mercoledì, 19 gennaio, 2022
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INTERVISTA a MARINA MASSIRONI - di Francesco Bettin

Marina Massironi. Foto Marina Alessi Marina Massironi. Foto Marina Alessi

E’ attualmente sulle scene italiane con “Il marito invisibile” assieme a Maria Amelia Monti, testo e regia di Edoardo Erba, una commedia che tratta l’invisibilità ma va certo più in profondità e scandaglia i rapporti umani e il loro lento declino, o quanto meno lo spauracchio di ciò. Marina Massironi, attrice prevalentemente brillante ama il teatro e lo pratica da molti anni, sin da quando, giovanissima, fu folgorata come dice lei, in una sala dell’oratorio, da una “Anna dei miracoli”. Da lì, la passione, la scuola di recitazione, i corsi, il cabaret di Hansel e Strudel (con Giacomo Poretti), la prosa, e il cinema, la tv. Di questo abbiam parlato con lei incontrandola al teatro Comunale di Thiene (Vicenza), prima dell’inizio della commedia.

Partiamo dagli inizi, Marina: da quell’”Anna dei miracoli” vista all’oratorio, a Legnano.
Un vero colpo di fulmine per me, praticamente bambina, immedesimata in quel ruolo che già da subito mi ha procurato emozioni fortissime.

La forza del teatro, dunque. Come hai iniziato?
Facendo un provino in una scuola di recitazione. Anche se quando ero bambina ero timida, ho subito capito che il teatro mi poteva dare degli scossoni forti, stimoli nuovi, l’ho sentito subito un alleato. La passione è sempre più cresciuta dopo quell’esperienza all’oratorio, in classe mi facevano leggere le poesie, poi è arrivata la radio, e appunto la scuola di recitazione, appena diplomata al liceo. Già ai microfoni della radio inventavo personaggi, scrivevo testi, li interpretavo. Ho iniziato con il teatro per ragazzi, forse non ero ancora così “matura” ma avevo una gran voglia di imparare.

Cosa racconta “Il marito invisibile”, la commedia che porti in scena in questo periodo?
SI tratta di una storia che riguarda due amiche che videochattano perché non si vedono mai. Una delle due fa all’altra una strana rivelazione, che si è sposata ma con un uomo…invisibile. Da qui scaturiscono situazioni divertenti ma anche riflessioni.

Un testo che parla del nostro tempo, della pandemia?
Non racconta proprio il periodo più drammatico, semmai parla del momento successivo, che poi è questo di oggi. E parla di come ci comportiamo con i nuovi linguaggi, i mezzi tecnici che il presente ci mette a disposizione, dell’attrazione verso l’invisibilità, un rischio di allontanamento dei rapporti naturalmente anche se in chiave brillante. Del resto è il pericolo che si corre vivendo le relazioni in maniera virtuale.

Lo spettacolo è visto anche attraverso un’amicizia tra le due protagoniste?
Sicuramente si’, e si parla anche di solitudine, affetto, ricerca della felicità. La gente si diverte ma ci viene anche a dire che vede anche altri aspetti più profondi, dove poter riflettere.

Il teatro secondo te cos’è veramente? Come lo definiresti?
Un luogo dove la finzione è più reale della vita, dove la finzione è magica. In sintesi è un meraviglioso mondo da vivere.

C’è qualcosa di questo lavoro che ti pesa di più di altro fare?
E’ un mestiere bellissimo, certo pesa stare lontano da casa per diverso tempo, quando capita, pesa la stanchezza del muoversi da un posto all’altro. Compensata però dalla straordinarietà di un lavoro così.

Sulla vocazione cosa pensi? E sul talento? Ci si accorge di averlo, e come caso mai?
Difficile rispondere, io mi sono avvicinata al teatro per passione istintivamente, emotivamente, quella è stata la mia spinta. Anche sul talento difficile dare una risposta. Magari certe volte ci si sente in uno stato di grazia particolare e questa cosa dà forza, non saprei se è talento o predisposizione.

Sei mai stata attratta da qualche attrice del passato, o del presente?
Moltissime volte, ma non solo da attrici, anche da attori. Quando sono molto bravi li si osserva, si cerca di imparare.

Sei conosciuta per i numerosi ruoli brillanti, comici, da “Pane e tulipani” a “Mai dire gol” in tv con Aldo, Giovanni e Giacomo, e molti altri sul palcoscenico. Ma in un dramma di stampo molto classico potremmo vederti prima o poi?
Assolutamente si’, se il progetto ha qualcosa di interessante, un gruppo, una ricerca che meriti, sicuramente. Del resto con il teatro drammatico mi sono già misurata, ad esempio con “La donna che sbatteva nelle porte”, dal romanzo di Robby Doyle, con la regia di Giorgio Gallione. Era il 2011. E’ un teatro che apprezzo anche quello.

Siamo ancora in ballo tutti con la pandemia, come vedi questo periodo prossimo che si avvicina, dal punto di vista professionale?
E’ decisamente troppo presto per capire come andrà, a mio parere ci vorrà un po’ di tempo, non siamo ancora abbastanza distaccati e sereni. Certo, è un periodo molto strano.

Il teatro dovrà modificarsi, usare nuovi linguaggi o come dice qualcuno questo è stato il colpo di grazia?
Ogni spettacolo che va in scena ogni sera è diverso, unico, in questo senso il teatro non morirà mai. Credo che una selezione ci sia anche se non è detto che sia stata la pandemia la causa, magari è uno stato di saturazione che il teatro attraversava già da prima, un senso di stanchezza, un po’ vecchio, di maniera. Penso che qualcosa di innovativo bisogna sempre proporlo, ma non è detto che si deve stravolgere quello che è ed è stato finora.

Evitare magari di rimirarsi troppo allo specchio, piacersi?
Molti spettacoli vengono fatti per la propria vana gloria, questo si’, bisognerebbe pensare di più al pubblico. Adesso siamo in un periodo dove c’è il bisogno vero, sano di parlarsi, di stare assieme, quindi è utile cercare testi o situazioni che ci mettano in relazione coi nostri simili.

E il prossimo futuro cosa ci riserverà secondo te?
Il teatro non può morire, è impossibile. Noi abbiamo fatto tante aperture di stagione, da novembre a oggi, e abbiamo visto che la gente viene a teatro felice, c’è tantissima voglia di ritornare in sala, e noi che il teatro lo facciamo dobbiamo essere attenti a cogliere questo desiderio del pubblico, ne siamo responsabili, è un rapporto-scambio con gli spettatori che dobbiamo portare avanti. E poi vedo delle belle realtà come Thiene, o Bergamo, tanto per far dei nomi, che portano i ragazzi a teatro, i giovani, che creano movimento. Ecco la responsabilità, quella che serve per andare avanti sempre bene.

Francesco Bettin

Ultima modifica il Martedì, 04 Gennaio 2022 09:07

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