mercoledì, 29 giugno, 2022
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INTERVISTA a CARMEN DI MARZO - di Francesco Bettin

Carmen Di Marzo. Foto Giacomo Spaconi Carmen Di Marzo. Foto Giacomo Spaconi

Carmen Di Marzo è un’ attrice molto attiva sulla scena contemporanea, che ha iniziato con la danza, a Napoli, sua città d’origine, ma che ben presto si è scontrata con il teatro facendo crescere una passione innata che è diventato subito vero amore. Una passione enorme, testimoniata anche da come ci racconta di sé e di questo mestiere affascinante, esaltante. Tanti lavori a teatro, ma anche cinema e televisione, quando è possibile. Un’attrice costantemente e naturalmente verace che sa convincere pubblico e critica attraverso le sue interpretazioni. Un’interprete a tutto tondo, pronta a ogni sfida, che l’ha vista collaborare con, tra gli altri, Enrico Maria Lamanna, Nello Mascia, Pino Caruso, Gianfranco Jannuzzo. In tv si è vista anche ne “I bastardi di Pizzofalcone 3”.

Come vedi la situazione nelle sale oggi? Il teatro è ritornato a vivere o qualcosa è cambiato?
Il teatro per fortuna è tornato a vivere, grazie anche al pubblico che ha voglia di riscoprire lo spettacolo dal vivo, dopo tanto streaming e tante privazioni. Sicuramente la pandemia ha saccheggiato molto il settore, ma ha fortificato in tanti l'idea di prendere in mano il proprio destino creativo e di non affidarsi unicamente alla concezione di scritturato


La pandemia come ha cambiato il modo di pensare dei giovani artisti? Come hai reagito tu?

Io personalmente mi sono resa ancora più conto di quanto sia fondamentale, in un momento storico del genere, creare sinergie, collaborazioni e portare avanti uno spirito di squadra fruttuoso. Investire sui propri progetti, rischiare sulle cose in cui credi con persone che guardano nella tua stessa direzione rafforza il senso del teatro e della creazione. 


Nelle tue scelte prediligi la drammaturgia contemporanea, è la voglia di raccontare il mondo in cui vivi? 
Il mio percorso è stato molto ricco. Sono partita dai grandi classici per poi approdare alla drammaturgia contemporanea, anche un pò scomoda. Sicuramente mi interessa approfondire tematiche sociali legate al mio tempo, sperimentare cose che mi mettano profondamente in gioco come attrice e come donna, ma bisogna sempre partire dai grandi autori del Teatro per poter creare qualcosa d'avanguardia. L'importante è non restare nella propria zona di comfort ed esplorare. Come diceva Eduardo: "Nessuno mette il punto." E con questa frase incoraggiava i giovani a scrivere, a raccontare il proprio tempo.
 

Come hai passato il periodo più difficile della pandemia, quello più rigoroso che impediva ai teatri di rimanere aperti? 
Ho letto moltissimo e visto tanto cinema in streaming. Il teatro mi è mancato molto, anche proprio da spettatrice perché l'esperienza dello spettacolo dal vivo non ha eguali. 


Cosa ci portiamo dietro di quel brutto periodo? Un'attrice come ha potuto sopravvivere a quel grande disagio?
La pandemia è stata un'esperienza fortissima che ci ha privati della cosa più importante, cioè la condivisione ed è sicuramente destabilizzante. Ma personalmente ho un rapporto sano e spesso appassionato con la solitudine, per cui ho sfruttato l'isolamento per lavorare con le idee e sviluppare la mia creatività. 


Ci parli di Rosy D'Altavilla scritto e diretto da Paolo Vanacore, che riporterai in scena l'8 luglio ai Giardini della Filarmonica a Roma? 
E' uno spettacolo meraviglioso che gira dal 2016. Abbiamo girato l'Italia con questo lavoro e ne sono molto orgogliosa. Rappresenta la prima grande collaborazione con Paolo Vanacore e con il Maestro Alessandro Panatteri. E' stato il sorgere della nostra famiglia artistica e della nostra grande amicizia. E' uno spettacolo che riporta alla luce le atmosfere fumose del Cafè Chantant, in particolare veri e propri gioielli della canzone napoletana completamente dimenticati, seppur scritti da grandi autori come Salvatore Di Giacomo e Libero Bovio. Canto dei brani totalmente sconosciuti che il Maestro Panatteri ha riportato alla luce compiendo una straordinaria riscoperta storica e musicale. E la penna preziosa di Paolo Vanacore ha poi dato vita al personaggio struggente, ma anche brillante di Rosy D'Altavilla, una diva del tempo ispirata a figure come Lina Cavalieri ed Elvira Donnarumma. Con noi anche il bravissimo Fabio Angelo Colajanni, il nostro flauto magico e grande compagno di lavoro.

