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Martedì, 02 Dicembre 2014
Pubblicato in Interviste

Il melodramma diviso fra voglia di tradizione e paura dell'innovazione, fra chi vorrebbe ancora i fondali dipinti, quasi che la messinscena fosse un di più, e registi che impongono il loro punto di vista su tutto e su tutti: dal maestro Graham Vick con il suo recente Don Giovanni di Mozart ambientato fra scene porno soft e mafia albanese, a Damiamo Michieletto corteggiato dai massimi teatri europei e fischiato in patria, dalla Societas Raffaello Sanzio che mette in scena il Parsifal, alla contestazione di Franco Zeffirelli perché la Scala cancella la sua Aida dal repertorio... Il mondo della lirica – e non solo quello – vive di queste battaglie a colpi di fischi e buu per allestimenti che innovano troppo, melomani che vorrebbero solo gorgheggi e allestimenti 'tradizionali', quando non polverosi e archeologici. Ma una via di mezzo è possibile? Forse sì.
A darne testimonianza è il Nabucco di Verdi che si avvale della regia di Andrea Cigni, prodotto dal teatro Ponchielli di Cremona per conto del Circuito Lirico Lombardo. Si tratta di un allestimento pulito, intelligente, raffinato, ma che soprattutto conferma la personalità di Andrea Cigni regista che al di là delle collaborazioni col Ponchielli, può vantare un curriculum di tutto rispetto e che si è recentemente fatto apprezzare per il Cappello di Paglia di Firenze di Nino Rota, prodotto dal Maggio Fiorentino, per un Don Pasquale di Donizetti che in Francia sta facendo sfracelli e che si vedrà in Italia solo il prossimo anno. Andrea Cigni per il Circuito Lirico Lombardo ha allestito un Orfeo di Claudio Monteverdi che il Ponchielli non ha più avuto né voglia né il coraggio di riallestire per dare respiro ad un Festival Monteverdi col fiato corto, Traviata, Ernani di Verdi, solo per fare qualche titolo. Cigni, toscano verace 'momentaneamente' trapiantato nella Bassa, rappresenta uno di quegli artisti, metteur en scène che sanno con abilità e rispetto mediare fra tradizione e innovazione, sanno leggere le opere – lo spartito – e costruire regie che partono dalla musica, si muovono nel recinto dell'opera e del libretto senza appiattirvisi, ma scavando nel linguaggio drammaturgico e musicale che diviene materia duttile e fertile per l'intuizione registica. Sembra dunque interessante parlare del Nabucco, in tour nei teatri del Circuito Lirico Lombardo, per allargare poi il discorso a una prassi registica rispettosa del testo operistico, così come della musica, senza però disattendere al pensiero registico. Non è un caso che Andrea Cigni definisca il suo Nabucco: «evocativo, simbolico e teatrale: queste credo possano essere le parole chiave che caratterizzano il mio lavoro e nello specifico la messinscena dell'opera verdiana».
Un'opera da mettere in scena con cautela?
«Come tutte le opere e tutte le volte che ci si vuole interrogare su ciò che accade in scena e su quello che suggerisce la musica. Nel caso di Nabucco una partitura musicale straordinaria che offre la possibilità di lavorare intensamente sulla caratterizzazione dei personaggi, ma impone anche un'azione di pulitura».
Cosa intende dire?
«Tutti nel Nabucco aspettano il Và pensiero, molti non sanno neppure a che punto stia dell'opera. E' alla fine. Molto spesso le simbologie inventate o prese in prestito dalla storia recente appesantiscono e snaturano il Nabucco stesso. Gli ebrei oppressi dai babilonesi possono suggerire parallelismo novecenteschi legati alla shoah. Si è visto anche questo».
E il suo Nabucco come si colloca?
«Nabucco è un'opera di apparato. Ci si attende la magniloquenza dei cori, ma poi li si riduce a comparse e ci si accontenta dell'effetto massa. Non è così. Il coro è a suo modo un personaggio, ciò che accade in scena scaturisce dalle relazioni fra i vari protagonisti. Come sempre più spesso mi capita ho lavorato levando, cercando di puntare l'attenzione sulle relazioni che intercorrono fra i personaggi, sulle doti recitative dei cantanti, partendo dallo spazio scenico».
In che senso?
«Ho cancellato ogni simbologia. Tutto è molto essenziale, uno spazio chiuso fra alte mura e che muta a seconda dei casi. Il muro può ricordare il muro del pianto a Gerusalemme. C'è un trono per simboleggiare la sovranità babilonese. Il cavallo su cui arriva Nabucodonosor è una sorta di cavallo di Troia, è un idolo e un simbolo di una cultura che si innesta su un'altra. In palio c'è il potere, il dominio di un popolo sull'altro, la guerra fra civiltà, diremmo noi».
Come ha lavorato sui personaggi?
