LONDRA https://www.sipario.it Thu, 12 Dec 2019 10:03:20 +0100 Joomla! - Open Source Content Management it-it (LONDRA). "Midnight Movie" di Eve Leigh, regia di Rachel Bagshaw. Il bosco digitale ed il lupo corporeo: nuovo tema e originale messinscena. -di Beatrice Tavecchio https://www.sipario.it/attualita/dal-mondo/londra/item/12930-londra-midnight-movie-di-eve-leigh-regia-di-rachel-bagshaw-il-bosco-digitale-ed-il-lupo-corporeo-nuovo-tema-e-originale-messinscena-di-beatrice-tavecchio.html https://www.sipario.it/attualita/dal-mondo/londra/item/12930-londra-midnight-movie-di-eve-leigh-regia-di-rachel-bagshaw-il-bosco-digitale-ed-il-lupo-corporeo-nuovo-tema-e-originale-messinscena-di-beatrice-tavecchio.html Nadia Nadarajah in

Il bosco digitale ed il lupo corporeo: nuovo tema e originale messinscena 
di Beatrice Tavecchio

Midnight Movie di Eve Leigh
Regia di Rachel Bagshaw
Con Nadia Nadarajah e Tom Penn
Royal Court Theatre, dal 27 novembre al 21 dicembre 2019

Ci sono spettacoli che un critico teatrale deve segnalare. Questo è un lavoro originale, inconsueto sia nella sostanza che nella forma, cioè nel contenuto e nella sua espressione visiva. Altamente efficace per il suo ritmo stringato e per la stretta connessione degli argomenti, splendidamente interpretato dai due attori.
Caratterizzato da una notevole indipendenza dalla tradizione o dall’esempio di altre scritture drammatiche, Midnight Movie parla del mondo digitale, dei computer, di chi li usa e di come li usa, dei pregi e dei pericoli dell’internet. Presenta questi temi seguendo un percorso discontinuo. Una serie di storie tronche di morti misteriose, di fantasmi, di miti esotici che si susseguono, narrate senza un collegamento logico, fino a rivelarsi al centro del lavoro messaggi elettronici scambiati da una disabile alle quattro del mattino, quando non riesce a dormire, col resto del mondo che come lei è sveglio e in rete. Da questo centro si dipana, esposta con straordinaria sincerità e volontà di farci partecipi, la visione dell’esistenza dal punto di vista del disabile. È un quadro dall’interno di cosa significhi materialmente, nel passato, nel presente, nel futuro, avere a che fare con un corpo in preda alla malattia, e di come il computer abbia il potere di dare un ‘corpo digitale’, una presenza materiale che sussiste dopo il presente, e che esisterà digitalmente nel futuro, per l’eternità; ‘un corpo digitale’ che va oltre il corpo malato, oltre il dolore, oltre le limitazioni corporali, che può andare in giro per il mondo, non solo con una, ma con qui due identità digitali. Le storie narrate prima, si mescolano ora a riferimenti di adescamenti sessuali, a giochi mortali di temerarietà, a provocazioni ed incitamenti ad azioni pericolose: rischiare di finire sotto un treno, tagliarsi, infierire sul proprio corpo per poter diventare qualcosa altro da quello che siamo.

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Eve Leigh quindi espone nella sua scrittura semplice ed essenziale le qualità entusiasmanti e positive che il computer offre ai disabili e non solo a loro, ma anche i rischi e i pericoli anche mortali a cui la rete ci espone. Appare l’immagine del bosco in cui Cappuccetto Rosso si addentra, il bosco digitale, e del Lupo, che come la malattia all’interno della casa/corpo, tutto divora. 

