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Lunedì, 26 Febbraio 2018
Pubblicato in Interviste

In forte ripresa dopo l'infortunio avvenuto in scena il 29 giugno durante un gala di fine stagione a Vienna, che lo ha tenuto fermo per alcuni mesi, Davide Dato è più che mai carico di energia, di voglia di tornare a ballare e pieno di progetti. Solare, positivo, umile, con una grande carica umana e comunicativa che lo rende una persona affabile, il ventiseienne danzatore biellese, classe 1990, è uno dei nomi che da qualche anno si è imposto sulla scena internazionale. Personalità carismatica, dotato di grande tecnica, versatilità e presenza scenica, talento innato dalla musicalità insita, da maggio 2016 è primo ballerino al Wiener Staatsballett, carica conferitagli dopo una rappresentazione del Don Chisciotte, versione coreografica di Rudolf Nureyev. Nella scuola della prestigiosa istituzione austriaca ha iniziato la sua vera formazione - dopo una breve esperienza alla School American Ballet di New York -, e dal 2008 è entrato stabilmente nella Compagnia.

Si comincia sempre rievocando gli inizi, di come nasce la passione per la danza. Parliamo dei dettagli.
Ballavo fin da piccolo insieme a mia sorella Greta. Di recente ho rivisto delle video cassette di allora, e mi sono stupito nel vedere ciò che facevo. Mi improvvisavo anche mago nel teatrino della parrocchia e mi filmavo immaginandomi in una trasmissione televisiva. Era la musica a farmi muovere, appena la sentivo cominciavo a ballare. I miei genitori, visto che non stavo mai fermo, mi iscrissero, a 7 anni, ad un corso di teatro per bambini dove sono stato per un anno. Poi ho iniziato con i balli caraibici e l'hip hop, sempre con mia sorella. Facevamo le gare e viaggiavamo molto, in paese eravamo famosi. Ad un certo punto mi sono stancato, non mi piaceva più e mi chiedevo quale sarebbe stato il mio futuro. Nel frattempo, con mia sorella e un altro ragazzino avevamo creato un gruppo musicale: in estate giravamo esibendoci sui palcoscenici delle spiagge. Fui notato dalla presentatrice che sollecitò i miei genitori ad iscrivermi ad una scuola seria, consigliando il M.A.S. di Milano. I miei, pur non avendo nessuna dimestichezza con lo spettacolo, acconsentirono. Fu un grande passo, la scuola offriva una formazione a 360 gradi: recitazione, canto, diversi stili di danza, e collaborazioni anche con la televisione ed il mondo della pubblicità. Tutto ciò mi eccitava. È così che ho iniziato, approfondendo di più, in seguito, il balletto classico studiando quotidianamente con il Maestro Ludmill Cakalli tentando, poi, le audizioni.

Prima di decidere per l'Opera di Vienna c'è stata un'audizione alla scuola del Rudra di Losanna con Maurice Béjart...
Sì, con lo stesso Béjart che mi disse subito che mi avrebbe preso. Ma al Rudra, che durava due anni, si studiava soltanto il suo repertorio ed inoltre eravamo tutti di età molto diverse, dai 15 ai 21 anni. Tutto ciò mi lasciava perplesso e io, invece, volevo costruirmi una forte base classica. Scelsi di provare a Vienna inviando un video per un'audizione. Per un disguido la videocassetta non fu visionata perché era finita nel dipartimento sbagliato. Dopo un mese la direttrice di allora mi convocò ugualmente insieme ad altri ragazzi. Superai la prova e così fui ammesso al sesto corso della Scuola con una borsa di studio. Dovevo anche completare gli ultimi tre anni di studi al liceo e non è stato facile anche per via della lingua tedesca che ho dovuto imparare. Sono stati anni massacranti, di grandi sacrifici. Avevo 15 anni.

E in quel periodo, per via dei momenti difficili, non ti era venuta voglia di mollare?
Mai. In certi momenti difficoltosi avevo voglia di mollare il liceo, ma mai la danza. Non sentivo neanche la mancanza della mia famiglia, che invece, adesso, sento molto. Ai miei genitori sono molto grato per avermi sempre appoggiato e sostenuto, ed è stata una grande soddisfazione aver dimostrato loro che tutto quello che hanno fatto per me, non solo a livello economico, è stato ripagato.

