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Domenica, 30 Ottobre 2011
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QUELLO CHE PRENDE GLI SCHIAFFI

Un uomo vuol fuggire dalla società nella quale vive, dove tutto è dominato dall’egoismo, dall’indifferenza e dal denaro con cui tutto si compra, anche i sentimenti più puri. Diventerà un clown! Salirà su un palcoscenico da dove comincerà la sua nuova vita: potrà ridere del suo dolore e potrà gridare la sua ribellione. È un pazzo? No! È uno di quei rari uomini che sperano si possa costruire un mondo migliore. Un colpo di scena metterà fine al suo sogno, ma in noi resta la commossa gratitudine per tutti quelli che ancora credono a clown, domatrici di leoni, ballerine mute, ignobili seduttori, uomini sconfitti dalla vita, canzoni, dramma, farsa... ma dove siamo? Nel luogo dove, attraverso la finzione, si raccontano le verità della vita.

Domenica, 30 Ottobre 2011
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MALAMORE. ESERCIZI DI RESISTENZA AL DOLORE

Al centro dello spettacolo storie ordinarie e straordinarie di donne e del loro rapporto con gli uomini, perché “ci sarà pure una maniera per andare avanti”. In scena un’attrice, Lucrezia Lante della Rovere, capace di viaggiare tra i volti e i suoni di una narrazione multipla senza perdere di vista il senso di un racconto civile che parla al tempo presente senza deroghe o digressioni. A lei fa da controcanto la sensibilità di Vicky Schaetzinger, che al pianoforte trova tra le note altre suggestioni e altre storie.

«Le storie che ho raccolto sono scie luminose, stelle cadenti che illuminano a volte molto da lontano una grande domanda: cosa ci induce a non respingere, anzi, a convivere con la violenza? Perché sopporta chi sopporta, e come fa? Quanto è alta la posta in palio? Alcune soccombono, molte muoiono, moltissime dividono l’esistenza con una privata indicibile quotidiana penitenza. Alcune ce la fanno, qualche altra trova nell’accettazione del male le risorse per dire, per fare quel che altrimenti non avrebbe potuto. Grandissimi talenti sono sbocciati da uno sfregio. Altrettanto grandi sono stati spenti. Per mille che non hanno nome, una cambia il corso della storia. Sono, alla fine, gesti ordinari. Chiunque può capirlo misurandolo su di sé. Sono esercizi di resistenza al dolore».

Concita De Gregorio

Domenica, 30 Ottobre 2011
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LIMON DANCE COMPANY

José Limón è uno degli esponenti più luminosi e carismatici della modern dance. Tra gli Anni Trenta e gli Anni Sessanta ha entusiasmato il pubblico sia come interprete che come coreografo, trasformando il suo modo di danzare – elegante, fluido, vitale – in uno stile inconfondibile che i suoi danzatori e le sue danzatrici hanno preservato come eredità negli anni, un imprinting dato non solo dall’arte di Limón, ma anche dagli ideali di umanità che ha saputo trasmettere, dando alla sua danza un carattere etico che continua a parlarci ancora oggi.

La Limón Dance Company, fondata nel 1946 da José Limón e da Doris Humphrey, è l'eredità vivente della tecnica e della filosofia di movimento teatrale sviluppata da Limón, le cui opere innovative sono state riconosciute come grandi capolavori della danza americana. Ancora oggi, dopo oltre sessanta anni dalla sua fondazione, la Compagnia continua ad essere apprezzata nel mondo per la grande abilità tecnica e la ricchezza di sfumature espressive. I ballerini sono attualmente sotto la conduzione di Carla Maxwell, che ha lavorato in stretta collaborazione con Limón prima di diventare Direttore Artistico della Compagnia nel 1978. L'impegno nella produzione e presentazione di programmi contenenti sia opere classiche di danza moderna americana che opere commissionate a coreografi contemporanei ha dato vita negli anni ad un repertorio molto ampio ed affascinante, vero tratto distintivo di questa Compagnia ovunque applaudita nel mondo.

Domenica, 30 Ottobre 2011
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SEI PERSONAGGI IN CERCA D'AUTORE

«Chi non ha visto Sei personaggi? Chi non ne è rimasto sorpreso e affascinato la prima volta, e poi l’ha voluto rivedere e di nuovo l’emozione è tornata? Molte sono le edizioni proposte in questi ultimi anni. E perché allora riprenderlo? Il fatto è che solamente vedendolo e rivedendolo lo spettatore potrà cogliere il fondo della sua misteriosa teatralità. E poi ci sono i giovani, che non l’hanno mai visto. Non possiamo privarli di questa scoperta, se li vogliamo anche spettatori di domani. Sei personaggi è esploso negli anni Venti, ma è rimasto in vita per ogni generazione, e chiunque abbia scritto di teatro non ha potuto fare a meno in seguito di tenerne conto. Da parte mia posso dire di essere stato a lungo vicino a questo testo. Fui ‘’il Figlio’’ all’inizio della mia carriera, nella messa in scena con maschere curata da Gianfranco De Bosio. E poi lo misi in scena io negli anni Settanta e lo replicai a lungo recitando il ruolo del ‘’Padre’’. E ancora fui ‘’il Padre’’ negli anni Ottanta, quando chiamai Peppino Patroni Griffi per la regia, e Peppino ci fece ottenere un successo clamoroso, che si ripeteva ogni sera in tutti i teatri della penisola. Ecco: ricordando Peppino e il lavoro fatto da lui mi occuperò della nuova messa in scena, che voglio dedicare ai giovani. Vedendo per la prima volta Sei personaggi si sentiranno partecipi di una grande avventura teatrale».

Giulio Bosetti

(nota che Giulio Bosetti volle inserire nel programma di sala dello spettacolo al suo debutto al Teatro Carcano, nell’ottobre 2008, e che ben evidenzia la sua predilezione per questo testo, da lui interpretato in due acclamate messinscene, una prima volta, giovanissimo, nel ruolo del Figlio, e negli anni della maturità in quello del Padre).

Domenica, 30 Ottobre 2011
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LAVIA DICE LEOPARDI

«Le poesie di Leopardi sono talmente belle e profonde che basta pronunciarne il suono, non ci vuole altro. Da ragazzo volli impararle a memoria, per averle sempre con me. Da quel momento non ho mai smesso di dirle. Per me dire Leopardi a una platea significa vivere una straordinaria ed estenuante esperienza. Anche se per tutto il tempo dello spettacolo rimango praticamente immobile, ripercorrere quei versi e quel pensiero equivale per me a fare una maratona restando fermo sul posto».

Gabriele Lavia

Lavia «dice Leopardi»: dice, perché non legge né interpreta, ma riversa sul pubblico, in un modo assolutamente personale nella forma e nella sostanza, le più intense liriche leopardiane, da A Silvia a Passero solitario, dal Canto notturno di un pastore errante dell’Asia a La sera del dì di festa. Leopardi soggiornò a Pisa nove mesi fra il 1827 e il 1828, dove sembrò rinascere, e ritrovare un equilibrio che lo portò a stemperare di nuovo nella dolcezza dell’intuizione poetica il disincanto e l’amarezza delle Operette morali. L’attore e regista milanese vuole rendere omaggio al poeta, al suo soggiorno pisano, a quella sua nuova voglia di sondare la parola e il suono in un momento della sua esistenza che si tramutò in esaltante creatività artistica.

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