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L’attualità dei temi si sposa con la messinscena innovativa. Sempre partendo dall’esperienza del disabile e scritto per “chi ha un corpo inaffidabile”  -la regista Rachel Bagshow, la drammaturga Matilda Ibini e la scrittrice Eve Leigh “sono affette da condizioni che rendono loro difficile di andare fisicamente a teatro”- e in consonanza con il tema principale, i dialoghi sono scritti come al computer e proiettati come fossero sottotitoli sulle pareti della stanza da letto in cui è situata l’azione. Ma non linearmente. Le battute proiettate prendono corpo in diversi allineamenti in verticale o in orizzontale, a gradini, ora su una parete o porta ora sull’altra e in diverse dimensioni e caratteri, come a rappresentare anche l’emotività delle parole. In un certo senso funziona come un brano di poesia. Cosí che la scrittura digitale risulta attiva e partecipa al dialogo con gli attori. Di questi Nadia Nadarajah, che interpreta la disabile, è un personaggio muto e traduce le sue battute nel linguaggio dei segni. Pur avendo le mani occupate nel far questo, riesce a mimare col viso e col corpo passioni e frustrazioni con grande bravura. Tom Penn, l’attore che le fa da interlocutore e che rappresenta l’altro al computer e nel mondo, interpreta o i dialoghi di entrambi o  interpreta solo le proprie battute, lasciando agli spettatori il compito di leggere le parole della muta. Cosí che il dialogo sulla scena coinvolge anche lo spettatore, chiamato non solo a interpretare parole e segni degli attori, ma anche ad attivarsi e leggere come fosse lui stesso in rete.
Un esperimento teatrale quindi che riesce a unire le facoltà intellettive ed emotive che lo spettatore di solito usa per decifrare uno spettacolo- visive, acustiche, sensoriali, celebrali- con un’addizionale intensificazione delle sue capacità di lettura e comprensione.  Un altro passo avanti nell’attivazione dello spettatore a teatro.

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Dal Mondo Londra Tue, 10 Dec 2019 10:09:02 +0100
(LONDRA). "My Brilliant Friend" (L'amica geniale). Elena Ferrante in scena al National Theatre con le sue quattro Storie napoletane. -di Beatrice Tavecchio https://www.sipario.it/attualita/dal-mondo/londra/item/12905-londra-my-brilliant-friend-l-amica-geniale-elena-ferrante-in-scena-al-national-theatre-con-le-sue-quattro-storie-napoletane-di-beatrice-tavecchio.html https://www.sipario.it/attualita/dal-mondo/londra/item/12905-londra-my-brilliant-friend-l-amica-geniale-elena-ferrante-in-scena-al-national-theatre-con-le-sue-quattro-storie-napoletane-di-beatrice-tavecchio.html Niamh Cusack, Al Nedjari in

My Brilliant Friend (L'amica geniale). Elena Ferrante in scena al National Theatre con le sue quattro Storie napoletane
di Beatrice Tavecchio

My Brilliant Friend, Parts One and Two,
basato sulle Neapolitan Novels di Elena Ferrante, adattate da April De Angelis.
Regia di Melly Still, coreografie di Sarah Dowling.
Con Catherine McCormak (Lila Cerullo), Niamh Cusack (Lenù Greco), Al Nedjari (Donato Sarratore), Jonah Russell (Stefano Caracci), Ira Mandela Siobhan (Marcello Solara), Ben Turner (Nino Sarratore). National Theatre, dal 26 novembre 2019 al 22 febbraio 2020.