Dopo 2 anni di scuola sei diventato apprendista, poi confermato con un contratto nel Corpo di Ballo, successivamente, dopo un anno e mezzo, nominato demisolista, quindi, solista e infine principal. In tutto sono trascorsi 12 anni. Si può dire che hai bruciato le tappe per arrivare ad essere étoile...
Potrebbe sembrare ma non mi sento di avere bruciato le tappe. C'è ancora tanta strada da fare, ed io voglio migliorarmi molto artisticamente e tecnicamente. Mi mancano alcuni ruoli del grande repertorio. Con la direzione di Manuel Legris ho ballato tanti pezzi diversi, classici e contemporanei, perché il repertorio all'Opera di Vienna è vario e le produzioni sono molte, anche 13 in una sola stagione.

Quali sono stati fino ad oggi gli incontri più importanti, quelli che ti hanno segnato, formato?
Tutte le persone che hanno segnato il mio percorso hanno influito nella mia vita consentendomi di fare ogni volta un passo in avanti e crescere. Provo una particolare gratitudine per Legris, il mio attuale direttore, anche se all'inizio non è stato semplice con lui. Quando arrivò alla direzione del Corpo di Ballo promosse subito 12 danzatori a demisolista, escludendomi. Con lui è stata reintrodotta la posizione di primo ballerino, che era stata cancellata da un precedente direttore. Il solista coincideva allora con il primo ballerino. Non avendomi promosso ci rimasi male. Forse aveva un'idea sbagliata di me per il fatto che l'anno prima mi avevano proposto di partecipare come concorrente alla trasmissione Amici, il programma di Maria De Filippi ed io avevo un po' esitato prima di dire di no. Per questo motivo pensavo quindi di non piacergli, anche se a inizio stagione mi affidava comunque dei ruoli importanti. Morale della favola è che mi ha fatto sudare molto, e quando ha compreso il mio modo di lavorare mi ha premiato fino a diventare solista e primo ballerino.

Quindi l'idea di partecipare ad Amici ti aveva attratto?
Da piccolo la guardavo pensando che un giorno mi sarebbe piaciuto parteciparvi. Poi a 19 anni avevo già un altro pensiero. La mia indecisione derivava dall'idea di non volermi restringere ma aprirmi a nuove esperienze artistiche. Sono così in tutto: mi stanco abbastanza velocemente di una cosa, e sono attratto da altre diverse. Mi piace sperimentare e scoprire cose nuove.

Tra le varie esperienze con le quali ti sei misurato c'è anche la pubblicità e la moda, testimonial per importanti brand, fra cui una nota marca di caffè e di automobile, oltre ad una partecipazione in un corto cinematografico, Insane Love, con Clara Alonso, la Angie della serie Violetta.
Sono proposte arrivate sempre con molta naturalezza, senza mai cercarle. Alcune di più e altre di meno si sono, comunque, rivelate esperienze positive. Mi piacerebbe farne di più. Certamente occorre dosarle, fare delle scelte oculate. Se c'è qualità, perché no? Credo comunque che le "intrusioni" di un danzatore in altri campi, oggi, con la globalizzazione generale, sono accettate. Lo vedo anche nei social, fino a qualche anno si storceva il naso quando i ballerini postavano le foto di se stessi, autopubblicizzandosi. Oggi è normalissimo, ed io sono diventato uno di loro. Tra le esperienze che reputo importanti, e che mi piace fare, c'è anche il famoso Concerto di Capodanno, che è una delle entità più caratteristiche dell'Opera viennese. Si lavora con le telecamere e non con un pubblico vero e proprio. Spesso durante la stagione facciamo tanti spettacoli molto più pesanti ma che rimangono comunque circoscritti dentro il teatro. Invece il mezzo televisivo ha un potere enorme perché così raggiunge milioni di persone. Il balletto di solito si registra ad agosto, e le immagini vengono trasmesse durante la diretta del Concerto. È un modo intelligente per raggiungere il grande pubblico.

Il successo, la visibilità, alimenta una forte esposizione di sé. Come vivi la notorietà? Che importanza dai a questo aspetto?
La notorietà, ovviamente, è una conseguenza del mestiere e appartiene inevitabilmente a tutti gli artisti. Certamente fa piacere, in alcuni casi, essere al centro dell'attenzione. È comunque una responsabilità, che porta innanzitutto a dover rispettare la propria immagine, riflettendo su ciò che è il proprio lavoro.

