica e lo faceva creando favole incredibili pur di coinvolgere bambini e giovani. Mamma a quei tempi, poco più che ventenne, insegnava ad una classe unica dai 6 ai 18 anni, bambini e ragazzi che non potevano andare a scuola proveniendo da famiglie poverissime e disastrate. Aveva trovato una vecchia stalla su una collina che venne ristrutturata, lì raccoglieva tutti i bambini e ragazzi che non potevano permettersi una scuola, si poteva raggiungere prima con un pullman e poi a piedi nel bosco e portava anche me, dovevamo attraversare sentieri bellissimi nella natura. Quando tutti uscivano da scuola lei ci portava vicino al ruscello e faceva danzare tutti, era il ruscello dove le donne lavavano i panni, lì ascoltavamo la musica dell’acqua, i canti, ma a volte portava il mangiadischi e si cantava insieme. In chiesa cantava l’Ave Maria e lì davanti al ruscello riusciva a far cantare cori di bambini e ragazzi. Ecco perché poi quando vidi la prima volta tutti gli spettacoli di Pina alla Fenice di Venezia capii subito che era quello il mondo che avrei voluto condividere con questa grande artista, e i suoi danzatori, perché danzava la vita, quella che tutti riconoscono... ancora oggi non passa giorno in cui sono grata nel più profondo di averla incontrata, per sempre! All’età di diciannove anni decisi di studiare danza contemporanea e di dedicarmi al tai chi, aikido e qi gong. Poi con il mio carissimo amico storico Mimmo Santonicola (una chiave importante delle mie scelte successive) decidemmo di trovare uno spazio che accogliesse danzatori ed avere così la possibilità di creare coregrafie. Così fu e Marco Paolini ci aiutò all’epoca, dandoci a disposizione una sala nella sua fabbrica ristrutturata. In più davo lezioni nella bellissima e particolare Chiesa sconsacrata di San Teonisto a Treviso ristrutturata da poco magistralmente dall’architetto Tobia Scarpa, che ha rinnovato il passato rispettandone i segni, dando luce alla sua perduta bellezza, dove con Mimmo ed un piccolo gruppo coraggioso creai la mia prima coreografia nel 1984 presentata All’Isola del Teatro: “Lift’s Sofa”, seguita da “Brevi tradimenti” e “Il Giardino di Mezzo”, una di seguito all’altra. In quel periodo, nel 1980 furono tempi lucenti, era un pullulare continuo e infinito di avvenimenti, ispirazione e forza, fui folgorata dalla quantità di artisti che varcavano ogni confine da ogni parte del mondo, diversi e magnifici! Una grande ispirazione vedere i “La La La Human Steps”, con una splendida Louise Lecavalier e Edoard Lock, una cosa davvero unica, indimenticabile con uno spettacolo che univa arte punk alla musica e alla danza... un’esplosione di rock! Con una Louise che resta fino ad oggi per me un Mito vivente. Vidi molti spettacoli dei Raffaello Sanzio, indimenticabili, Bartabas con i suoi cavalli meravgliosi, concerti indimenticabili con Laurie Anderson e Meredith Monk, Penguin Cafe Orchestra, dove le peculiarità delle arti si fondevano con un senso, Björk che conobbi personalmente proprio a Wuppertal molti anni dopo perché ci venne a trovare da Londra per vedere “Mazurka Fogo” di Pina, un ispirazione grande! Carolyn Carlson con i suoi “undici onde”, “underwood”, “l’orso e la luna” “blue Lady”, quando vidi Kazuo Ohno, con Pina... fu per me una visione fortissima... e poi grazie a Lei conoscerlo e frequentarlo per anni insieme alla compagnia quando si andava in tournée in Giappone, era ORO!

Quali sono stati i primi passi nella formazione?
Tutto ha avuto inizio a Treviso dove la mia famiglia si era trasferita quando avevo sei anni, e non trovandomi subito a mio agio per inserirmi in un nuovo mondo, mia madre mi chiese cosa volessi fare per sentirmi bene, e risposi “ballare”. Collegai subito la memoria di ciò che profondamente mi faceva sentire libera ai ricordi della terra, e così lei e mio padre mi portarono in una scuola privata di danza classica, e per me fu la gioia immensa. La Maestra era di una bellezza dipinta a mano, Elsa Giacomini, la ricordo ancora adesso come ci insegnava i primi passi di danza e musica con la sua grazia e dedizione. Successivamente ho continuato a studiare con Loredana Trevisan, un’altra docente meravigliosa, forte e spigliata, che ci ha sempre seguito come le vere insegnanti sanno fare, creando saggi di fine anno indimenticabili, intuendo quando avevo quindici anni cosa stessi cercando, la sua sensibilità e determinazione rimangono uniche.

Che ricordi conservi del primo giorno in sala danza?
L’odore del legno, del pavimento, e le mani della Maestra Giacomini bellissime, la luce dalle finestre, le mie compagne, i capelli raccolti, per me una fatica perché avendoli molto ricci non era semplice dar loro quella forma, la magia alla sbarra dei movimenti fatti insieme per la prima volta. Ricordo il mio braccio che cerca di disegnare una curva nel nulla, la voce della Maestra che mi chiede di allungare lo sguardo lontano insieme alla schiena, i piedi per terra quasi nudi in una posizione che mi ricordavano i gatti in certi momenti, la memoria del ritmo insegnato come fossero gocce di pioggia battendo le mani... poi le stesse poggiarsi alla sbarra per la prima posizione e la neve vista dalla finestra davanti a me mentre scendeva leggera. La disciplina ottenuta da noi bambine con la poesia, l’ascolto e l’arte del gioco. Si faticava con gioia quel giorno e i giorni successivi, e questo mi è rimasto nel cuore stampato a fuoco. Grazie Maestra Giacomini, grazie Loredana Trevisan.

La tua carriera professionale ha preso il via al Folkwang Tanzstudio. qual è stato l’impatto a livello emotivo?
Di grande gioia, perché era la prima volta che potevo studiare in una vera scuola di danza come nei film, con la possibilità di imparare da grandi maestri diverse tecniche: Jean Cebron, Hans Züllig, Malou Airaudo, Agnes Pallai, Brian Bertscher. Questa fortuna mi venne offerta da Pina dopo aver superato la sua audizione con mia grande sorpresa, e mi disse che mi voleva nel frattempo come ospite nella scuola in attesa di un contratto libero nella compagnia. Fu una gioia immensa. Potevo studiare dalla mattina alla sera tutti i giorni con chi volevo, un sogno reale essendo ospite, e poi dopo un anno mi accolse nella compagnia della stessa scuola FTS dove ebbi la possibilità di lavorare con Carolyn Carlson, Urs Dietrich, Raffaella Giordano con la quale avevo già lavorato in Italia in precedenza, con Rainer Behr per un breve periodo, mi chiese di sostituire una danzatrice che si era infortunata. Erano tempi di grande impatto creativo, ricordo che per mesi per evitare di far abbattere un’ala storica della scuola, noi studenti di tutti i dipartimenti, occupammo l’edificio intero, creando un “No Stop Concert” 24 ore su 24, composto da coreografie e concerti, regie, esposizioni di foto, improvvisazioni, cori, di tutto e di più... un’esplosione continua di creatività! Quindi tutti gli studenti di tutti i reparti della scuola allo stesso tempo ebbero modo di condividere, conoscersi creativamente facendo moltissime cose stupende, fu indimenticabile, memorabile. Ecco perché ancora oggi credo che l’azione di condividere tra diversi artisti, sia il massimo per esprimere l’Arte con professionalità, e la forza motore del cambiamento per motivazione profonda, quindi che non nasce da una provocazione ma da una esigenza che dichiara la sua libertà mentre avviene. L’Arte non dovrebbe essere messa in gabbia, né spezzettata per presentarla. Una volta era il popolo che assetato di ascoltare la voce degli artisti andava nelle piazze, oggi sono i politici che gestiscono le porte di chi passa e chi no verso il popolo e sovente... sono spesse!

