giovedì, 19 maggio, 2022
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INTERVISTA a PAOLO PIEROBON - di Francesco Bettin

Paolo Pierobon Paolo Pierobon

In molti si ricordano di lui per il personaggio della serie tv “Squadra Antimafia” Filippo De Silva, o per la sua interpretazione molto efficace di Silvio Berlusconi nelle fiction “1993” e “1994”, ideate da Stefano Accorsi ma Paolo Pierobon è molto altro. Attore formatosi alla Civica Scuola di Teatro “Paolo Grassi” di Milano, ben presto si mette in risalto con interpretazioni importanti, che gli fanno ricevere diversi premi, come quello dell’Associazione Nazionale Critici di Teatro, l’Ubu (2 volte) e l’Hystrio. Molti gli spettacoli che lo hanno visto in scena, sia a teatro che al cinema e in televisione, in vari ruoli diretto da registi come Martone, Bellocchio, Salvatores, Claudio Cupellini, Andrea Segre, Giuseppe Piccioni (al cinema), e a teatro con Giampiero Solari, Elio de Capitani, Giorgio Sangati, e l’importante sodalizio con Luca Ronconi in spettacoli notevoli come “Lehman Trilogy” “Un altro gabbiano”, “Pornografia” e “Il panico” tra gli altri. Molta anche la tv. Ora è in scena con “Eichmann. Dove inizia la notte”, assieme a Ottavia Piccolo, un testo di Stefano Massini forte e di grande impatto. Lo abbiamo incontrato a Vicenza, al teatro Comunale prima dell’inizio dello spettacolo.

Per questo spettacolo, Paolo, il pubblico come risponde? Ed entrare nei panni di Adolf Eichmann comporta qualche brivido?
La percezione è sempre quella di una grande attenzione, e per quanto riguarda Eichmann i brividi che posso provare sono contingenti, abbiamo debuttato il 24 febbraio, il giorno in cui l’esercito russo di Putin è entrato a Kiev, e si è dichiarata la guerra in modo più concreto. SI è visto, involontariamente da noi e dal pubblico una specie di percezione più alterata di quello che si diceva e si faceva. Brividi in quel senso ce ne sono perchè tanti meccanismi sono analoghi o simili. Io e Ottavia Piccolo non interpretiamo Eichmann e la Arendt, ma delle attitudini, delle visioni, delle vite come ce ne potevano essere tante, come per tanti giovani che entravano nelle SS spesso per avere uno stipendio fisso e ignorando, come Eichmann, tutta la teoria che ci stava dietro, il Mein Kampf, con le relative conseguenze catastrofiche dovute anche a questa loro superficialità, questa vanità. Più che il credo nazional-socialista che attirarono Eichmann furono alcuni segni esteriori.

Un grande lavoro per un attore, questo testo.
Il mio tentativo, confortato anche da qualche commento di chi ha visto lo spettacolo, è non rendere un personaggio un male astratto, avulso, ma come una partenza. L’ottusità, il carrierismo, l’arrivismo di Eichmann mi piace avvicinarli, qualcuno in platea potrebbe riconoscersi persino, tante cose possono partire in un certo modo, poi è questione di scelte, come dice la Arendt. Sacrificare gli affetti e tanta altra parte della vita per arrivare chissà dove ci riguarda un po’ tutti.

Vediamo anche la storia ripetersi, e non è certo una frase fatta.
Ciclicamente sembra sia tutto riconducibile alla natura umana, l’istinto di sopraffazione è più naturale che il freno alla stessa. Per dirla con Shakespeare, l’uomo nasce bestia, non nasce nè educato né buono. Quello che sta accadendo non mi stupisce se non nel fatto che siamo nel 2022 e dovremmo avere le menti un po’ più elaborate e allenate a scongiurare tutto questo perché comunque quello che sta succedendo in Ucraina è già troppo. Non si è imparateo niente dalla storia, si è sempre con in testa il profitto, il denaro perché anche la guerra alla fine è sempre una questione di soldi, e di territorio.

Ma come ha potuto Eichmann convivere fino alla morte con queste cose dentro sé?
Credo che a un certo punto uno si renda conto di cosa ha combinato ma poi se ne freghi, abbiamo casi di nazisti molto longevi tra l’altro. Come si fa a vivere novant’anni, cento, con tutte queste cose che si son fatte? Certo, le si possono giustificare continuamente ribaltando la frittata come fa in tutto lo spettacolo il mio personaggio, puoi darti una ragione, ma non è possibile scordarsi che la sorte delle persone nei treni portate a morire è stata decisa da te. E’ difficile poi sapere anche i meccanismi di rimozione in ognuno. Dire sempre “ho solo eseguito gli ordini” vuol dire veramente aver cancellato qualsiasi tipo di sensibilità e umanità. SI può anche disertare, non c’è sempre e solo l’eroismo, il martirio. C’è la fuga piuttosto che partecipare a un massacro simile. Resta il fatto che non è nuova la cosa dei massacri, per niente.

E per fare arrivare ai più giovani la storia e le sue tragedie, cosa si può fare?
Sono sempre convinto che sia una questione soggettiva, più bravo è l’insegnante, gli educatori e più bravi sono anche i teatranti. Non bisogna preoccuparsi del proprio narcisismo ma del comunicare i segni e i pesi giusti, che arrivino, in modo da riuscire a tener fermo sulla poltrona il giovane e farsi ascoltare, e penso sia il minimo del dovere che abbiamo tutti. Poi dev’esserci anche un’apertura da parte sua ma questa cosa gli dev’essere insegnata, se la sua soglia di attenzione è di quindici secondi è difficile.