Tra i grandi nomi della coreografia, uno di questi è John Neumeier con il quale hai avuto modo di lavorare.
Un mito per tutti noi, che conoscevo già ai tempi della scuola di ballo. Ho danzato in parecchi suoi lavori, ma non con la sua compagnia. Per l'Opera di Vienna ha creato appositamente La leggenda di Giuseppe, e io ho danzato in Nijinskj, Vaslav, Bach Suite III. Sono stato scelto nella parte di Giuseppe e, felicissimo, ho potuto provare il ruolo con lui. L'approccio con il suo lavoro è diverso da quello che compie normalmente un ballerino classico. Non è stato facile e oggi lo affronterei sicuramente in modo diverso. Quel ruolo, comunque, lo sentivo dentro di me, e mi è piaciuto interpretarlo soprattutto nella seconda stagione in cui lo abbiamo ripreso. Ero più sicuro. Tecnicamente è molto pesante e difficile, anche perché per 50 minuti non esci mai di scena. Alcuni personaggi dei suoi balletti sono difficili da interpretare perché, credo, legati ai danzatori per cui li ha creati. Con Neumeier c'è molto lavoro mentale, che ti costringe a pensare e questo arricchisce moltissimo. Nelle sue opere ogni movimento ha un significato forte e attraverso esso riesce ad esprimere concetti e pensieri ben precisi. È una persona alla quale ci si deve affidare, devi credere in lui e seguirlo altrimenti qualcosa non funziona.

Fra i balletti interpretati fino ad oggi ce n'è uno al quale sei particolarmente legato?
Sicuramente il Don Chisciotte di Nureyev, il ruolo più difficile che io abbia ballato; e anche Raymonda, sempre di Nureyev, nel personaggio di Abderachmann, ruolo che mi ha portato fortuna in quanto, per questa interpretazione, sono stato nominato per il prestigioso "Prix Benois de la Danse" a Mosca, lo scorso maggio. Le coreografie di Nureyev sono impegnative ed è sempre una sfida interpretarle però è una grande soddisfazione, un piacere e un orgoglio riuscire ad eseguirle: ci si sente così forti che senti di poter ballare qualsiasi cosa. Un altro coreografo che apprezzo molto è John Cranko, ruoli come Mercuzio nel suo Romeo e Giulietta, o Lensky nell'Onegin, mi hanno regalato molte emozioni.

Quali sono le creazioni contemporanee nelle quali hai danzato?
Mi piace molto Vertiginous Thrill of Exactitude di William Forsythe con il quale ho avuto anche la possibilità di lavorare a Francoforte, sempre grazie a Legris. L'opportunità che mi è stata concessa la considero una vera fortuna dal momento che, spesso, le sue creazioni sono rimontate dai suoi collaboratori. Forsythe trasmette tanta energia e fa sentire bene con se stessi. A volte succede che dopo aver trascorso ore e ore in sala a provare dei passi che immagini in un certo modo, bastano poi tre minuti con la persona giusta che dona un'energia diversa, e tutto cambia all'improvviso. Con Forsythe è stato così, ricordo che focalizzava molto il fatto di dover dimostrare al pubblico quello che tu sapevi fare e non quello che non sapevi fare. Questo insegnamento spesso non è così chiaro per un ballerino, poiché siamo abituati sin dalla scuola a sentir dire diversamente.

Cos'è importante per essere un bravo ballerino?
È sempre la combinazione di diversi aspetti, ma indubbiamente il talento e il duro lavoro, la disciplina, la dedizione completa e anche un po' di fortuna.

Si può dire che si balla prima con il cuore e la mente che con il corpo? Il corpo viene dopo?
Ho la sensazione, in generale, che si stia perdendo l'essenza della danza, poiché si tende a valutare un ballerino anzitutto tecnicamente. Nel balletto classico è facile cadere in questo, può capitare che uno giri e salti magnificamente ma poi si trova a ballare con una musica e non sa muoversi. Se guardi i filmati dei grandi ballerini di un tempo si può osservare che forse erano meno puliti tecnicamente però ballavano in maniera molto più musicale. Ovviamente oggi ci sono ballerini stupendi, anche se mi sembra che alcuni hanno perso un po' questo senso e si concentrano molto sull'estetica o sulla tecnica, che certamente è importante. Quando invece c'è l'anima in colui che danza, egli cattura subito il pubblico perché arriva l'emozione. È quello a cui io aspiro, che mi piacerebbe essere, e che mi piace anche vedere negli altri. Nelle scuole di danza classica, soprattutto nelle maggiori, si guarda molto, direi quasi in maniera estrema, alle doti fisiche, quasi da ginnasta, perché la danza oggi è molto cambiata, si è evoluta con corpi sempre più dotati. Quello del ballerino è un mestiere difficile, perché costa così tanti sacrifici che se non lo si ama fortemente non lo si può fare.