Il passo è stato breve e sei entrata, ben appunto, al Tanztheater Wuppertal. Come ti ha arricchita farne parte?
Inutile dire che è ancora oggi un’infinita gratitudine, tutto cià che ho imparato e condiviso non solo con Pina Bausch alla quale devo tutto, ma con i colleghi è un’esperienza viva ed indelebile. Non c’è stato un giorno dove non ho scoperto qualcosa che mi ha resa ricca, affrontando un viaggio infinito verso la comprensione non solo degli aspetti umani ma anche di una ricerca creativa. Sono passaggi senza fine ovviamente, che in me non giudicano le scoperte, e nessuno, ma avvengono come fanno i bambini nella loro naturale curiosità. Sono felice di essere rimasta in contatto con la mia Aida bambina, questo mi da ancora la possibilità di restare aperta e vicina verso l’ascolto degli altri, e degli eventi con i passi dei bambini. Inevitabile sottolineare quanto materiale infinito abbiamo per esprimerci con l’Arte, che è vita, di ognuno, casa, relazioni, pane, amore diperazione, gioia, guerra, pace e tutte le gamme dei sentimenti e luoghi nel mondo. Con il lavoro di Pina abbiamo avuto la possibilità di inventare costantemente insieme tutto ciò che lei ci chiedeva attraverso le sue domande quotidiane, risposte nate da motivazioni vitali, impressioni, memorie, fatti, ricordi, debolezze, gioie, osservazioni, movimenti, visioni, idee, sogni, vissuto, memoria, musica, canto, tutto! Abbiamo condiviso tantissimo insieme. Se vuoi danzare con qualsiasi linguaggio, non puoi fuggire dalla verità che entra nelle vene, non è possibile spezzettare e frammentare, è la gioia della vita attraverso tutto. È la forza del gesto che appartiene ad ognuno, poesia... è non sapere come gli elementi pur così diversi si possono raggiungere l’uno con l’altro fino quasi a toccarsi. L’arte è capace di coltivare la terra, ascoltare il vento osservare e rispettare la natura, il pianeta intero, le nostre vite, migliorando, la storia dei popoli e le memorie, il presente, tutto ciò che vogliamo... Pur che sia legato a motivazioni profonde è la sfida del trasformare e rappresentare, in forma visibile nuova pura non egoica, una metamorfosi continua, il baco da seta è visibile, ne esce poi una farfalla; è visibile nella sua forma originaria, poi si trasforma in colori, in ali, in volo, in tempo vita, in genere per me l’arte è questa: il volo di una farfalla.

Cosa vuole dire per te “dare forma con la danza”?
Rappresentare e dare forma con la danza, può nutrire attraverso un’interpretazione solo se resta integra, se è legata ad una motivazione dal cuore (baco e farfalla), qualsiasi sia la forma decisa da usare per comunicarla. L’Amore per me è il risultato di un atto creativo grande, una sorgente riconoscibile dagli altri universalmente, che sia reale o surreale, astratta o meno, viene riconosciuto, perché in fondo ci appartiene... possiamo riconoscere un cuore/anima delle cose, solo se arriva da una “verità” integra, non da un azione/forma egoica. Anche la forma astratta ha verità. Abbiamo la possibilità di attingere da tutto, abbiamo una grande memoria e abbiamo il presente qui e ora che è il campo di “battaglia”. Ma senza passare da una nostra verità, non esiste nulla. Qualsiasi forma ha una sorgente, Pina ci ha offerto un campo largo di azione, puoi immaginare Michele la gratitudine infinita. Per fare questo viaggio creativo ci vuole una grande devozione, modestia, un vuoto, un non giudicare ma allenarsi invece ad andare sempre più a fondo anche nelle cose leggerissime e fragili, ridonare con generosità, accogliere e raccogliere da ciò che si è rotto o distrutto, per rinascere, aiutare chi ha appena iniziato il viaggio. Ci vuole un rispetto di chi guida e degli altri oltre a noi stessi pari alla comunicazione con la natura e gli animali... creature sconosciute, i compagni di lavoro sono creature sconosciute, amore incondizionato delle persone, di noi stessi, della vita, è una missione, un viaggio incredibile. I messaggeri delle scritture, chiunque abbia lasciato segni, libri, una missione per comunicare la storia dell’Arte e della storia di ogni genere, i segni sono in tutte le forme, offrono infiniti viaggi da esplorare se restano liberi da condizionamenti. La danza scrive nello spazio. Tutte le volte. Ogni spettacolo di Pina ha una storia, dei vissuti, ricordi viscerali, leggerezze ombre, grida, risate, raccontati da noi attraverso le diverse forme di risposte trovate da ognuno e poi successivemente selezionate e scelte da lei, sondate in infinite posizioni e collegamenti per poi essere finalmente inserite in un tassello giusto con la sua genialità. Un lavoro immenso! Forze spinte da necessità diverse ed età diverse, ho amato soprattutto questo che lei abbia aperto le porte a noi danzatori anche con età diverse, forme diverse, paesi diversi, religioni diverse, colori diversi, una libertà assoluta. Con Pina abbiamo avuto la fortuna di girare il mondo e apprezzare attraverso il suo lavoro e ricerca, la diversità dei paesi che ci hanno ospitato e la loro bellezza.

Nella tua formazione Aida ti sei accostata a diversi stili, da Trudy Kressel a Jorma Uotinen, da Carolyn Carlson a Hervé Diasnas, fino a Malou Airaudo, come hai vissuto l’apprendimento di così differenti linguaggi e qual è stato l’attimo che hai sentito più affine alla tua personalità?
È avvenuto tutte le volte che mi sono resa disponinbile con fiducia a chi stava creando, senza giudicare me stessa e nessuno, ovvero utilizzando il tempo di lavoro come campo di ricerca aperto a tutto, in particolare ad imparare nell’avere consapevolezza, generosità, coscienza del momento, memoria di ciò che non è ancora accaduto, senza ghirigori mentali. Ho sempre amato esplorare mondi diversi, è nella mia natura essere curiosa. Pina è sempre stata più curiosa di tutti noi e questa sua grande qualità era pura sorgente, la bellezza del non sapere mai abbastanza così da spingermi oltre. Ho un ricordo fortissimo e ancora oggi vivo di Trudy Kressel, mi ha insegnato a farmi amica le paure, le insicurezze, le debolezze, soprattutto quelle dell’adolescenza, e a cogliere da loro non solo spunti di sopravvivenza, ma a dare senso al lavoro pratico, al succo delle cose semplificate mediante la ricerca del movimento con disciplina quotidiana. Quindi ovviamente una grande fatica, ma sana, cioè priva di compiacimento. Ho immaginato di avere una tavolozza di colori davanti a me a disposizione, o un pezzo di argilla, un legno da osservare e scolpire o qualcosa di indefinito da scoprire. Ho avuto la fortuna di avere insegnanti che andavano al punto, che sapevano amare incondizionatamente, cogliendo le zone di blocco fisico o mentale, quelli che insegnavano che “non si sbaglia” se si sta cercando, ma ci si deve scrollare di dosso ciò che pesa, non c’è tempo per compiacersi, che è assurdo come quando si beve senza avere sete. Chi mi piaceva di più erano quelli che durante le loro lezioni mettevano in gioco sé stessi. Soprattutto con autoironia. Avevo circa diciotto anni quando ho incontrato Trudy Kressel la prima volta. Possedevo un istinto selvatico, ero molto timida, introversa ma allo stesso tempo curiosa e lei fu per me una grande Maestra, un’illuminazione, la sua totale bellezza era indescrivibile, una grande guida spirituale oltre che della danza moderna. Era nata nel 1918 e non potevo credere di vederla dinanzi a me, una vera pioniera in tutta la sua bellezza e naturalezza, emanava energia vitale ovunque, una donna che ha vissuto anni di grande ed innovativa forza creativa nella danza, e noi comuni studenti mortali la guardavamo con assoluto rispetto, una cosa da togliere il fiato. Se ci penso l’ho seguita poco rispetto ad altri insegnanti ma è stata quella che mi ha segnato di più in modo indelebile. L’importanza del gesto, del peso del senso di un movimento, una donna incredibile, ci donava con le sue lezioni ciò che può insegnare un Sensei giapponese, i temi delle sue ricerche erano pari a quelle di una sacerdotessa della danza antica mistica, la sua tecnica per raggiungere determinati obiettivi di consapevolezza nel gesto, sguardo, mente, spirito, erano paesaggi di immensa bellezza da condividere e toccavano davvero con straordinaria fusione le arti marziali come il Tai Chi o Qi Gong. Non c’era tempo di pensare perché eravamo così come eravamo, consapevoli solo di essere lì. Nelle sue lezioni c’era tutto ma con la consapevolezza di una vita fatta di esperienza vissuta in un momento storico che accoglieva le arti, e questo lo trasmetteva bene. Anni dopo molte affinità le ho ritrovate con Jean Cebron, in modo diverso ma con la stessa sensibilità di base, quella curiosità quasi infantile quindi pura e incontaminata, legata ad una ferrea tecnica. Un connubio di una magia visionaria. Così come in tutti i maestri che ho amato, Alfredo Corvino, e sua figlia Ernesta, Hans Züllig (citazione: “Insegnamo danza motivata, sincera e non decorata”) Malou Airaudo, Carolyn Carlson, aggiungendo gli incontri attraverso Pina che hanno segnato ancor di più la mia vita con Kazuo Ohno e suo figlio Yoshito, un’ispirazione immensa. Christine Kono che nelle sue lezioni cercava il dettaglio del movimento, del respiro, un piacere comprendere la sua ricerca infinita. Malou è un’altra creatura che amo molto, è la forza della natura, una grandissima insegnante ed interprete di Pina, una ispirazione per tutti quelli che l’hanno avuta come docente, coreografa e che hanno visto come ha danzato le creazioni di Pina. La sua poesia e forza, l’empatia, il coinvolgimento totale pieno quando segue qualcuno nel risveglio e necessita di raggiungere un obiettivo. Vederla danzare specialmente in “Café Müller” o nel ruolo di Iphigenie, dove diventava davvero Iphigenie, o nella “Sagra della primavera” ha avuto un impatto emozionale fortissimo. Interpretare il suo ruolo in “Café Müller” per diciassette anni mi riempie ancora di gratitudine: è stato per me uno dei doni più intensi e indimenticabili della mia vita. Lavorare con lei è stato davvero un onore. Malou si fa conoscere a tutto tondo. Che ricordi meravigliosi danzare “Café Müller” e poi subito la “Sagra della primavera” morte e rinascita tutte le volte. Carolyn è una creatura lunare, anche lei spettacolare nelle sue visioni e poesia, lavorare con lei è stato bellissimo, la porto nel cuore. L’altro lato della medaglia di Pina, vederla danzare è un’esperienza che mi ha lasciato un segno, legato ai viaggi nell’inconscio, così visionaria e unica nel suo genere. Non posso dimenticare i suoi “Undici Onde”, “Underwood”, “L’orso e la Luna”, spettacoli che vidi dal pubblico, ammirando gli interpreti (incluso lei stessa nelle coreografie) e sono da ricordare: Larrio Ekson, Michele Abbondanza, Malou Airaudo, Francesca Bertolli, Luisa Casiraghi, Roberto Castello, Roberto Cocconi, Raffaella Giordano, Agnes Dravet, James Lepore, Caterina Sagna, Giorgio Rossi, Elena Mainoni, Jorma Uotinen tutti loro hanno continuato la propria ricerca ed esperienza. Percorsi diversi e profondi, mi sta a cuore Luisa Casiraghi che ha dedicato una vita intera per esempio ad una sua ricerca personale, differente da ciò che viene considerata danza, ma che per me invece è pura danza: una visione del movimento sottile, come coreografa, formatrice, un’influenza dinamica corporea e in più è fotografa, è arciere, da anni conduce una ricerca scrupolosa a discipline dove accoglie in pieno proprio i legami spirituali del gesto e del movimento, come profondo credo della scrittura della danza in un momento storico dove lei ha percepito l’importanza del gesto/anima. Incontrando Herve ebbi da lui l’illuminazione di avvicinarmi al Tai Chi, Aikido e poi al Qi Gong, arti che tutt’ora non si slacciano dal mio percorso nella danza, direi che una vita non basta.