«Negli eroi e nelle eroine verdiane, specie quelli di opere come Nabucco, Attila o Aida io ritrovo una specie di seme di follia che spinge i personaggi nella loro linea drammatica. Una follia legata alla bramosia di potere, ma al tempo stesso utile ad affrontare con una vaga incoscienza le situazioni affettive o sociali che i personaggi si trovano a vivere. Per quanto riguarda i personaggi le dinamiche drammatiche apparentemente vaghe sono in realtà molto forti e caratterizzate: l'amore di Abigaille per Ismaele a sua volta innamorato di Fenena in procinto di convertirsi ad una nuova religione (vista come 'amore'). Non meno importante è il legame di Nabucco con le figlie, una naturale l'altra adottata, e il proprio potere. Ma anche personaggi più piccoli hanno una loro valenza drammaturgica come il Sacerdote che desidera difendere ad ogni costo la propria religione e cultura arrivando quasi a manipolare Abigaille... Insomma, in quest'opera lo sviluppo multipolare del dramma tra i personaggi ha un valore significativo che caratterizza proprio tutta l'opera stessa. Tutto ciò è suggerito, evocato dalla musica, dalla recitazione dei cantanti. Come insegna il teatro ciò che accade in scena deve essere completato dallo sguardo e dalla immaginazione dello spettatore»
Evocativo, simbolico due delle parole chiave di cui diceva all'inizio sembrano contenersi nel teatro?
«Penso sempre all'idea di teatro povero di Grotowsky che non significa povertà di mezzi, ma di un lavoro su ciò che è il nucleo del teatro: il corpo dell'attore/cantante, il suo rapporto con lo spazio e la musica che nel nostro caso è un veicolo straordinario di pensiero e di emozioni. Corpo e musica: c'è tutto e di più, sono la materia con cui lavorare. Come non mai in Nabucco la musica prepara l'azione, a tratti la suggerisce. Alla base c'è il racconto di una storia. Questo vuole essere il mio Nabucco: una storia che si racconta davanti ad un pubblico, in cui la bramosia del potere, l'intreccio di culture e le relazioni fra i vari personaggi si offrono allo sguardo dello spettatore perché questi sappia e possa farlo proprio».
La magia del teatro?
«Il teatro che si compie nel qui ed ora della scena e chiede la partecipazione emotiva e intellettuale del pubblico».
Un tener conto del pubblico che la lega alla tradizione?
«Se per tradizione si intende opposizione a facili attualizzazioni per cui Don Giovanni si imbosca su una Mercedes direi di sì. Non credo che questa sia innovazione, è lo stesso meccanismo delle messinscena tradizionali, è semmai un'attualizzazione ma non altro. Il meccanismo è lo stesso: descrivo e spiego quello che succede, non costruisco un dialogo con lo spettatore, non chiedo allo sguardo del pubblico di partecipare a ciò che accade in scena, mi limito a dare la mia visione, magari provocando perché so che così se ne parlerà. Ciò che manca è il pensiero interpretativo, di analisi ed ermeneutico di ciò che la musica e la storia raccontata può suggerire in primis al regista che – in teatro- costruisce sempre un opera aperta che si completa con la partecipazione del pubblico. Ed anche quando si parla di tradizione si parla sempre e comunque di un'invenzione, di un passaggio da un tempo all'altro di codici e linguaggi che mutano nel momento in cui vengono assunti nel qui ed ora della messinscena».
Il Nabucco con i tuniconi non è tradizionale?
«La tradizione non è storicizzare, un'abitudine invalsa nella seconda metà dell'Ottocento. Difendo la voglia di vedere una messinscena che cerca di raccontare le caratteristiche di un tempo lontano come quello della cattività babilonese, ma non passatista e neppure archeologica».
C'è una terza via fra attualizzazione forzata e messinscena dai fondali dipinti?
«Credo di sì e credo passi attraverso la valorizzazione drammaturgica della varie componenti dell'opera dal libretto alla musica, dalla caratterizzazione dei personaggi, al ruolo dei cori per restare al Nabucco. Il mio atteggiamento è quello di mettermi al servizio dell'opera, della musica, sviluppando idee e intuizioni che possono essere mie, ma che nascono e si fortificano col confronto con i cantanti, con gli scenografi, i costumisti, tutti impegnati ad agire su un terreno comune: quello dell'opera che si sta mettendo in scena, il Nabucco nel nostro caso».
L'esito?
«Credo sia una sorpresa ogni volta, al di là che poi l'allestimento venga giudicato più o meno riuscito. L'esito che vado cercando è la possibilità di dar corpo a un teatro evocativo che chieda al pubblico di entrare in empatia con ciò che vede e farlo proprio».