Quale è la maggiore soddisfazione del tuo lavoro?
Sicuramente quando raggiungo un traguardo. È bello quando sai di aver dato tutto il possibile per raggiungere qualcosa anche se, spesso, non è esattamente come te lo immagini o come pensi sia la strada per raggiungerlo. Mi sento con la coscienza sporca se inizio uno spettacolo consapevole del fatto che avrei potuto prepararmi meglio e dare di più, o di essermi limitato nella preparazione. Cerco sempre di dare il massimo in quello che faccio.

In cosa ti aiuta la danza come persona?
Mi ha dato il senso della disciplina, e mi ha fatto capire che per raggiungere un obiettivo bisogna lavorare molto. Andare via da casa, lontano dai genitori, mi ha costretto a crescere molto velocemente. Questo ha significato diventare responsabile già da piccolo, rendendomi forte. La danza mi aiuta a mantenere uno stile di vita sano, è quasi un obbligo. Certamente non tutto va a gonfie vele o è bello. Ci sono tanti momenti difficili e vanno messi in conto anche gli infortuni che, se accadono, per un ballerino diventano situazioni pesanti poiché il corpo è il suo strumento.

I futuri appuntamenti per il 2018?
Il balletto Carmen di Amedeo Amodio, a marzo al Teatro Olimpico di Roma; a maggio in Giappone con l'Opera di Vienna con Il Corsaro; a giugno, a Vienna, con Giselle; e il 21 e 22 luglio al Teatro La Fenice di Venezia per il Gala internazionale di danza ideato da Daniele Cipriani.

Martedì, 13 Febbraio 2018
Pubblicato in Interviste

Vittorio Biagi nasce a Viareggio (Lucca). Dapprima studia con Ugo Dell'Ara, nel 1958 entra al Teatro alla Scala di Milano, nel 1960 al Ballet du XXème siècle di Maurice Béjart. Negli anni 1967-68 è danseur étoile al Balletto dell'Opéra di Parigi. Dal 1969 al 1977 dirige il balletto dell'Opéra di Lione, nel 1977/1978 dirige l'Aterballetto, nel 1979 fonda la compagnia Danza Prospettiva, nel 1983/1984 dirige il Corpo di ballo del Teatro Massimo di Palermo. Tra le sue più importanti coreografie "Pulsazione", da cui l'omonimo dvd del 2007, "VII Sinfonia di Beethoven", "Romeo e Giulietta" e "Alexander Niewsky". Ha lavorato anche per la Rai, France 2 e Tve spagnola. Con la "Compagnia Vittorio Biagi" ha portato in scena oltre trecento balletti/creazioni, trentacinque opere liriche, venticinque spettacoli, dodici operette, due commedie musicali. Attualmente è uno stimato docente di danza, tiene stage e masterclass di alto livello tersicoreo, siede nelle Giurie e Commissioni dei più rinomati Concorsi ed eventi di danza nazionali ed internazionali.

Carissimo Vittorio, chi ti conosce bene sa che sei nato per la danza e la danza vive in te?
Hai ragione Michele, sono nato ballerino! Fin da piccolissimo ogni occasione era buona per danzare, mi piaceva ballare il tip tap perché lo imitavo vedendo le pellicole con Gene Kelly e Fred Astaire. Ricordo di aver vinto anche un premio di Charleston e poi un altro di Rock and Roll a Genova!