Hai avuto la fortuna di accostarti anche alla preparazione data da altri nomi iconici, come Urs Dietrich, Rainer Behr, Raffaella Giordano, Mark Sieczkarek, per citarne alcuni. Qual è stato il loro approccio all’arte, anche per farlo conoscere ai giovani d’oggi?
Sì una vera fortuna caro Michele, sono creature meravigliose, ognuno di loro con diverse qualità, in ordine, ognuno di loro è stato un viaggio: Urs Dietrich, l’ho incontrato nel periodo di lavoro nella compagnia FTS, ho partecipato alla creazione della sua coreografia, è stato molto interessante perché ho percepito un coreogafo particolarmente sensibile e attento a dare forma alle sue visioni fino a dettagli microscopici. L’ho apprezzato in questo perché allo stesso tempo le sue visioni erano dettagli messi sotto una lente di ingrandimento. All’inizio del 1990 ho partecipato alla creazione dello spettacolo “Sanguis”, è stata una notevole esperienza, che ha segnato l’ultima tournée con la compagnia FTS presentando la sua coreografia nel 1991 a Sofia, Praga, Bratislava, Bucarest, Varsavia. Subito dopo alla fine dello stesso anno Pina mi ha presa nella compagnia, partecipando come sostituta di una danzatrice durante una loro tourne a Madrid nello spettacolo che noi chiamiamo “Tanzabend II”, imparato in due giorni per necessità, e poi iniziando ufficialmente a lavorare a Wuppertal. Con Rainer l’esperienza di lavoro insieme è accaduta per caso nel periodo del FTS in sostituzione di una danzatrice che all’ultimo momento non poteva fare la sua coreografia, e lui mi ha chiesto di aiutarlo, già all’epoca Rainer mostrava il suo particolare talento di coreografo e danzatore. Con Raffaella Giordano esiste una bella storia, perché ho lavorato con lei sia in Italia, sia poi quando Pina la invitò nel mio periodo nell’FTS, come coreografa, quindi all’epoca è stato come continuare un percorso precedente. Raffaella ha delle qualità uniche nella qualità dei suoi movimenti. Mark Sieczkarek che adoro è un visionario, anche lui ha lavorato come danzatore con Pina, e dopo aver lasciato la compagnia ha intrapreso la sua ricerca come coreografo ideando inoltre le sue scenografie... è un artista eclettico e partecipare e creare con lui alle sue coreografie mi è piaciuto molto. Per me avvicinarsi alla scoperta del lavoro di artisti e talenti che ci colpiscono il cuore è fondamentale per una crescita personale, è la strada giusta per arricchirsi di conseguenza, qualsiasi sia la loro radice perché incontrando si cresce.


Importanti nomi, a volte poco conosciuti al grande pubblico e agli allievi dei nostri tempi. Per tua esperienza come ti senti di dipingere gli insegnamenti ricevuti?
Come accennavo prima sono stati tutti insegnamenti molto significativi perché continuano a vivere e arrivano da insegnanti, artisti e colleghi, registi, coreografi, pittori, scultori musicisti, fotografi, fotoreporter, giornalisti, critici, antropologi, astrofisici, ricercatori che ho incontrato e incontro nella mia vita, persone immense che sanno condividere la loro esperienza, che sanno mettersi in gioco, che vivono ciò che fanno come una missione. Molte ispirazioni a me care giungono soprattutto da persone che con l’arte non hanno nulla a che fare, ma che per me sono artisti di vita, portatori di messaggi umani di grandissimo valore nella loro semplicità di essere. Pina diceva quale consiglio ai giovani “State con gli amici veri e incontrate amici”.

Da giovanissima, avevi un mito della danza a cui ti sei ispirata, anche solo idealmente?
Sì! Miti solo idealmente: Isadora Duncan, Anna Pavlova, Marie Louise Fuller, Cyd Charisse, mi faceva sognare e non solo miti della danza: Silvana Mangano “El negro Zumbon”, Anna Magnani “La traversata”, e tutti i suoi film, Totò, Eduardo de Filippo, Giulietta Masina, Federico Fellini, Jacques Tati, per me era danza anche la loro magia. E ovviamente Pina.