Il Rose Theatre di Kingston upon Thames, quartiere nel sud-ovest di Londra, ha superato i teatri italiani nel tempismo per una riduzione drammaturgica di tutti e quattro i volumi di Elena Ferrante : L'amica geniale, Storia del nuovo cognome, Storia di chi fugge e di chi resta, Storia della bambina perduta. My Brilliant Friend, prodotto e rappresentato al Rose Theatre con successo nel 2017, ha ora il posto d'onore nel cartellone del National Theatre, che lo co-produce con molti attori dello stesso cast.
Perchè questa scelta? L'attenzione del National per il teatro italiano era stata rivolta nei decenni passati ai lavori di Pirandello -Liolà (2013), I giganti della montagna (1993) -, di Eduardo De Filippo -Napoli milionaria (1991), La grande magia (1995)-, di Dario Fo -Morte accidentale di un anarchico (1990)- e di Franca Rame e Dario Fo -Tutta casa, letto e chiesa. Nel 2018 Sam Mendes (America Beauty) ha allestito per il National Theatre The Lehman Trilogy di Stefano Massini, che dopo un trasferimento a New York è ritornata nel 2019 al Piccadilly Theatre West End di Londra, ed aprirà a Broadway, Nederlander Theatre, New York dal marzo 2020.
Ora la scelta del National di rappresentare le Storie napoletane della Ferrante risponde alla richiesta di far sentire le istanze e i desideri femminili. Infatti insieme alla rivoluzione in corso nel teatro britannico per l'eliminazione delle barriere di colore, di genere e di etnicità nell'assegnazione delle parti agli attori, è sentita impellente la necessità di dar voce alle donne attraverso scritture di donne. Il teatro britannico annovera Sarah Kane (Blasted, Cleansed, 4.48 Psychosis) e Caryl Churchill (Top Girls, Serious Money, Escaped Alone), tra le più note drammaturghe e ce ne sono altre emergenti come debby tucker green (Ear for Eye), Ella Hickson (The Writer), Lola Arias (Minefields), Natalya Vorozhbit (Bad Roads), Katherine Soper (Wish List), Ella Hickson (Oil), ma ancora troppo poche. Elena Ferrante colma questo bisogno.
Ma veniamo allo spettacolo. Il taglio registico della regista Melly Still dà priorità come nei romanzi al legame di amicizia/gelosa competizione delle due protagoniste, Lila e Lenù per poi focalizzare attentamente sui temi femministi ritratti dalla Ferrante. Emergono il contrasto donna asservita e maschio dominante nel matrimonio tra Lila e Stefano; la difficoltà nel portare avanti una carriera, quando quella maschile è prioritaria e quella femminile è risucchiata dai figli, nella vita famigliare di Lenù e Pietro; illumina il piacere e lo 'schifo' delle relazioni sessuali dal punto di vista delle donne; la gioia dell'amore e il ribrezzo demoralizzante dell'essere traditi; la preziosità dell'amicizia e le spinte egoistiche verso la propria realizzazione.
Però manca nello spettacolo una chiara e persuasiva resa dello sfondo sociale del Rione napoletano. La piramide del potere dalla Camorra, agli usurai, ai bottegai, alla 'plebe', superbamente esposti dalla Ferrante ne L'amica geniale sono in My Brilliant Friend dipinti con immagini e personaggi forti, foschi, ma privi dei particolari che li renderebbero più comprensibili. Lo stesso accade per lo sfondo politico delle lotte studentesche e per il conflitto professori/studenti in seno alle università che accennate a grandi pennellate nell'originale, qui non risultano quasi. Confusa è inoltre la rappresentazione delle lotte all'interno delle fabbrica di salsicce dove lavora Lila, della contrapposizione studenti-operai e delle successive lotte tra fascisti e Sinistra così sapientemente ritratti nella Storia di chi fugge e di chi resta.
Ma come Melly Still ha reso sulla scena la saga che la Ferrante racconta in circa mille seicento pagine, in due spettacoli, Parts One and Two, di due ore e quarantacinque minuti ciascuna, incluso intervallo?