Com'è stato il periodo della tua formazione, a chi ti sei affidato per diventare poi uno tra i più internazionali danzatori e coreografi italiani?
Un giorno a Genova, mia città di adozione, ho incontrato Paolo Bortoluzzi, sicuramente il più grande ballerino italiano. Vedendomi ballare mi ha proposto di prendere lezioni di danza classica ma io non ne ho voluto sentir parlare. In seguito, verso i 13/14 anni, il noto sindacalista televisivo Domenico del Prete mi ha proposto anche lui di dedicarmi alla disciplina classica. Così mi sono iscritto alla Scuola diretta da Ugo Dell'Ara (coreografo e direttore del Corpo di ballo al Teatro alla Scala per sette stagioni) e di Mario Porcile (fondatore e direttore del Festival Internazionale del balletto di Nervi) in via Luccoli e ho incominciato a studiare con la maestra Maria Molina, già allieva del Maestro Enrico Cecchetti, che ai quei tempi era in Scala. Ho imparato più velocemente degli altri e il mio corpo era attitudinalmente predisposto ai canoni accademici, così ha avuto inizio la mia carriera. In breve sono entrato a far parte del gruppo di Ugo Dell'Ara, Paolo Bortoluzzi, Riccardo Duse, Olga Amati e altri ballerini portando in giro diversi spettacoli. In seguito mi sono trasferito alla Scala di Milano e dopo l'audizione sono stato inserito subito all'ottavo corso, pur avendo solo tre anni di danza alle spalle, e quindi ho imparato la professione a pieno titolo.

Che aria si respirava alla Scala di Milano in quegli anni?
Ho studiato con impegno e dedizione dalla mattina alla sera in quel meraviglioso teatro alla Scala, che all'epoca era popolato dal gotha artistico mondiale... ricordo Maria Callas, Renata Tebaldi, Giuseppe Di Stefano, Franco Corelli e poi tanti celebri registi, ballerini e direttori d'orchestra. Appena potevo mi intrufolavo tra le quinte a guardare, ad ascoltare e a curiosare quel mondo così magico! Perciò oltre agli studi mi sono formato anche come artista, proprio perché mi sono nutrito quotidianamente di "teatro"!

Raccontami del tuo periodo milanese e di quando Balanchine ti scelse personalmente per una sua creazione?
Ho sostenuto vari ruoli da Solista alla Scala pur essendo ancora allievo della Scuola. Un giorno il Maestro Balanchine, in sala prove, disse senza esitazione "voglio lui" indicando me – ero il quinto sostituto posizionato in fondo alla sala – per il "Palazzo di Cristallo". La direzione replicò negativamente dicendo che ero ancora un semplice allievo ma Balanchine disse "è un ruolo che può fare"... e in effetti fu un'esperienza molto intensa. La stessa cosa accadde anche con Massine, quando un Solista nominato del Corpo di Ballo si infortunò, mentre provava il suo "Romeo e Giulietta": tutti rimasero spiazzati perché non c'era un sostituto in grado di interpretare il ruolo e così mi feci avanti e mi proposi. Mi misi in posizione, eseguii subito i passi ed ebbi il mio secondo ruolo da Solista ottenendo anche un supplemento di cachet e sui manifesti apparve il mio nome in qualità di Solista, al mio fianco danzavano étoile del calibro di Liliana Cosi e Carla Fracci e il compianto Mario Pistoni... Malgrado ciò però non fui nominato ufficialmente nella gerarchia dell'organico, mentre oggi tutto è cambiato, molte star acclamate di questi tempi hanno ricevuto la nomina appena maggiorenni, mentre allora in Scala era impossibile! Piuttosto ti aumentavano la paga ma non ti nominavano ufficialmente. Tra l'altro mi ero creato anche molti nemici per la mia cristallina tecnica, come succede spesso dentro ai grandi enti lirici. A quell'epoca un giovane che nutriva grandi speranze si cercava di frenarlo, per tenerlo maggiormente sotto controllo. Così decisi, visto anche il mio temperamento "moderno" e un po' ribelle alle regole, di andarmene cogliendo al volo l'occasione di recarmi a Bruxelles da Maurice Béjart, lasciando in Scala alcuni cari amici tra cui Amedeo Amodio con il quale si era instaurata un'ottima intesa artistica... non smettevamo di lavorare, sempre dietro agli altri, da soli ma mossi da un'inesauribile passione ed entusiasmo!