Quando si parla di danza nel Novecento uno tra i primi nomi che risaltano è quello di Pina Bausch. Cosa ricordi in particolare del vostro primo incontro?
I suoi occhi, i suoi bellissimi occhi... mi commuovo ogni volta che la penso, mi manca immensamente. La ricordo come fosse ora, avevo raggiunto Wuppertal per fare l’audizione in treno da Treviso con il mio carissimo amico Mimmo Santonicola, uno zainetto e via, non avevamo neanche mandato la richiesta di partecipazione e ci fecero passare ugualmente perché arrivammo la stessa mattina dopo aver viaggiato tutta la notte. Fu una vera fortuna! Era la mia prima audizione e solo essere lì mi riempiva di gioia. Ci saranno state quattrocento persone. All’epoca non parlavo né inglese né tantomeno tedesco. Capivo a malapena a gesti ciò che stava accadendo. Ricordo che Pina mi indicò diverse volte dopo le selezioni che avvenivano via via per farmi capire di continuare, ma io credevo fosse finita lì e mi allontanavo tipo fantasma a ripescare lo zaino per andare verso la porta d’uscita, e lei tutte le volte mi faceva ripescare dai suoi danzatori che mi comunicavano che lei voleva che continuassi. Non potevo crederci, pensavo ad un errore ma a tradurmi c’era Antonio Carallo un danzatore di Pina meraviglioso tutt’ora caro amico. Pina indicava ai suoi danzatori presenti di correggere chi lei indicava. Durante lo studio di una parte della “Sagra della Primavera” venne da me e mi chiese di rifare la sequenza appena appresa e capii dalle sue epressioni e dal modo di incitarmi che era contenta di come cercavo di mettere in pratica ciò che percepivo dalle sue correzioni. Capii che volevo andare oltre la stanchezza, donandomi con tutta me stessa. Volevo andare oltre ciò che immaginavo di poter fare o meno. Questo combattere per una liberazione mi accompagna sempre, qualsiasi sia il mio stato presente senza giudizio. Credo che questa intesa era ciò che voleva sentire e ne ebbi conferma durante tutti gli anni passati insieme a lei e ai miei colleghi. La sua empatia immensa per noi danzatori è stato l’Amore che ci ha dedicato tutti i santi giorni della sua vita. Pina non ha mai messo i numeri a nessun partecipante alle audizioni né all’epoca né mai, e questa cosa mi aveva colpito molto, e quando selezionava man mano, aveva sempre una parola di incoraggiamento per chi lasciava la sala. Questa era Pina! Dopo aver superato tutti i passaggi delle selezioni, dopo ore e ore di audizione, arrivò verso di me e mi guardò a lungo negli occhi, uno sguardo durato un’eternità in silenzio sorridendomi, mi sono sentita come sospesa in aria per un lunghissimo tempo indefinito, immersa tra il cielo e il mare dei suoi occhi profondissimi, potevo nuotarci dentro, con una timidezza disarmante. Mai mi sarei immaginata prima di poter ricevere da lei quello sguardo. Ad un certo punto chiamò Antonio per aiutarla nella traduzione e mi parlò in tedesco a lungo con lui presente. Dai suoi occhi liquidi ed eterni venni quindi letteralmente rapita anche dal suono della sua voce, già non capivo nulla prima, ero come ubriaca ascoltando la sua voce in aggiunta e ci fu un’ennesima magia vorticosa, avevo il corpo senza peso, ero credo su un altro pianeta ma cosciente. Pina mi parlò a lungo di cose incomprensibili e sono certa di aver avuto l’espressione più assurda della mia vita, mi fa ancora ridere a crepapelle solo immagnarla. Chiese ad Antonio di tradurre ciò che mi aveva appena lungamente detto e lui disse: “Vuole che resti, le piaci molto e nell’attesa di un contratto ti invita come ospite alla scuola”. E io: “E poi? tutte le altre parole? ma... sei sicuro? Io?... no... no... sei stanco non hai forse capito...”. Iniziò all’epoca con Antonio una bellissima amicizia che dura tutt’oggi. Pina mi telefonò per iniziare a lavorare in compagnia a Wuppertal come ho accennato, dopo il periodo con la compagnia FTS ad Essen Werden. Fu un periodo intenso di incontri con Pina nel quale ci vedevamo spessissimo soprattutto a casa sua, potrei raccontare chilometri di ricordi. Anche lì le chiesi personalmente mille volte se avessi capito bene, lei rise molto ogni volta dopo le mie domande in tedesco e inglese, lingue che nel frattempo avevo imparato comunicando direttamente con le persone e attraverso i video VHS dei film che più amavo tradotti. Mi recavo in panificio e in tedesco potevo chiedere panini con i testi “rubati” a Giulietta Masina e alla Magnani, “Nella città l’inferno”: “magni e bevi e nun paghi le tasse... un panino per favore”. Tradotto con l’aggiunta del numero dei panini: “Essen un trinken und keine Steuern zahlen, eine brotchen bitte”. Non commento le risposte, ma a me interessava imparare il tedesco e altre lingue senza andare a scuola perché non avevo tempo, e in questo caso professionalmente aggiungevo al testo originale il panino richiesto. Un divertimento sacrosanto. Con Pina si rideva molto insieme. Provo ancora adesso per lei un grande Amore e una gratitudine immensa, e quel primo incontro ravvicinato lo custodisco nel cuore.