La difficoltà maggiore, quella della coesione di un argomento così ampio, è con perizia superata con l'inserimento di rimandi, come la Ferrante stessa ha fatto, ma che sono nello spettacolo ancor più numerosi e stringano le quattro storie assieme. La regista mette il ritrovamento delle due bambole, in Ferrante alla fine della saga, come apertura della Part One e ripresenta l'immagine di Lenù con le due bambole varie volte nei due Parti. Ricorre anche la scena della morte violenta di Don Achille, buttato nella botola del palcoscenico dove erano già finite la bambole, così come a intervalli regolari appare l'usuraia moglie di Don Achille, fiancheggiata dai camorristi Solara, splendidamente ritratta nel suo disprezzo ed arroganza sia dalle fattezze che dall'incedere. L'andamento del lavoro a flussi e reflussi è accresciuto a tratti dall'avanzamento di un evento del racconto, rappresentato in una scena, che poi rimbalza al punto dove la storia prima era stata spezzata. Anche questo è un meccanismo usato dalla Ferrante per esempio all'inizio de L'amica geniale, ma che qui è utilizzato varie volte per evitare la monotonia e aumentare l'aspettativa del pubblico. Ma la struttura più creativa da parte della regista è la visualizzazione in scene dei reconditi desideri dei personaggi e la ricomposizione della realtà subito dopo. La rabbia e l'umiliazione di Lila esplodono nella scena del matrimonio quando scopre che Stefano che ha appena sposato, ha dato le scarpe, che lei ha ideato e cucito, al camorrista Solara. Nel suo abito nuziale stacca di forza, contorcendolo, l'avambraccio del marito, mentre Lenù toglie con le unghie gli occhi a Marcello Solara. Braccio staccato, occhi divelti, vestito bianco imbrattato di sangue, mani e visi insanguinati sono in bella vista sul palco. Pausa e poi la musica e la risata degli invitati allo sposalizio ritorna, i corpi si rialzano e si ricompongono ancora sanguinolenti nella scena che chiude il primo atto di Part One.
Le scene sessuali sono messe in scena esplicitamente ma senza esagerazioni, senza improprie e artificiose marcature, nella loro naturalezza, sia quando ritraggono il piacere che quando sono dipinte nella loro violenza.
La scenografia è spoglia: nella buca enorme del palco dell'Olivier solo quattro scale, due a un piano, le altre alte il doppio, che combinate possono dare l'impressione di case, del tunnel della ferrovia, di un pontile a Ischia, della fabbrica di salsicce. Soprattutto offrono agli attori lo scopo si salirle e scenderle, dando movimento alla scena. Logicamente l'intento è di riversare tutta l'attenzione del pubblico sugli attori stessi e sul loro ruolo. Tra le interpretazioni spicca quella ineccepibile di Catherine McCormack per Lila in Part One. Anche fisicamente, elegantemente snella, incarna l'ideale Lila del romanzo. I tratti facciali, il portamento, la voce sferzante richiamano il personaggio del libro. Comanda la scena imponendo con forza la personalità del personaggio. Non ci possono essere dubbi. Lila deve essere così. A suo confronto in questa Part One la Lenù di Niamh Cusack sembra incerta del suo personaggio, ma a poco a poco, specie dalla scena in cui è 'sverginizzata', lei consenziente, e poi sempre più nella sua storia d'amore con Nino e nella presa di coscienza del suo valore di scrittrice, nella Part Two diventa il personaggio prevalente. Così che il personaggio di Lenù, l'amica geniale del titolo, così insicuro, pieno di dubbi sulle proprie capacità, geloso, a volte egoista e terribilmente introspettivo, si trova a poco a poco ben calzato dalla interpretazione della Cusack, nonostante la difficoltà posta dalla complessa personalità della Lenù di Elena Ferrante.
Gli altri personaggi del rione, velocemente e sommariamente caratterizzati, hanno funzione di coro, mentre Stefano, Pietro, Nino e i Solara sono più scolpiti e aderenti agli originali. Diversamente la madre di Lenù è riconoscibile come popolana anglosassone, e non italiana. Uno stridente accorgimento registico quello di inserire un elemento sociale più decifrabile per il pubblico britannico.
I movimenti coreografici dei ventiquattro attori suppliscono all'essenzialità della scheletrica scena e l'accendono di grida, di musiche: 'Lazzarella', rock and roll, Rita Pavone, e di danze. Bello l'uso di marionette e marionettisti di Toby Olié (War Horse, Pinocchio) a simulare Lila gettata dalla finestra dal padre, attraverso il suo grambiulone portato dai marionettisti dalla finestra a terra, da dove Lila attrice si rialza; o i pupazzi animati di Tina e Imma, le figlie di Lila e Linù; così come animate erano state le simboliche bambole. Non manca nello spettacolo l'elemento comico, rappresentato dai figli di Lenù che, impersonati da attori maturi, sono vestiti e si atteggiano a infanti.
La bontà dei costumi varia: grembiuloni per le protagoniste o vestiti 'italiani' di varia bontà, mentre i costumi da bagno e prendisole anni Cinquanta sono favolosi.
Nel complesso lo spettacolo, pur con un ritmo troppo veloce a discapito della chiarezza nel primo atto di Part One, a poco a poco, si rafforza, per essere nella Part Two, decisamente brillante.