Come si presentò, bene appunto, l'occasione di conoscere Béjart?
Mentre ero a Milano in Scala accadde una novità nel mondo della danza... una Compagnia diretta da uno sconosciuto di nome Maurice Béjart venne a Milano, portando in scena uno spettacolo al Teatro Orfeo, ed io con alcuni amici danzatori - tra cui un ballerino jugoslavo che conosceva alcuni elementi della compagnia - decidemmo di andare all'evento e al termine mi fu proposto di entrare in Compagnia. Al momento rimasi sorpreso e confuso perché mi ero dedicato al balletto classico pur nascendo come vocazione modern, però vinti i primi dubbi risposi che ci avrei pensato... dopo solo tre mesi ero già nella Compagnia di Béjart. Rammento di aver accompagnato l'amico Paolo Bortoluzzi a Bruxelles dove era stato preso tramite audizione, e Béjart dopo avermi visto a lezione con la compagnia mi disse: "Se vuoi rimanere c'è posto anche per te". Ero al settimo cielo per la gioia e così rimasi senza rientrare più in Italia. Era il 1960, tornai solamente nel 1978 per dirigere il nascente Aterballetto a Reggio Emilia. Ormai parlavo quasi esclusivamente il francese!

E "passo dopo passo" sei diventato una punta di diamante al fianco di Béjart?
Béjart allora aveva trentasei anni, aveva già fatto alcune cose importanti, ma soprattutto aveva avuto l'occasione di formare una Compagnia Internazionale in Belgio scritturando ballerini da ogni parte del mondo. Grazie al suo intuito, parlò con il direttore del Teatro Reale della Monnaie, ed ebbe l'idea straordinaria di far scritturare Assaf Messerer, il più grande maestro del Teatro Bolshoi di Mosca e fu questo principalmente il motivo perché io e Bortoluzzi accettammo di recarci a Bruxelles, per poter studiare con uno tra i più immensi maestri del mondo. Avevo diciotto anni mentre Paolo ne aveva ventuno, logicamente poi una volta conosciuto anche il genio e l'estro creativo di Béjart ci siamo immediatamente innamorati del suo modo di lavorare... un metodo personale che partiva sempre dalla base classica! Quindi al Ballet du XXe siècle ho avuto la fortuna di studiare con il più grande maestro del teatro moscovita, costruendomi per tre anni una tecnica ed uno stile ad altissimo livello coreico. Tanto che poi sono stato Étoile all'Opéra di Parigi in qualità di Guest Artist. Dopo gli anni di studio con Messarer sono seguiti tre anni con Victor Zowskic e Tatiana Grantzeva... dalla grande Scuola del Bolshoi alla grande Scuola di Leningrado. Un'occasione quotidiana di formazione unica con eccezionali maestri unitamente alle creazioni del geniale e carismatico Maurice Béjart, il quale in seguito mi offrì anche l'occasione di coreografare perché credeva nel mio talento. Io sono un percussionista jazz, prima ancora di essere ballerino, e quindi proposi delle creazioni su questo genere musicale con un occhio classico! Nacque così "Jazz impressions" che nel 1964 andò in scena al Teatro Reale della Monnaie: un successo trionfale che nessuno si aspettava ma che Béjart aveva già intuito. E da quel momento non fui soltanto ballerino ma anche coreografo e la mia vita cambiò diventando straordinaria. Sarò sempre riconoscente all'impareggiabile amico e maestro Maurice Béjart!

Cosa ti spinse ad accettare la direzione dell'A.T.E.R.?
L'interesse di Aterballetto nei miei confronti fu dettato inizialmente dalla mia carriera internazionale, e dal mio stile, ma anche per ciò che rappresentavo artisticamente in quegli anni in Francia. Ricordo che il Ministero della Cultura francese, nel 1975, mi finanziò per la creazione della "Divina Commedia" di Dante Alighieri: un evento mondiale. Perciò i dirigenti dell'Ater furono incuriositi dal mio essere coreografo e vennero in Francia chiedendomi di poter portare in Italia quella produzione, che contava più di ottanta artisti, una complessa macchina scenica, musiche elettroniche e da quel momento in Italia si iniziò a parlare di Vittorio Biagi. Poi mi fecero la proposta di trasferirmi a Reggio Emilia per fondare Aterballetto - la prima compagnia indipendente di danza - vista anche la mia decennale esperienza alla direzione con una fattiva e costruttiva conoscenza della professione... nacque così la Compagnia. Allora era formata da quaranta ballerini e un repertorio internazionale. Ringrazierò per sempre l'Aterballetto per avermi offerto quest'opportunità, ma abituato alle grandi capitali europee mi stava stretta la provincia italiana ed in seguito mi dimisi e trasferii a Roma dove fondai "Danza Prospettiva" grazie ad una sovvenzione elargita per il nome che mi ero fatto. Nel mezzo fui invitato dai più grandi teatri del mondo, staccavo magari per una ventina di giorni lasciando in mia vece l'assistente (come accadde spesso mentre dirigevo il Ballet de Lyon) e mi recavo, ad esempio, a Buenos Aires oppure all'Opera in Grecia o negli Stati Uniti... sentivo proprio la necessità di viaggiare e di relazionarmi con nuove realtà in cerca di stimoli. Non ho mai amato particolarmente rimanere in un luogo fisso per troppo tempo.