Dalle esperienze maturate precedentemente com’è stato l’impatto con il mondo della Bausch e su cosa si basava principalmente il suo stile, ancora oggi fonte inesauribile di ispirazione?
In tutto il periodo con Pina è stato come tuffarmi in un sogno e accorgermi che era reale tutti i giorni, ho sentito immediatamente la responsabilità di accogliere questo dono da lei offerto con tutto l’amore e dedizione e gioia, ho sentito di entrare subito in una sorta di famiglia, e che avevo la possibilità meravigliosa di condividere tutto con persone straordinarie, che ammiravo molto, mi sono sentita bene dal primo istante. Con la compagnia ho imparato man mano come si affronta e impara il repertorio, l’aiuto di Pina e dei suoi danzatori era fondamentale. Pina ci guidava nell’apprendimento di come raccogliere e fornire le informazioni, lo stesso per chi arrivava dopo nella compagnia, c’era sempre una rotazione nell’aiutare e consigliare, i dettagli erano trasmessi lavorando intensamente insieme, ogni spettacolo con i suoi colori e mondi, pezzo dopo pezzo osservando specialmente i colleghi che da anni erano già lì, osservandoli durante le prove e condividendoli con loro, vederli danzare, ripetere ogni scoperta come fosse la prima volta ogni volta, sia in prova che in scena, lavorare dalla mattina alla sera, cercare, sudare, e stare ore e ore sempre al loro fianco. Una cosa importantissima era che Pina scriveva tutto, annotava qualsiasi dettaglio sia del lavoro di repertorio, quando dico qualsiasi intendo davvero tutto e la sua memoria era immensa, incluso il tempo di un gesto di una mano passata attraverso i capelli da destra verso sinistra, con un particolare sentimento, situazioni che magari noi danzatrici facendole non avevamo registrato con la stassa attenzione durante un’improvvisazione, incluso nomi dei cast a seconda dei periodi, e le posizioni di ognuno sul palcoscenico sia per le vecchie che nuove produzioni, lo faceva a mano non al computer, e non solo ricordava dettagli a noi umani impossibili, ma aveva una memoria eccezionale di come era stato fatta precedentemente una scena improvvisata anche mesi prima e come poteva evolversi. A parte l’onore di ricevere consigli da chi era in compagnia da anni, il periodo con Pina è stato un insegnamento grandissimo a tutto tondo no stop, osservando e imparando anche da loro, con umiltà, rispetto e dedizione, sempre sotto l’occhio vigile e generoso di Pina. Lei era molto esigente ma sapeva come farlo. C’era la possibilità di raccogliere vario materiale da diari, appunti di scena, vecchi video in bianco e nero a volte così bui che scoprire dove si trovasse una sola sedia in scena o capire un testo o un gesto era un’impresa da mission impossible. Ci sono video di un’epoca in bianco e nero che ci hanno fatto letteralmente dannare nel recupero di interi spettacoli, perché chi li aveva girati non aveva avuto l’accortezza di un’inquadratura precisa, non abbiamo mai saputo i motivi e non sono quindi mancati i commenti personali ironici su questo, nella disperazione di cercare chiarezza abbiamo riso tanto, al punto che alla domanda: “Chi è la persona che sta correndo da destra verso sinistra con la sedia? è una sedia o una persona?”, non trovando mai risposta in questi casi abbiamo incominciato a dare un nome unico legato all’ignoto. Collezionare fotografie, testimonianze dirette di danzatori precedenti era ORO, e ovviamente Pina, era sempre presente e amava molto mostrarci e condividere con orgoglio e riconoscenza gli appunti dei danzatori passati che avevano lasciato a disposizione un segno scrivendo ognuno un proprio diario-regia, abbiamo sempre imparato a scrivere in modo libero come un diario di lavoro. La sua presenza leader, sensibile attenta capace di dare mille indicazioni precise è stata fondamentale, lei seguiva e guidava tutti nel percorso di ogni pezzo, capiva a chi dare i ruoli dei suoi vecchi spettacoli. Lavorare con lei era un’avventura quotidiana. Ogni tanto dalla porta del “Lichtburg” tradotto “Castello di Luce”, il nostro ex cinema sala-prove, spuntava una sagoma di un danzatore o danzatrice passati lì per caso a salutarci... danzatori che noi avevamo magari visto solo nei video, superata la timidezza iniziale nel conoscerli finalmente di persona, la porta si chiudeva alle loro spalle e volutamente rapiti non uscivano da lì senza essere invasi da domande, richieste, urla di gioia e mille abbracci emozionati e riconoscenti. Chi passava di lì a salutarci lo sapeva che sarebbe durato ore... giorni! Infatti molti ci portavano a far vedere i bambini appena nati per riposarsi un po’, quindi puoi immagnare l’atmosfera, dove per Pina anche i bambini erano fonte inesauribile di ispirazione e i bambini nati in compagna lo sanno essendo rimasti con noi tutto il tempo della loro prima infanzia. Si lavorava sodo con lei, non le sfuggiva nulla, quindi ci coinvolgeva con una disciplina viva. Ognuno donava di sé stesso ciò che era. Per me osservare una danzatrice come Beatrice Libonati, era sconvolgente, una luce quotidiana, perché ha fatto sempre le prove con intensità uniche ed una immensa disciplina, poesia e grande generosità: ORO colato, con Jan Mnarik ugualmente, grande ispirazione per Pina perché dava nelle ultime nuove produzioni un tocco in più. Che dire di Dominique Merci che ha danzato una vita con un aumento nel tempo di qualità e vigore come nessuno... un alieno senza tempo, la sua poesia e la sua autoironia. La generazione di danzatori che ho incrociato arrivando era immensa. Negli anni ho potuto osservare: Malou Airaudo, Finola Cronin, Dominique Merci con il quale poi ho danzato “Café Müller” per molti anni, Mechtild Grossman, AnnaMarie Benati, Beneticte Billiet, Nazareth Panadero, Jo Ann Endicott, Hans Pop, Antonio Carallo, Mariko Aoyama, Kyomi Ichida, Janusz Subicz, Julie Shanahan, Barbara Kaufmann, Urs Kaufmann, Julie Stanzak, Ed Kortland, Jean Sasportes, Lutz Foster, Thomas Duchatelet, Mark Alan Wilson, Helena Pikon, Jacob Anderson, Silvia Kesselhaim, Dominique Duszynsky, Francis Viet, Melanie Lien, Mark Sieczkarek, Monika Sagon. Era incredibile, quando sono arrivata in compagnia molti di loro si stavano allontanando per fare un altro percorso, ma erano sempre presenti, una lunga lista. Ma non solo, osservare il lavoro immenso dei tecnici o aiuto-costumi, conoscerli parallelamente, capire come funziona tecnicamente uno spettacolo grazie soprattutto a persone meravigliose e rare, incluse le signore addette alle pulizie del palcoscenico che di materiale strano usato in scena da pulire prima e dopo ne hanno visto, loro che dopo aver lavorato ore e ore per noi, restavano nascoste dietro alle quinte per vederci sulla scena. Come posso dimenticarle? Pina ci ha insegnato che nel lavoro, trasmettere ad un altro/a è fondamentale, e che non solo è importante per chi riceve, ma soprattutto per chi dona e come lo fa, perché l’attenzione di donare è diversa da quella che esploriamo in noi mentre siamo concentrati a trovare il succo delle cose ascoltando chi ci guida. Pina adorava tutte le età, oltre alle nostre diversità, ci ha sempre scelti per questo! Pina amava le nostre età e diversità ci amava tutti. Oggi questo mi manca. Per quanto riguarda invece una nuova creazione, inutile dire che entrambi i casi sono stati sempre un intreccio continuo di ricerca quotidiana spesso anche molto faticoso sia dal punto di vista emotivo ma anche fisico, perché facevamo parallelamente spettacoli di repertorio, tournée in tutto il mondo e co-produzioni annualmente per nuove creazioni, che regalo immenso no? Poter girare il mondo, poter affrontare ricerche in Paesi che mai avremmo potuto visitare, osservare, comprendere, immergerci, città e paesi dove sono nati spettacoli nuovi come come a Tokyo, con “Ten Chi”, Istanbul con “Nefes”, Brasile con “Agua”, Lisabona con “Mazurca Fogo”, Hong Kong con “Fensterputzer”, India con “Mambo blues”, la stessa scenografia per “Sweet Mambo”, Vienna con “Trauerspiel”, Cile con “...como el musguito en la piedra ay si, si, si...”, Los Angeles con “Nur du”, Italia con ben tre produzioni “Victor”, “Palermo Palermo” e “O Dido”, Budapest con “Wiesenland”. Conoscendo Pina anche nella vita privata, ho sentito sempre una libertà di potermi esprimere e donare così come ero, perché c’era rispetto e confidenza, anche quando non era semplice farlo perché bisognava andare a fondo, ma se vuoi danzare devi andare a fondo, e lei era lì con noi con molto rispetto, perché i suoi occhi ci hanno costantemente osservati con profondo interesse e mai giudicandoci. Durante la ricerca per una nuova creazione ci faceva moltissime domande alle quali potevamo rispondere come volevamo, da soli o richiedendo anche un aiuto ai colleghi avendo un idea di come cercare una forma alle risposte. Dalle risposte ricevute poi lei selezionava quelle che riteneva più giuste per poi unirle in passaggi successivi dopo numerosissime prove con la sua genialità e poesia. Questo accadeva in un secondo tempo. Un tempo di digestione. Pina non amava dare spiegazioni dettagliate delle sue nuove creazioni né prima né dopo, a chi dall’esterno le chiedesse di farlo, magari in anticipo, non amava spiegare il perché di certe scelte, e se lo faceva non accadeva in modo didascalico, non ha mai scelto un titolo o un’idea prima della fine della creazione, tutto aveva un senso, un collegamento. Ci sono molte sue interviste a dimostrarlo, lei riusciva a cogliere cose che non c’era bisogno di spiegare come a volte le veniva chiesto.

Per molti la sua non era una metodologia ma bensì una visuale sull’esistenza umana, e non solo! Era proprio così?
Il lavoro di Pina era immenso in tutto, era certo una visuale immensa sull’esistenza umana, ma era anche disciplina nella ricerca che si è sempre più evoluta negli anni del suo grande lavoro, è avvenuto perché lei voleva profondamente non solo scoprire come dare forma al suo teatro-danza ma dedicarsi completamente alla missione della sua vita con noi. Pina attraverso le mille domande che ci ha posto negli anni e attraverso le nostre infinite risposte da lei raccolte, ha ascoltato le sue visioni mentre prendevano forma dal suo cuore, c’era un profondo legame con noi e con motivazioni profonde, nulla era a caso, dal caos semmai coglieva il senso delle cose, abbiamo sempre avuto totale fiducia in lei, in ciò che sceglieva, non c’era bisogno di parlare di chiedere perché toglieva delle cose e non altre, la sua dedizione e il tempo che impiegava quotidianamente erano senza fine, curava ogni dettaglio, una ricerca continua per lei più che per tutti noi perché allo stesso tempo ci osservava e asoltava con noi e poi da sola si immergeva nelle sue visioni e percezioni con un’attenzione maniacale al centimetro che solo un genio può avere, è una dote naturale femminile, come dicevo prima una missione. Non solo era sempre presente a tutte le prove, ma veniva a vedere tutti gli spettacoli per annotare mentre si svolgevano cosa non funzionava, errori dimenticanze e durante la “critca” della mattina seguente ci aiutava a migliorare per fare meglio lo spettacolo della sera stessa. Non si può secondo me parlare di “metodo” Pina Bausch, perché lei non c’è più, ma ciò che ha lasciato va oltre un metodo, ha donato personalmente ad ognuno di noi molta forza, ciò che ognuno di noi ha imparato con lei e con i colleghi negli anni è una fedeltà alla memoria di ciò che sempre ci chiedeva di elaborare quotidianamente, un’attenzione costante verso dettagli di una scena per renderla viva come fosse la prima volta. Dopo la sua morte siamo riusciti a mantenere vivo il suo repertorio grazie a questo rispetto di memoria e, amore e dedizione alle cose e grazie alla disciplina che ci ha donato, l’Amore che lei stessa ci ha regalato tutta la sua vita, rispetto e disciplina. Se a noi danzatori di generazioni passate, ci viene tolta la possibilità di trasmettere ciò che siamo oggi, con ciò che abbiamo vissuto con lei, non è possibile intraprendere un passaggio importante, cioè donare ai giovani arrivati in compagnia – danzatori che amiamo moltissimo perché sono splendidi pur non avendo conosciuto Pina – giunti a Wuppertal per un loro richiamo profondo.