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Dal Mondo Londra Mon, 02 Dec 2019 11:17:58 +0100
(LONDRA). Il futuro del teatro in UK: cambiamenti nel curriculum scolastico, problemi e conclusioni. -di Beatrice Tavecchio https://www.sipario.it/attualita/dal-mondo/londra/item/12514-londra-il-futuro-del-teatro-in-uk-cambiamenti-nel-curriculum-scolastico-problemi-e-conclusioni-di-beatrice-tavecchio.html https://www.sipario.it/attualita/dal-mondo/londra/item/12514-londra-il-futuro-del-teatro-in-uk-cambiamenti-nel-curriculum-scolastico-problemi-e-conclusioni-di-beatrice-tavecchio.html (LONDRA). Il futuro del teatro in UK: cambiamenti nel curriculum scolastico, problemi e conclusioni. -di Beatrice Tavecchio

Il futuro del teatro in UK: cambiamenti nel curriculum scolastico, problemi e conclusioni.

di Beatrice Tavecchio

L'industria teatrale inglese teme che, venendo meno la catena di incoraggiamento e di opportunità creata dall'obbligatorietà del Theatre come materia scolastica, diminuisca quella riserva prestigiosa di talenti che hanno reso eminente il suo teatro nel mondo.

Come già illustrato, l'industria delle arti creative in Gran Bretagna contribuisce in misura eccellente all'economia del Paese. (Sipario,12 dicembre 2016)
La sua importanza e la sua crescita sono da ricercarsi non solo nel fatto che il maggior rappresentante della cultura inglese William Shakespeare era un drammaturgo e che le sue opere sono studiate obbligatoriamente da tutti gli scolari, ma anche perché Theatre (Scienze dello Spettacolo) insieme ad altre materie artistiche come Disegno e Arte, era una delle scelte obbligatorie nel curriculum scolastico secondario tra i 14 e i 16 anni, che culmina con esami statali di GCSE, cioè di General Certificate of Secondary Education.
Ora nel 2010 l'allora Ministro dell'Educazione Michael Gove aveva scelto di privilegiare su altri percorsi scolastici quello che su modello francese si chiama l'English Baccalaureate (EBacc). Attualmente il governo prevede che il 90% degli studenti per il 2025 farà questo tipo di esame.
L'EBacc obbliga la scelta di sette materie: Inglese Lingua, Inglese Letteratura, Matematica, Scienze che riunisce Fisica, Chimica, Biologia e vale per due materie, Lingua Straniera, Storia oppure Geografia. Le Arti Creative, in precedenza tra le materie da studiare, sono ora al di fuori della obbligatorietà per i GCSE, anche se sono ancora obbligatorie nel curriculum delle scuole primarie e secondarie fino ai 14 anni.
Le ripercussioni di questa scelta ministeriale sull'industria teatrale si stanno facendo sentire.
Nonostante Nick Gibb, il ministro degli Standard Scolastici, asserisca che le cifre indicano una "generale stabilità" nella scelta delle materie artistiche, il Comitato di Sistema Digitale, Cultura, Multimedia e Sport, formato da ministri di vari partiti, chiede (maggio 2019) al governo di spiegare le ragioni per cui nega la diminuzione delle materie artistiche nelle scuole quando molte organizzazioni culturali sostengono il contrario. Queste asseriscono infatti un calo del 35% nella scelta di materie artistiche tra cui Theatre tra il 2010 e il 2018, con una diminuzione del 10% solo tra il 2017 e il 2018, secondo la Cultural Learning Alliance.
Il Comitato interministeriale consiglia che le Arti siano ristabilite tra le materie obbligatorie per l'EBacc come già raccomandato nella loro inchiesta 'Live Music' dello scorso febbraio e dal Comitato precedente nel 2013.
L'indagine 'Live Music' denunciava il nuovo curriculum per l'effetto "devastante" sull'educazione musicale (Music) nelle scuole. L'esempio della Bingley Grammar School nel West Yorkshire che offriva il GCSE in Music per cinque sterline la settimana al di fuori dell'orario scolastico, aveva fatto insorgere la Incorporated Society of Musicians e il produttore-musicista-paroliere Lloyd Webber con l'affermazione che "le Arti devono essere insegnate gratis" e che "non devono essere riservate a solo chi le può pagare".
L'affermazione che il nuovo curriculum avrà conseguenze maggiori nelle aree più socialmente svantaggiate trova supporto nel fatto che contro la media di 8,6 GCSE per alunno nel 2016, il 23% di studenti ha dato solo i sette GCSE obbligatori. Quindi principalmente nelle zone povere e nelle scuole statali, quasi un quarto della popolazione scolastica dell'EBacc non porta nessuna materia artistica agli esami, tracciando una sottile linea di demarcazione tra i giovani delle ricche scuole private e quelli provenienti da famiglie a basso reddito.
I tagli finanziari alle scuole e le costrizioni del tempo e degli insegnanti a disposizione hanno avuto un impatto sulle visite scolastiche al teatro shakespeariano Globe calate del 7% lo scorso anno. I teatri si lamentano che i sussidi statali dati per portare gli alunni a teatro non sono più sufficienti, tanto che le famiglie in alcuni casi devono ora contribuire alle spese di viaggio. Per cui il National Theatre ha iniziato a portare le sue produzioni direttamente nelle aule scolastiche in modo da garantire ai giovani l'accesso al teatro dal vivo.
L'industria teatrale inglese teme che, venendo meno la catena di incoraggiamento e di opportunità creata dall'obbligatorietà del Theatre come materia scolastica, diminuisca quella riserva prestigiosa di talenti che hanno reso eminente il suo teatro nel mondo.
Direi che come conseguenza futura si potrebbe anche ipotizzare una perdita di introiti dovuta ad una minore affluenza teatrale di un pubblico che non è stato coltivato in questa disciplina e che il teatro difficilmente riuscirà a interessare un pubblico più vasto di quello che ora va a teatro, un pubblico borghese eminentemente bianco, come trovato dal Rapporto della Warwick Commission 2015.
Andrea Schleicher a capo del Programma per International Student Assessment alla Intergovernamental Economic Organization DELD ha riferito alla Commissione parlamentare che le restrizioni del curriculum in UK con l'esclusione della creatività potrebbero preparare di meno i giovani per le richieste del futuro. "Le scuole inglesi di solito giudicano le arti inferiori alla conoscenza e focalizzano su funzioni tradizionali come la memorizzazione di dati, facili da insegnare ed esaminare. Ma sono precisamente questi che sono facili da digitalizzare". "Il mondo moderno non ti ricompensa per quello che sai, ma per quello che sai fare con quello che conosci".