Come è iniziato tutto Carmen? Tu sei napoletana, dove il teatro sta di casa, come mai hai scelto di venire a Roma giovanissima?
Io ho iniziato a studiare danza a Napoli all'età di 9 anni, conseguendo il diploma in classico e modern-jazz. Poi un incidente ha cambiato il mio destino e l'incontro con la recitazione è stato amore puro. Mi sono trasferita a Roma all'età di 20 anni con grande incoscienza in realtà. Ho seguito l'istinto famelico della libertà, dell'indipendenza economica, di realizzare i tanti sogni che avevo. Io sono fierissima di essere napoletana e amo molto la mia città. Non è stata una fuga, ma più una ricerca con me stessa per mettermi alla prova, per confrontarmi con una realtà più grande, per aprirmi a più opportunità. Vivo stabilmente a Roma, ma scendo spessissimo a Napoli, per lavoro e affetti cari. Sono due città che mi hanno insegnato cose diverse. Napoli mi ricorda sempre cosa non devo dimenticare, Roma mi insegna costantemente ad andare avanti uscendo dalla mia comfort zone. 


Qual è la vera anima di Carmen Di Marzo?
Spiegare di cosa è fatta la nostra anima è complicato. Ci sono tante cose che a volte si abbracciano, altre lottano. Intimamente faccio un lavoro costante sulla gratitudine, la scoperta e la coerenza. In ogni aspetto della mia vita. Cerco di allinearmi il più possibile con ciò che mi corrisponde. Questo mi dona un senso profondo di libertà. 


Sei un'attrice molto vivace, sempre in scena. A cosa devi questa tua freschezza?
Fa proprio parte del mio carattere. Ho continuamente lo sguardo teso in avanti, stimolata da idee, suggestioni, passione creativa. Vivo il mio mestiere come una profonda scelta esistenziale e quindi tutto questo è sempre in connessione con il fluire della vita. 


I tuoi prossimi progetti?
L'8 luglio sarò appunto in scena con "Rosy D'Altavilla-l'amore oltre il tempo" ai Giardini della Filarmonica di Roma, poi riprenderò il monologo "Charlotte", un lavoro bellissimo con cui ho debuttato al prestigioso Teatro Storchi di Modena il 2 maggio, scritto e diretto dal bravissimo Francesco Zarzana e incentrato sulla figura intrigante, molto complessa di Charlotte Corday, assassina di Jean Paul Marat in piena rivoluzione francese. Poi sarà la volta di una meravigliosa commedia tratta dal romanzo di successo di Marco Rinaldi "Il grande Grabsky", adattata per il teatro e diretta da Paolo Vanacore con me, Toni Fornari e Riccardo Barbera. Ci sono anche altre cose in cantiere, tra cui un progetto bellissimo su Clara Schumann con la cantante Elvira Iannuzzi della Camera Musicale Romana e la pianista Elena Matteucci.


Questa pandemia ancora non del tutto archiviata ha cambiato il teatro secondo te? C'è l'esigenza di avere, vedere nuovi stimoli?
Non ha cambiato dei meccanismi insiti nel sistema, purtroppo incancrenito da alcune dinamiche di potere, ma ha spinto un po' a cambiare pelle, a guardare oltre il proprio orticello per poter resistere.


Andare in scena, recitare… perché si sceglie di fare un mestiere come l'attrice, faticoso, precario?
Questo mestiere lo scegli e poi a un certo punto ti sceglie anche. Nei momenti di gloria, ma anche soprattutto nei momenti più duri perché scopri quanto è forte la spinta che realmente possiedi. Io faccio questo lavoro per tanti motivi. Il più importante è perché mi ha insegnato a vivere.


Come ti vedi tra qualche anno?
In continua progressione con i miei desideri.


Il teatro, in poche parole, cos'è per te?
Il luogo dove si consuma la libertà.

Francesco Bettin

Ultima modifica il Giovedì, 09 Giugno 2022 10:07

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