La Bausch riusciva a scavare dentro l’intimo più recondito dei danzatori, quella segretezza nascosta ed appartata... è stato difficile lasciarsi andare completamente?
No, mi sono fidata, è umano, spaventarsi, temere un giudizio, non lasciarsi andare per paure, per difese inconsce, ma Pina lo sapeva molto bene avendolo vissuto su sé stessa e per questo con profonda sensibilità e grande esperienza sapeva come aiutare. Solo provando a svuotarmi a sfidare le insicurezze ho imparato che lasciarmi andare ogni volta a tutto ciò che arrivava e guidata da lei era l’unico mezzo verso la comprensione e mi ha sempre fatto sentire bene, ho pianto, ho riso, mi sono persa oppure sono caduta, ho sofferto anche molto in certi momenti scomodi nella vita, ma come tutti, erano momenti sani e non ero sola, era vivere con la leggerazza dell’essere, e so che è negli spazi scomodi o a volte talmente dolorosi da perdere fiato che si scopre la forma, si va a raccogliere nel più profondo una verità semplice che non ha tempo di compiacersi. Sono piccoli tesori che ci aiutano, come nelle poesie, o a coltivare la terra, anche se si è soli mentre accade, non c’è giudizio, c’è un’esigenza viscerale non legata al corpo in senso egoico. Mi tornava sempre il ricordo della mia terra del Sud, dipingere e disegnare mi ha sempre aiutata, fare sculture, mi è piaciuto creare con le mani qualcosa e mi ha insegnato a mantenere un contatto con gli altri dai quali ho ricevuto molto, e leggere la vita di chi non ho conosciuto di persona.


Il lavoro di Pina in sala danza era una sorta di seduta introspettiva, un dialogo volto ad aiutarti a trovare e riavvicinarti alla parte migliore di te, o sbaglio?
Michele, un’emozione immensa e per ognuno diversa, a seconda di come si era creato il legame con lei, c’era una grande sensibilità in lei ad aiutarci in questo percorso. Per me è stato un rapporto come con una madre e un’amica grande con la quale potevo parlare ed esprimere ogni cosa. Una immensa fortuna!


Quanto era esigente Pina?
Moltissimo. Ma sapeva anche dare respiro quando sentiva che ce n’era bisogno.

A distanza di anni cosa porti con te di Pina sotto il profilo emotivo, umano ed introspettivo?
La mia vita senza averla incontrata non sarebbe quella che porto adesso e che sarà. Ringrazio Dio che l’ho incrociata, perché con lei e con le persone conosciute attraverso lei ho potuto scambiare la mia vita inclusa la mia famiglia, i miei affetti, le amicizie restando libera di fare sempre un percorso di crescita personale continuo che è rimasto fedele alla mia natura legato a lei per sempre a guidarmi, sostenermi, credermi, spronarmi, ascoltarmi, raccontarmi, confidarmi, amarmi incondizionatamente e lo stesso per me. Pina era e sarà sempre più che una guida spirituale, era tutto. E lei accoglieva e univa. Ha amato me, la mia famiglia, persino i miei gatti. Ho passato più tempo della mia vita con Pina e la compagnia che con la mia famiglia alla fine. Pina ha amato tutti i suoi danzatori e le nostre vite, sapeva che la nostra scelta era davvero una missione e noi lei di conseguenza, mi manca di Pina tutto tremendamente. Non smetto di piangerla, perché dopo lei sento un vuoto che si colma solo quando danzo. La sedia vuota che ha lasciato in sala prove è vuota, ma noi siamo lì in sala. E lei gironzola ovunque con noi. Ciò che porto dentro al cuore di Pina non me lo toglie nessuno.

Qual è stata la serata, indipendentemente dal titolo, dal luogo, dal pubblico, che ti è rimasta nel cuore degli anni trascorsi al Wuppertal Tanztheater, e perché?
Una sera Pina entrò nel mio camerino mi strinse forte e mi disse: stasera danziamo insieme. Vederla di spalle prima di entrare in scena nel semibuio, trasformarsi, sparire attraverso la porta, e riabbracciarla alla fine di quel viaggio ancora insieme nel silenzio, diverse, cresciute...

Come nasceva un nuovo lavoro di Pina? Come si accostava con Voi alla preparazione di una creazione?
Con la gioia, la curiosità di un mago. Un bambino, un essere alieno. Ma allo stesso tempo semplice, lì seduta a guardarci. La bellezza nata dalle coproduzioni in differenti città nel mondo, era partire insieme, raggiungere un luogo ed incominciare lì le ricerche immediate di ogni tipo per poter raccogliere maggiore materiale possibile. Se posso citare un esempio: in Giappone a Tokyo, eravamo organizzati quotidianamente ad avere la possibilità di vedere moltissimo ovviamente non da turisti, accompagnati da una magistrale guida in grado di farci scorgere cose incredibili, da feste popolari a strutture come fabbriche di bambole artigianali, la Cerimonia del te, dialoghi con Geishe, lezioni di danza dei ventagli, lingua giapponese, trasformazione di acqua marina in acqua potabile, carta, Maestro samurai, tradizioni di ogni genere, visite a santuari shintoisti perduti sulle montagne o a Chichibu dove abbiamo per giorni sostato per il “Chichibu Yomatsuri”, un Festival che si tiene ogni anno all’inizio di dicembre dove abbiamo visto i carri secolari dipinti a mano da ogni villaggio riunirsi, sono ognuno santuari portatili pieni di danzatori e musicisti trainati singolarmente da 160 persone in costume attraverso due lunghissime corde, Daphnis Kokkinos ed io ci siamo immediatamente trascinati per strada dalla curiosità di essere volutamente travolti dalla massa, e ci siamo trovati senza sapere come a far parte dei tiratori di un carro, fino alla piazza principale dalla quale sono partiti poi i fuochi pirotecnici di una bellezza rara. Per farlo abbiamo “disobbedito”, cioè dovevamo restare in gruppo ad osservare da una terrazza, ma non ci siamo riusciti e ci siamo lanciati con una sola occhiata che ha dato il via alla nostra follia, chiedendo solo dopo a Pina, che non aveva avuto il tempo di rispondere perché noi avevamo già le corde in mano giù in strada. Abbiamo capito guardandola affacciata dal balcone che lei era felice della nostra spontanea decisione e si fidava. Ognuno di noi ha avuto la fortuna di poter raccogliere impressioni e scoperte di ogni genere e alla sera quotidianamente quando Pina ci riuniva a lavorare, poneva delle domande precise, noi cercavamo di dare delle risposte, raccolte nel tempo che avevamo a disposizione da quel momento in poi. Successivamente Pina selezionando una parte delle risposte scelte, ci chiedeva di farle rivedere, qui ricordo come ho accennato in precedenza che la sua memoria era ferrea. Voleva vedere le risposte come la prima volta. La parte più interessante del suo “raccogliere” era cominciare ad unire a ricamo le risposte scelte e questo non avveniva in modo superficiale, ore giorni e settimane di prove, in tutte le possibiltà e collegamenti e man mano che dava più forma a ciò che stava creando, noi danzatori potevamo percepire cosa stesse cercando. I collegamenti sono fondamentali nel lavoro di Pina, lo faceva finché non vedeva che ci fosse un’armonia vera tra un punto e l’altro. Era un ricamo che richiedeva un tempo faticoso di ascolto, energia vitale. Pina lavorava initerrotamente per giorni settimane senza sosta. Con una dedizione e Amore enorme. Ecco perché solo lei poteva farlo in quel modo!

Tra tutti i suoi spettacoli nei quali hai danzato, qual è il tuo preferito e perché, tralasciando Café Müller a cui dedichiamo una domanda a sé?
“La Sagra della Primavera”, danzato subito dopo quindici minuti di pausa da “Café Müller”, perché è la forza della vita, un mistero dell’offrirsi tra vita e morte, consapevoli che non si possono dividere, un magnifico incubo. Alla fine di ogni spettacolo danzato per vent’anni ne sono uscita più viva che mai.