Un tuo pensiero sulla riapertura nella quale ormai siamo rientrati?
Dopo due anni terrificanti la gente ha voglia di confrontarsi, si è stancata dello streaming e del virtuale, e credo ci sia un bisogno naturale di avere davanti gente in carne e ossa che recita, uno scambio. Le sale cinematografiche invece hanno risentito molto della pandemia, certi esercenti stanno proprio fallendo, è terribile ciò. C’era un po’ di crisi anche prima, ma questo Covid è stata la mazzata finale, insieme all’esplosione dello streaming che andrebbe secondo me un attimo calmierata, con delle regole.

Veniamo ai grandi del teatro. Dopo loro, i vari Visconti, Strehler, Lavia, Ronconi, ci sono degli eredi a questi livelli?
E’ un periodo di transizione che può essere sia deleterio che molto proficuo. La grande regia del Novecento è finita, la tradizione italiana è capocomicale, il teatro di regia è stato storia del teatro italiano, indubbiamente. Cosa ci aspetta adesso? Non lo so. Anche se ci sono dei registi di grande livello della nuova generazione non possono ricoprire quel ruolo, non c’è più quel teatro, per cui bisogna inventarsi nuove formule. Prendiamo i cosiddetti “teatristi”, il teatro sudamericano, argentino dei vari Spregerbuld, hanno cominciato a farsi un teatro da zero, perchè in emergenza possono nascere tanti nuovi stimoli. Il teatro quando rinasce lo fa prima di tutto in modalità di scrittura. Quel teatro argentino nasceva nelle case. Con Ronconi facemmo due spettacoli, “Il panico “ e “La modestia”, e capivamo che erano strutturati per essere recitati negli appartamenti, perché mancavano i teatri. Questo tipo di reazione alla difficoltà è un esempio, e potrebbe essere fra un po’ anche da noi. Il teatro è un unicum comunque, una cosa viva e irripetibile, ed è la madre di tutti questi figli bastardi, le serie, gli streaming, che vanno in giro e fanno anche più soldi della madre (ride).

Il calo anagrafico nelle sale invece come si combatte? Sappiamo che molti teatri vivono degli storici spettatori…
Dipende da cosa si fa per rendere un po’ carismatica l’offerta. Ci sono sale che hanno il pubblico quasi tutto giovane, altre che con gli abbonamenti inevitabilmente hanno quello più anziano. Bisogna rinnovare l’offerta, renderla un po’ più appetibile. Dipende anche da come si fa sapere che c’è uno spettacolo, una volta c’erano i manifesti, adesso coi social la rete fa tutto in pochissimo tempo. I social paradossalmente sono lo strumento che potrebbe comunicare meglio il fatto che tu esisti e che c’è uno spettacolo teatrale quel giorno, in quella città. Ma poi il telefonino dovrebbe essere consegnato quando inizia lo spettacolo, lasciarlo solo al medico.

Un attore come riesce a essere se stesso e tutti i suoi personaggi? Come convivono le cose?
Devono farlo sennò quando fai un personaggio che è molto diverso da te fai una cosa che non ti appartiene, però è proprio questo uno dei lavori più belli e impervi, espandere il più possibile e relativizzare l’Io. Ci son tanti modi di farlo, la mono maschera con tante sfumature, l’attore con tante maschere, o quello che utilizza entrambi i sistemi a seconda del testo, del lavoro.

Ogni personaggio è una nuova crescita per se stessi?
Lo è ma può essere anche una regressione, magari ti accorgi che certe cose che pensavi di non avere, magari brutte, te le ritrovi. Altre volte invece è molto avvincente, esaltante perché scopri che puoi aver dei campi di libertà che credevi di non avere.

L’attore e il suo ruolo in questa società civile che posto occupa?
Credo sia un po’ svilito, soprattutto quello dell’attore teatrale. Ormai c’è tutto un amalgama di persone senza formazione, si cerca di essere prima famosi che bravi e questa cosa è amplificatissima proprio dai social, soprattutto nel sistema italiano che ha uno star system proprio assurdo. Oggi la vera star, lo sappiamo, è l’influencer. Il teatro è un po’ di nicchia anche se non mi piace l’idea, vorrei che tornasse a essere più popolare, se lo è mai stato. La difficoltà c’è, è grande, e proprio Luca Ronconi diceva sempre che il teatro è di chi rimane, di chi resiste. Ed è vero, tante volte ti chiedi chi te lo fa fare a continuare così. Oggi poi l’attore teatrale non lavora più dieci mesi all’anno, se gli va bene ne lavora tre, quattro, le lunghe tournèe non ci sono più.

E da questo tuo spettacolo, “Eichmann”, cosa ti aspetti?
Mi accontento dell’attenzione del pubblico dal primo secondo all’ultimo, che in questo periodo storico è già tantissimo. Nulla di più ma neanche nulla di meno. Tenere adesso l’attenzione degli spettatori diversa da quella a cui sono abituati, che è tutta frammentaria, omologata, è già un miracolo.

Francesco Bettin

Ultima modifica il Domenica, 27 Marzo 2022 17:15

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