Domenica, 08 Giugno 2014
Pubblicato in Interviste

Dal Ponchielli di Cremona al Kazakistan, passando per il Maggio Fiorentino con il Cappello di paglia di Firenze di Nino Rota, per non tacere della coproduzione dell'applaudito Don Pasquale di Donizetti che nei mesi scorsi ha conquistato la Francia: insomma chi lo ferma più Andrea Cigni, regista toscano ma per anni in forza alla Fondazione Amilcare Ponchielli per cui ha firmato fra l'altro la regia de l'Orfeo di Monteverdi, La Traviata di Verdi e sempre di Verdi, L'Ernani. Il regista - che fra l'altro è direttore artistico del nuovo e promettente festival Orizzonti di Chiusi — è stato chiamato per dirigere l'opera Abay, composta da Ahmet Zhubanovs in collaborazione con Lateef Hamidi su libretto Auezov, una sorta di manifesto melico per il Kazakistan, in scena nel teatro dell'opera di Almaty, Abay Opera House; il debutto è previsto per il 7 e 8 giugno. Ciò a conferma di come la regia made in Italy abbia sempre più successo ed eco internazionale con i nostri metteur en scene protagonisti delle scene internazionali, anche quelle più lontane dai circuiti melici tradizionali come nel caso dell'impegno di Andrea Cigni in Kazakistan per la messinscena di un'opera che è una sorta di manifesto culturale e identitario del Paese. «Abay è la storia di un amore romantico e avventuroso di due giovani Azhar e Aidar sulla lotta contro il conservatorismo e riformismo — spiega il regista —. Vero eroe, poeta e pensatore Abay apre la strada alla speranza e alla libertà . E tutto il dramma dell'opera è il confronto di conformità e il desiderio di cambiamento. E' un'opera che ha un profondo valore politico».
Ma al di là dell'opera in sè come è percepita la cultura operistica in Kazakistan?
«Lavorare qui in Kazakistan mi ha messo in relazione con un modo lontanissimo di concepire l'opera. Le modalità produttive, ormai consolidate e funzionanti nel nostro paese, qua sono ancora in nuce, pertanto siamo all'Abc dell'opera lirica tout court, almeno ad Almaty. Per fare un esempio non si conosce il valore di prove musicali, prima delle prove di regia, o non si sa cosa sia una prova antepiano o addirittura una generale... Per cui termini e modus operandi sono davvero tutti da 'insegnare'. E probabilmente questa loro non conoscenza farà sì che nel giro di pochi anni si impossesseranno di un know how necessario ad essere autonomi... Lo stesso dicasi per la realizzazione di scene e costumi, o per l'uso delle luci in scena, portati avanti con molta approssimazione nella loro tradizione».
Insomma non proprio una passeggiata, pare di capire...
«Da un lato c'è  la curiosità di introdurre nuove modalità lavorative, di fare cultura e musica con lo stile italiano, dall'altro c'è la volontà di lanciare la cultura nazionale del Katzakistan nel mondo. Questi aspetti la fanno da padroni, pertanto pur con limitate capacità produttive tutti hanno una volontà, in alcuni casi, molto determinata».

Andrea Cigni

Per quanto si ritrovi a dirigere un'opera legata alla storia del Kazakistan...
«Abay è un'opera firmata due compositori kazaki molto famosi, appartenenti alla prima metà del Novecento. Va in scena il conflitto sociale tra leggi conservatrici e leggi progressiste riformatrici. Abay utilizza un plot romantico di una storia d'amore contrastata tra due giovani per dipanarsi fino allo scioglimento finale. Abay rappresenta un po' quello che è il Nabucco per gli italiani».
Un'opera dalla forte connotazione simbolica?
«Non a caso l'Opera House è dedicata ad Abay, le cui statue campeggiano in città e in molte altre città kazake. Tutto sembra rispondere a una necessità: far conoscere la propria cultura per rendere il Kazakistan una nazione interessante agli occhi della comunità internazionale culturale. Quello che si sta preparando è un evento nazionale, sono andato nella tv di Stato, i giornali via hanno dedicato pagine intere. Certe volte è un po' imbarazzante, tanto è l'eco che sta accompagnando questo lavoro».
E' per questo che l'hanno chiamato a dirigere Abay, in scena il 7 e 8 giugno prossimi?
«Siamo stati chiamati dal Ministero della Cultura del Kazakistan. Questo progetto e questo allestimento sarà in repertorio per 20 anni. Dal 2014 al 2034 e sarà oggetto di scambio culturale tra le nazioni in occasione di relazioni e scambi culturali tra il Kazakistan ed il resto del mondo. Ad esempio verrà portato a Parigi il prossimo anno e nel 2017 sarà puntualmente in scena per l'expo 2017 di Astana».
Insomma un evento...
«Qui non si parla d'altro».
Anche se non c'è cultura operistica?
«La tradizione lirica in Kazakistan è limitata al poco loro repertorio, ma c'è molta attenzione a ammirazione per il repertorio lirico italiano soprattutto ed europeo. In generale l'Italia è conosciuta per il prodotto cultura e sicuramente più apprezzato di quanto spesso lo si faccia in patria. E ciò non vale solo per l'Italia in generale...»

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