Café Müller: la penombra, l’atmosfera struggente, l’ambientazione desolata, l’immagine della porta girevole e delle sedie vuote sono entrate nell’immaginario collettivo come poche altre produzioni mondiali di danza...
Quando Pina mi comunicò che aveva deciso con Malou che voleva che imparassi il suo ruolo rimasi in silenzio a lungo, lei mi disse che sapeva molto bene che ero la persona giusta e che non dovevo temere se ero di statura più piccola, avevo la forza e sensibilità giuste, voleva iniziare le prove subito. Per me è sempre stato un dono che lei avesse sin da subito creduto in me, voleva anche modificare alcuni dettagli della coreografia sulla musica. Lavorare con lei in sala prove fu bellissimo e struggente al tempo stesso. Malou mi aiutò anni dopo e fu molto intenso anche con lei. Malou creò con Pina il suo ruolo. Pina all’inizio non voleva danzare in “Café Müller” ma fu proprio Malou a convincerla data la loro grande e profonda amicizia, e per fortuna ci riuscì! C’è un altro spettacolo dove siamo riusciti a convincere Pina a danzare con noi: “Danzon”. Indimenticabile! Nel 1998 partimmo per portare “Café Müller” in tour a Stoccolma e Malmö. I miei genitori mi avrebbero raggiunta a Malmö per assistere agli spettacoli ma non fu così perché mio padre dopo essere entrato in ospedale a Salisburgo, morì. Ebbi tempo di raggiungerlo partendo da Stoccolma dopo gli ultimi spettacoli, poco prima del suo addio. Inutile dire che fu straziante. Promisi a mio padre che avrei danzato per lui ugualmente e lo chiesi a Pina, lei amava molto i miei genitori e quando da Salzburg le dissi che non c’era stato nulla da fare per lui, lei pianse con me e mi disse “ti aspetto qui”. A Malmö danzai per i miei genitori e non lo dimenticherò, mai! Questo momento doloroso noi artisti lo conosciamo bene. In “Café Müller” viene rappresentato ciò che accade nel vorticoso mosaico delle relazioni, questo bisogno d’amore, di essere riconosciuti, protetti, e di perdersi in questa disperazione nella solitudine disarmante di fronte ad ogni tentativo inutile nella ricerca invana di riappropriarsi di un rituale che è legato alla memoria, ai ricordi, ma che poi deve fare i conti con lo scorrere del tempo, e le conseguenti diversità nel provare emozioni diverse, un cercarsi continuo, un respingersi e poi cercarsi di nuovo... e poi la morte, quella vera? quella che temiamo, quella che non è avvenuta ancora... la leggerezza di non sapere e di fidarsi in essa!

Mentre di “Palermo Palermo”, spettacolo dedicato al nostro Paese, che recentemente è tornato visibile grazie ad un documentario voluto dalla Pina Bausch Foundation, realizzato montando le immagini di alcune fra le storiche edizioni, a trent’anni dalla sua genesi?
Amo molto questo spettacolo, ora non lo danzo più da tempo, non ho partecipato alla creazione perché sono arrivata dopo nella compagnia; ma partecipare successivamente mi ha coinvolta profondamente. La straordinaria visione collettiva che Pina ha donato a tutti partendo dal crollo di un muro, casualità o premonizione di quello che avvenne poi a Berlino, o di altri che cadranno, la resistenza di chi sopravvive ai crolli dell’esistenza. Palermo non rappresenta solo Palermo che Pina ha amato molto. Un muro che costruito tutte le sere divide per poi crollare e unire. È uno spettacolo tra i più significativi della storia, del suo lavoro, e che infatti viene ancora rappresentato senza aver perso forza grazie anche agli interpreti originali e a quelli nuovi. Quando penso a questo spettacolo penso alle foto magnifiche di Letizia Battaglia conosciuta in quel periodo e rivista a Venezia durante una sua mostra. Letizia a distanza di anni ha citato Pina, durante la sua conferenza, visibilmente commossa e alla fine abbracciandola ho sentito quanto Pina unisca le persone.

L’arte della Bausch era quell’arte totale capace di superare qualsiasi conflitto tra i generi, cosa ti manca oggi maggiormente di Lei?
Tutto, non si perdeva a spiegare con le parole usava i fatti. Non creava per provocare, creava. Oggi sento spesso parlare di creare partendo dalla provocazione, lei faceva l’opposto, creava per raccontare, un effetto molto più potente e vero, quello che i veri grandi Geni hanno capito e donato sempre, perché partiva da una motivazione profonda.

Il teatro contemporaneo non sarebbe lo stesso se non ci fosse stata lei?
No sarebbe altro, forse più vicino a ciò che gia è oggi a distanza di dodici anni dalla sua scomparsa.

Oggi, nelle vesti di docente, come si articolano le tue lezioni, stage o masterclass?
Onestamente non mi sento ancora una docente, forse ci metterò ancora anni per riconoscerlo, non mi piacciono i titoli mi sento ribelle ai titoli non lo so... so però con chiarezza e determinazione che desidero immensamente donare e condividere la mia esperienza con tutta la spontaneità che mi appartiene, lo sento come un dovere, e una missione, come posso tenere solo per me stessa ciò che ho imparato con Pina e ciò che da sé accade nel desiderio di evolvere attraverso altre esperienze. Pina stessa mi chiedeva di cercare sempre, di non ripetermi e di scoprire. Ho sempre amato scoprire ed esplorare senza fine, senza circoscrivere. Sento adesso più che mai che i giovani sono gli stessi che eravamo, il cuore è lo stesso ma viviamo tutti in un tempo che velocemente e drammaticamente chiude in forme rettangolari quasi tutto. Divide le età. Stabilisce limiti. Quando mi viene offerta la possibilità di tenere un workshop mi piace moltissimo lavorare su improvvisazioni, a seconda del progetto, che sia con danzatori o attori, professionisti o meno anche entrambi in certi casi, o con bambini, adulti senza limite di età, con diversamente abili che per me sono creature sublimi, si accende la mia creatività, e la scambio con loro indicando la strada. Nella mia esperienza so di saper coinvolgere perché diventa parte nella mia stessa esperienza con loro non separata, e man mano evolve insieme, con visioni, linguaggi che possano arricchire convolgendo le persone ad intraprendere un percoso che di solito chiamo “viaggio”. So dare un senso ai lavori proposti e ho sempre un obiettivo di “inizio” e “fine” temporale, è davvero una missione per me, perché di fronte ho persone con i loro vissuti ed esperienze. Riuscire ad offrire un luogo di contatto (Kontakthof) è fondamentale per creare. Mi piace immensamente osservare e guidare persone con diverse esperienze accompagnandole verso la consapevolezza del perché scegliere un gesto nella danza, un movimento, e che senso ha dargli una forma e non un’altra nel momento in cui si decide di raccogliere per comunicare. Quindi di solito offro temi come ci ha insegnato Pina ma li sviluppo a modo mio, e a seconda di chi ho davanti procedo avendo la sensibilità di comprendere le persone. Il mio sogno: costituire una compagnia e fare coreografie. Il sogno grande da sempre della mia vita, anche qui controcorrente perché so molto bene come funzioni entrare nei rettangoli burocratici, e non ho amcora incontrato chi possa credere in me per potermi aiutare, finanziando un sogno simile. Quando vedo la bellezza di molti danzatori, la sensibilità, il loro mondo, ciò che so che ci unisce ad incontrarci, e voler sognare di proporre qualcosa insieme... ma come faccio a smettere di sognare?

Qual è la tua più grande soddisfazione nel ruolo di Maestra?
Riuscire a guidare chi sta lavorando in quel momento, che sia danzatore o attore oltre ai limiti di ciò che credono di poter fare, quando vedo che riescono a faticare bene per liberarsi di un limite e illuminarsi nella gioia non legata all’ego ma a ben altro, ringrazio Pina e sono felice di continuare il percorso insieme.

Quali sono le tue personali esperienze nel campo della coreografia?
Sono quelle che ho raccolto negli anni in un suolo “underground” cioè nate e condivise con persone aperte a darmi questa opportunità con una determinazione forte e precisa, con i quali ho sempre affrontato esperienze profonde, ricevuto fiducia e libertà assoluta, fuori da ogni schema. Per questo ringrazio di cuore il “Centro Danza La Luna” di Ancona, che conosco ormai da anni per il loro legame con Pina e la compagnia di Wuppertal. Da loro ho sempre ricevuto fiducia gioia e coinvolgimento: chiamano da anni moltissimi danzatori di Pina a dare workshop estivi e creare coreografie per i loro danzatori e partecipanti, sono esperienze davvero forti perché quel luogo è forte, guidato dal direttore Cristiano Marcelli e dalla sublime Simona Ficosecco, ogni volta che vado lì sono felice e incontro persone splendide. Il loro Centro ospita numerosi danzatori che ricevono una preparazione professionale di qualità, che li aiuta poi ad aprirsi nel mondo della danza. L’ultima bellissima esperienza nel loro Centro è stata quella di poter condividere con un altro collega del “Wuppertal Tanztheater” Fernando Suels un altro Campus di lavoro questa estate, avevamo a disposizione lo stesso gruppo di danzatori e abbiamo avuto la possibilità di creare ognuno una coregorgafia, ed è stato intenso ed emozionante presentarle presso la Mole di Ancona. Cito anche il “Centro Arte Mente” di Milano guidato dai direttori e coreografi Christian Consalvo e Nicolo Abbattista ai quali sono molto affezionata per l’amore incondizionato che hanno verso Pina. Gli studi e ricerche fatti da loro offrono ai loro studenti la storia del lavoro di Pina, e ha un grande valore, perché parte da un grande rispetto e volontà di aiutare i giovani ad imparare anche la storia della danza. Mi hanno ospitato per poter trasmettere la “Nelken Line” ai loro studenti, aiutandoli a comprendere il valore del gesto, esperienza che mi ha consentito di mettere in pratica anche l’improvvisazione e composizione oltre all’insegnamento della “Nelken Line” permessa dalla “Fondazione Pina”. Poi si è allargata ad un maggior numero di partecipanti ad ottobre 2021 visto che con le restrizioni Covid non si poteva fare prima come previsto, dove finalmente siamo riusciti nell’impresa con la partecipazione della stupenda “Orchestra Banda Fiat” che ha dato un tocco al tutto. Seguono una loro linea fedele nella loro scuola che ospita diversi danzatori accompagnati in differenti discipline. Ogni volta che tengo un workshop lo concludo donando attraverso l’improvvisazione e composizione l’esperienza di una breve coreografia che documenti il percorso fatto insieme. Il mio sogno è quello di fondare una mia compagnia, ma non ho ancora conosciuto nessuno che mi possa produrre... avendo fiducia in me!