Mi sembra evidente che la lezione da apprendere da questo stato di cose per una corretta strategia teatrale in Italia ed in altri Paesi sia: 1) che l'industria teatrale va coltivata, 2) che finanziariamente potrebbe essere così remunerativa come il turismo che dopo decenni di incuria si è rivelato una fonte di rendita economica importante, 3) che come il turismo e maggiormente, il teatro è fonte di cultura e di inclusione e come tale è da promuovere per il nostro bene futuro.

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Dal Mondo Londra Wed, 29 May 2019 09:02:13 +0200
(LONDRA). "Three Sisters", regia Rebecca Frecknall - Mai modernizzare a metà: la modernizzazione a teatro.. -di Beatrice Tavecchio https://www.sipario.it/attualita/dal-mondo/londra/item/12513-londra-three-sisters-regia-rebecca-frecknall-mai-modernizzare-a-meta-la-modernizzazione-a-teatro-di-beatrice-tavecchio.html https://www.sipario.it/attualita/dal-mondo/londra/item/12513-londra-three-sisters-regia-rebecca-frecknall-mai-modernizzare-a-meta-la-modernizzazione-a-teatro-di-beatrice-tavecchio.html

Mai modernizzare a metà: la modernizzazione a teatro.

di Beatrice Tavecchio

Three Sisters (Tre Sorelle) di Anton Chekhov, nella versione di Cordelia Lynn, regia di Rebecca Frecknall. Con Patsy Ferran (Olga), Pearl Chanda (Masha), Ria Zmitrowicz (Irina), Andrey (Freddie Meredith), Allan Williams (Chebutikyn), Peter McDonald (Vershinin).