Infatti oltre a Danza Prospettiva e al Ballet de Lyon hai diretto anche il Corpo di Ballo del Teatro Massimo di Palermo e hai fatto parecchia televisione in Rai?
La televisione arrivò nel 1980, grazie al critico di danza Vittoria Ottolenghi la quale mi presentò al compianto regista Antonello Falqui che in seguito mi diede molto spazio per il balletto. Per questi grandi show, soprattutto del sabato sera, creai ad esempio la "Settima Sinfonia" di Beethoven, arrivando a montare dodici balletti a serata con allestimenti fastosi, non certo gli stacchetti del giorno d'oggi ma degli autentici balletti, esattamente come si preparavano nei grandi teatri. Nel 1983 mi venne proposta la direzione del Teatro Massimo di Palermo così mi alternai tra i miei ballerini di "Danza Prospettiva" e il Corpo di Ballo di Palermo. Per il Massimo creai dei balletti meravigliosi grazie anche al supporto della Direzione del Teatro al fianco di ottimi collaboratori... Ma dopo tre anni di notevole lavoro il Sindacato non permise di far partire la compagnia in giro per il mondo perché ritenevano le mie creazioni un'esclusiva loro e così diedi le dimissioni perché era venuta a mancare la mia idea di "movimento culturale" come invece fu possibile a Lione o a Reggio Emilia. Fui dispiaciuto nell'andare via più che altro perché consideravo Palermo una splendida città ricca di arte e di spunti... ancora oggi conservo dei meravigliosi ricordi di quel periodo siciliano. Così ripresi in mano totalmente la mia compagnia "Danza Prospettiva" e ripartii anche con la televisione prendendo parte a storici programmi, sempre con Antonello Falqui, avendo nuovamente la possibilità di portare la "mia" danza al vasto pubblico da casa, alternando la professione di coreografo internazionale in giro per il mondo. Poi fondai e diressi anche il "Nuovo Balletto di Roma" per permettere ai ballerini di avere una continuità lavorativa, portando in scena eccellenti creazioni con tournée in Italia e all'estero attraverso storici Festival. Ricordo con piacere anche la collaborazione con Alicia Alonso alla quale gli dedicai un balletto "La morte di Cleopatra" e poi rimontai anche la mia più celebre coreografia "Pulsazione" con i suoi straordinari e talentuosi danzatori. In seguito scoprii, dandogli il ruolo di Mercuzio nel mio "Romeo e Giulietta" un giovanissimo Julio Bocca mentre mi trovavo a lavorare in teatro a Buenos Aires. Insomma tante significative esperienze e soddisfazioni artistiche e personali.

Dopo questa esperienza hai avuto l'onore di ricoprire ruoli da Étoile al Balletto dell'Opéra di Parigi?
Andavo spesso a Parigi con la Compagnia di Béjart, i direttori del teatro dell'Opéra mi conoscevano, mi vedevano e mi fecero la proposta di diventare Guest Artist, non propriamente étoile, perché non mi ero formato scalando la gerarchia del Corpo di Ballo parigino e soprattutto perché non ero "assunto fisso" all'interno del Teatro. Mi fecero un contratto per tre anni dovendo eseguire venti spettacoli all'anno, però in realtà ne facevo in media otto al mese perché una volta entrato all'Opéra e all'Opéra Comique presi parte a numerose produzioni. Mi feci questa esperienza triennale in veste di Étoile che mi permise di danzare con grandi ballerine come Claude Bessy, Josette Amiel, Noelle Pontois e tante altre. Essendo già coreografo e non impiegato stabile ricoprii sempre il ruolo di ospite.

Mentre a Lione?
A Lione mi sono recato nel 1969 rimanendoci per ben sette anni. In quel luogo ho creato più di sessanta balletti, di cui alcuni tra i più importanti della mia carriera come "Romeo e Giulietta" e "Pulsazione" che attualmente è in repertorio al Balletto Nazionale di Cuba, al Teatro di Buenos Aires, ad Amburgo e in molti altri teatri.