A tuo avviso, stando a contatto con i giovani del presente, quali sono i punti di forza e quali invece le mancanze?
Punti di forza: l’esistenza evidente di molti bravissimi danzatori che hanno motivazioni, e le dimostrano solo se a loro vengono date le possibilità e in luoghi di lavoro senza dover fuggire all’estero. Mancanze: aiutare chi ha dovuto chiudere scuole di danza e teatro, dare possibilità di fornire ai giovani l’opportunità di studiare in Italia e lavorare, dando aiuti economici giusti, ascoltando le richieste dei giovani seriamente.

Un pensiero anche per Carolyn Carlson, una grande artista e donna di cultura?
Carolyn Carlson
come ho detto prima è una grande danzatrice e coreografa visionaria degli ultimi tempi che non smette mai di donare i suoi mondi e visioni, non si ferma mai! Si incontrava spesso a Parigi con Pina quando eravamo in tournée e non a caso. È un grandissimo talento completa, unica con le sue poesie i suoi quadri e grafiche, la sua storia nella danza, ammiro moltissimo tutto il suo percorso fedele integro e la amo particolarmente. Le sue coreografie sono sempre state poesie visive, incluso la scelta delle musiche. Carolyn ha amato il periodo di Venezia, ha dato così tanto e da ancora così tanto. Adoro la collaborazione con Bartabas, due creature divine.

In qualità di docente, in differenti ambientazioni, riproponi la Nelken Line, come viene recepita dal pubblico e da chi si appresta ad impararla?
Posso solo dire che mi sono sempre commossa vedendo arrivare da ogni parte del mondo persone che volevano impararla, a Milano più che mai è stato davvero molto sentito, perché dopo il lockdown la gente vuole riprendersi il cuore e le emozioni. Le cose semplici, la verità di ognuno di loro, ognuno con le sue storie, la gente ha voglia di condividere emozioni, ecco perché per strada ho visto occhi commuoversi al suono dell’orchestra, e seguire questa fila che unisce chiunque, Pina lo sapeva. In giappone durante lo spettacolo di “Nelken” gli spettatori, dopo che noi siamo scesi ad abbracciarli come nel copione dello spettacolo, sono rimasti in piedi e con noi hanno copiato come potevano i movimenti della “Nelken Line” perché lo volevano davvero tanto e di cuore, tutti, pazzescamente tutti nel teatro erano in piedi a fare la “Nelken Line” insieme a noi, abbiamo pianto di commozione e gioia perché non ce lo aspettavamo. Tutti. In fondo la gente, noi tutti siamo uguali nel cuore.

Cosa porta con sé di così sempre affascinante questa celebre camminata?
La condivsione di un linguaggio comune dettato dall’amore, dalla semplicità di un gesto che rafforza l’amore collettivo, come una canzone.

Attualmente, dopo due anni vissuti in difficoltà per l’emergenza sanitaria il mondo dello spettacolo e in particolare quello della danza sta riprendendosi i propri spazi, a tuo avviso rifacendosi alla Nelken Line, qual è la differenza da chi è dentro la fila con chi è fuori?
Che chi resta fuori dalla fila non è perché lo vuole ma spesso perché è costretto, spero che tra chi riesce a guidare file e ad illuminare insieme, ci sia qualcuno che ripeschi sempre chi viene spinto fuori, senza dimenticarlo o ignorarlo, perché ogni fila se resta unita ha più forza.

Qual è stato il tuo ultimo incontro con Pina?
La settimana scorsa nel mio sogno, erano anni che non la sognavo, lei dava particolarmente importanza ai sogni, e in questo mi ha detto: “Eccomi, non è passato molto tempo, passeggiamo insieme, fammi vedere i movimenti che hai trovato”.

Hai lavorato anche con un altro nome iconico, Pedro Almodovar. Raccontami di lui e di quest’avventura in “Parla con lei”?
Bellissima esperienza, perché Pedro è amico di Pina e la sua dolcezza e umorismo giganteschi, Pedro lavora nei suoi film con la stessa disciplina che ha Pina in sala prove, amo i suoi film e “Parla con lei” l’ho voluto vedere da sola con i miei gatti persa in un agriturismo in Toscana a piangere come si deve. Pedro venne a trovarci dietro le quinte a Wuppertal dopo la morte di Pina, in silenzio ci siamo abbracciati a lui. Un regista che mi ha sempre rapito il cuore, spero di rincontrarlo presto. Una gioia immensa stargli vicino.

Mentre il lavorare con Wim Wenders cosa ti ha lasciato di più bello?
Percepire e condividere la sua fedeltà verso Pina, e le decisioni prese insieme a lei, la gentilezza e sensibilità, l’empatia di come mi poneva una domanda. Quando abbiamo girato “Café Müller” si preoccupava se eravamo stanchi, eppur dicendo che non lo eravamo, lui era molto attento e sensibile nei nostri riguardi. Abbiamo riso molto durante le riprese sulla Schwebebahn perché dovevo sempre entrare e uscire sulla stessa carrozza nella breve durata del tempo della fermata, altrimenti la perdevo, avevo le lacrime agli occhi perché tutto questo avveniva in mezzo ai pendolari e gente che pretendeva di salire non sapendo che Wim stava girando all’interno, e quindi io correvo con il cuscino in mano cercando spazio nella folla e l’entrata per l’ennesima volta... e lui bloccava la gente, poi tutto ripartiva e anche i ciak come se nulla fosse successo! Mi ha lasciato la voglia anche lui come Pedro di rincontrarlo, presto!

Avendo tu studiato a Venezia all’Accademia di Belle Arti, come si è rivelata l’esperienza di scenografa per un altro titolo iconico della Bausch “Sagra della Primavera” per Daphnis Kokkinos al Teatro Nazionale di Atene?
Quando Daphnis mi chiese di aiutarlo nel suo progetto della “Sagra della Primavera”, gli dissi “Tu sei pazzo!!!” e lui mi disse “quindi accetti!!!”, “Sì!!!”... ma chiesi perché proprio io e mi rispose “Aida ci conosciamo da una vita e so che solo tu con la tua sensibilità e visioni puoi capirmi e tradurre in segno e forma ciò che si abbinerà bene alle mie idee di coreografia, e so che mi starai vicino a rendere possibile la realizzazione completa di uno spazio che sto creando con i danzatori”. Accettai subito. Perché nella nostra amicizia c’è tanta fiducia e anche se avevo paura perché non avevo mai fatto un progetto così grande per un teatro grande e difficile come quello, il solo fatto che mi diede totale fiducia ha reso possibile combattere ogni timore e difficoltà tecnica. Dopo un periodo intenso di lavoro portai di persona i disegni del progetto ad Atene e l’idea venne accettata dal direttore.

In conclusione Aida, la passione per la danza nel tempo cambia o per te è sempre la stessa di quando hai mosso i primi passi
Non solo è la stessa perché non mollo Aida bambina, ma non smetto mai di imparare quindi crescere ed evolvermi attraverso gli altri e l’amore, sogno di poter avere una mia compagnia con danzatori e attori bravissimi con i quali condividere viaggi nuovi.

Michele Olivieri

Ultima modifica il Lunedì, 03 Gennaio 2022 19:36

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