Le tre sorelle è un dramma difficile da mettere in scena perché il tema principale, il suo personaggio nascosto, l'invitato di pietra, che tutto invade e informa è la noia, a cui fanno da contrappunto i pensieri filosofici dei vari personaggi sul significato della vita, sul come viverla, in cui il lavoro viene proposto come cura, e sul futuro delle prossime generazioni. Questo che presenta le preoccupazioni esistenziali di Cechov, scritto nel 1900, tre anni prima de Il giardino dei ciliegi, è un dramma molto più comprensibile nel suo contesto storico: prima delle rivoluzioni del 1905 e del 1917, ma già agitato da quelle aspirazioni di cambiamento che li presagirono. La classe media fatta di ufficiali dell'esercito e di professionisti come il dottor Chebutikin, il professore di ginnasio Kuligin, la sorella maggiore Olga che diventerà preside di una scuola e la sorella minore Irina che si darà all'insegnamento, insieme ad un unico rappresentante della piccola nobiltà il barone Tuzenbach, è messa al centro dell'analisi del drammaturgo. L'incapacità di questa classe di uscire dalla vita provinciale, dalla noia della loro esistenza, impersonata dal richiamo sospirato, dall'aspirazione di tornare a Mosca, trova espressione drammaturgica e pessimistica conclusione nel disfacimento progressivo dei personaggi i cui sogni si dissolvono come la stessa casa in cui vivono.
Three Sisters all'Almeida vorrebbe modernizzare il dramma, ma soffre di disequilibri di registro nei vari personaggi. A una Masha (Pearl Chanda) moderna nel suo portamento ed espressione vocale, fa eco una Olga -la bravissima Patsy Ferran famosa per la sua interpretazione in Summer and Smoke di Tennessee Williams (Sipario, marzo 2018 )- in carattere primo novecento, naturalistica e realistica.
All'interno di questi due registri, contemporaneo e primo novecento, anche l'interpretazione stessa degli attori contribuisce a marcare il senso di non approfondito. Il colonnello Vershinin (Peter McDonald), di cui s'innamora Masha, è talmente insipido da non rendere credibile il colpo di fulmine che abbaglia questa sorella. Inoltre, anche se da lodare è l'iniziativa dell'Almeida di dare spazio ed opportunità ai giovani, alcuni attori che sono alle prime armi sembrano incarnare di più la loro personalità di quella dei personaggi di Cechov, mentre altri tra cui Alan Williams (il dottor Chebutikin), la Ferran (Olga) e Freddie Meredith (il fratello Andrey), sono invece portanti e da ammirare.

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Il problema principale, quello per cui questo spettacolo fa acqua, è la mancanza di un fermo contesto. Modernizzare questo dramma richiede di trovare un contesto equivalente e moderno in cui questi personaggi possano sembrare/essere plausibili ed una società annoiata, ma in balia di ripensamenti sul proprio esistere e sul come esistere. In Uk potrebbe essere l'enorme noia delle classi abbienti nei sobborghi ed in provincia, mentre per l'Italia Moravia e la borghesia romana vengono alla mente. Senza un contesto che dia fondamento ad una società credibile, il pubblico, nonostante tutte le buone intenzioni di "sospensione della credibilità" non potrà mai essere catturato dallo spettacolo.

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Dal Mondo Londra Wed, 29 May 2019 07:14:08 +0200
(LONDRA). "Small Island", regia Rufus Norris - Small Island è un successo immancabile. -di Beatrice Tavecchio https://www.sipario.it/attualita/dal-mondo/londra/item/12512-londra-small-island-regia-rufus-norris-small-island-e-un-successo-immancabile-di-beatrice-tavecchio.html https://www.sipario.it/attualita/dal-mondo/londra/item/12512-londra-small-island-regia-rufus-norris-small-island-e-un-successo-immancabile-di-beatrice-tavecchio.html Leah Harvey, Andrew Rothney e Gershwyn Eustache Jnr in

Small Island (Piccola isola) di Andrea Levy. Regia di Rufus Norris, costumi e scenografia di Katrina Lindsay, proiezioni di Jon Driscoll, coreografia di Coral Messam. Con Leah Harvey (Hortense), Aisling Loftus (Queenie), Gershwyn Eustache Jnr (Gilbert), CJ Beckford (Michael), Andrew Rothney (Bernard). Olivier Theatre al Royal National Theatre fino al 10 agosto 2019.

di Beatrice Tavecchio

Small Island è un successo immancabile. E' uno spettacolo che attesta la superiorità del teatro dal vivo sul cinema. Perché e come?