Hai lavorato anche con Paolo Grassi e Giorgio Strehler, fondatori del Piccolo Teatro di Milano?
Sì, ricordo che in Francia vennero molte persone ad ammirare "questo giovane italiano" tra cui anche Paolo Grassi che allora era Sovrintendente al Teatro alla Scala di Milano. Negli anni 1976/77 mi scritturò per creare le coreografie, allo spettacolo d'inaugurazione della stagione scaligera, con la regia di Giorgio Strehler, nell'opera lirica "Macbeth" di Giuseppe Verdi.

E Vittoria Ottolenghi?
L'insostituibile ed unica Vittoria Ottolenghi parlava sempre molto bene di me. Rammento che durante una mia tournée in Italia ebbe modo di scrivere su un autorevole quotidiano: "Questo italiano è talmente bravo... ma perché non viene in Italia a lavorare?"

Vittorio nelle tue creazioni ti sei lasciato spesso ispirare dal Sacro, giusto?
Ho creato dei balletti religiosi splendidi come la "Passione di San Giovanni". Sono stato il primo a portare in scena una cosa del genere perché in passato erano state messe in scena solo qualche Cantata ma tutto lo spettacolo per intero con orchestra, coro, solisti e una scenografia straordinaria è stato ad appannaggio mio. Sono l'unico coreografo al mondo che ha creato più di quattro "Requiem" tradotti in coreografie tra cui il "Requiem senza parole" di Alberto Bruni Tedeschi e il "Requiem" di Berlioz, il "Requiem" di Mozart e il "Requiem" di Verdi. Sono molto legato a questi titoli perché, a mio avviso, la danza è un rituale pulito, sincero, profondo e certamente non solo estetico!

Come vivi la tua popolarità?
Michele io non sono popolare! Certamente sono conosciuto dai grandi, sono sulle Enciclopedie, sono annoverato come un personaggio storico della danza e del balletto internazionale ma come tu ben sai in Italia, oggi come oggi, bisogna apparire in televisione per essere popolari. L'arte vive anche di paradossi!

Tra i coreografi contemporanei della scena attuale a chi va il tuo plauso?
Mi piace e guardo con grande interesse Jiri Kylián, Nacho Duato, John Neumaier e altri nomi internazionali. Comunque parliamo di coreografi e non di passettari come li chiamano i romani, anche perché in giro ne vedo anche fin troppi appartenenti a questa "categoria"... portano in scena passi passi passi senza un briciolo di cultura, di storia, di stile e soprattutto dimenticando totalmente l'aspetto musicale.

Come definire la tua danza e la tua personalità artistica, caro Vittorio?
Sicuramente sono nato jazz ma ho lavorato talmente tanto sulla disciplina classica che assistendo alle mie coreografie si percepisce un sottile filo che lega questi due stili. Mi sono in qualche modo sentito l'erede di Robbins, perché dentro di me convive il jazz, arricchito da una forte componente religiosa.

Michele Olivieri

Mercoledì, 20 Marzo 2013
Pubblicato in Attori M - N

Michele Monetta, regista, attore e insegnante di Mimo Corporeo tecnica Decroux, Maschera e Commedia dell'Arte, Specializzato in Pedagogia Teatrale. Allievo del M° Etienne Decroux.
Docente di Maschera e Mimo Corporeo all'Accademia Nazionale d'Arte Drammatica Silvio d'Amico e all'Ecole Atelier Rudra di Maurice Béjart.
È presidente e co-direttore artistico insieme a Lina Salvatore di ICRA Project, Centro Internazionale di Ricerca sull'Attore. Il Centro nasce nel 1994 al fine di raccogliere, coordinare e sviluppare attività nel campo del teatro, della musica, della pedagogia nell'arte drammatica e dei linguaggi multimediali. Propone ed organizza festival, meetings, laboratori, corsi, videoforum, conferenze, dimostrazioni di lavoro, corsi di aggiornamento, produzioni teatrali e musicali.
Nel 1999 la sua opera si concretizza e promuove i settori: Scuola di Mimo Corporeo, Atelier di Commedia dell'Arte, Laboratorio Espressivo Dramma Arte, nonché la compagnia.

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