Le ragioni sono plurime e non solo tecniche oppure umane. Questo lavoro dimostra le possibilità del mezzo teatrale perché combina l'eccellenza umana e quella tecnica in un formato unico e indivisibile. Il teatro come nessun altro mass media lavora in stretto contatto con il pubblico, a sua portata di voce, di sudore, di lacrime, di riso, di tutte le emozioni che dai personaggi si ripercuotono sullo spettatore, suscitando quel sentimento di 'simpatia', inteso come connessione, che abbiamo nel nostro DNA. Se a questa presenza tridimensionale e in uno spazio fisicamente comune allo spettatore e agli attori, -diversamente dall'esperienza cinematografica che parla per immagini materialmente distanti e bidimensionali-, si aggiungono le meraviglie tecniche, apprese dal cinema e dalle altre arti, si ha un insieme come in Small Island incredibilmente potente e stimolante.

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Se tutto questo fosse solo spurio intrattenimento non riuscirebbe a suscitare il durevole interesse del pubblico, se mancasse cioè un testo valido, il terzo vitale componente della drammaturgia. E Small Island, scritto dalla scrittrice Andrea Levy nel 2004, coronato dal premio Orange Prize for Fiction, la Whitbread Book of the Year Award e il Commonwealth Writer's Prize, nella riduzione teatrale della stimata ed affermata Helen Edmundson, ha tutte le carte in regola. Tratta un tema contemporaneo, quello dell'integrazione razziale, in un momento in cui il Regno Unito ed i suoi ministri sono ancora nell'occhio del ciclone per aver cercato di deportare migliaia di persone invitate a venire dai Caraibi ad aiutare la Madre Patria durante l'ultimo conflitto mondiale ed a contribuire alla Ricostruzione nel dopoguerra, chiedendo documenti impossibili da ritrovare, togliendo passaporti, permessi di lavoro, sussidi e perfino il diritto di accesso al sistema sanitario. Lo scandalo della Generazione Windrush, dal nome della nave che nel 1948, aveva portato questi immigranti dai Caraibi in Inghilterra, fece dimettere il ministro dell'interno Angela Rudd nel 2018, ma il problema non è ancora stato interamente risolto. Intolleranze razziali fermentano ancora sotto la superficie e riguardano tutte le minoranze. La questione della minima rappresentanza delle minoranze in tutte le posizioni che contano e anche nel teatro a livello attoriale e tecnico, è una preoccupazione presente.
All'attualità del tema, si unisce la bontà della storia che l'illustra. Questa segue temporalmente le vite di due donne Hortense, giamaicana, maestra, compassata e formale, più inglese degli inglesi, nutrita di Dickens e di Wordsworth in Giamaica colonia di sua maestà Re Giorgio VI, e Queenie, bionda inglese, figlia di macellai del Linconshire, senza inibizioni di razza, che ospita anche i "neri" nella Londra del dopoguerra per far quadrare il bilancio. Alle donne fanno da contrappunto i loro futuri compagni, Gilbert, Michael e Bernard, di cui si seguono le vicende durante la guerra. Gilbert giamaicano, volontario nella RAF, scopre la stretta segregazione di bianchi e neri nelle truppe americane stanziate in Gran Bretagna, ma anche l'incredulità degli inglesi nel trovarsi di fronte visi diversi ed il loro ostracismo. Al razzismo immotivato rappresentato dai vicini di casa di Queenie, fa da contrappeso durante tutto il lavoro il credo di Hortense e Gilbert di essere inglesi, la loro indomita fiducia nella Madre Patria, il loro senso di dignità e di onore.
La caratterizzazione dei personaggi è precisa sia nei tre principali che nei personaggi minori. La coralità dei quaranta attori in scena costruisce il contesto della società giamaicana o inglese. L'interpretazione di tutti gli attori è ineccepibile, ma la bravura di Leah Harvey nel delineare la cocciutaggine d'intendimento e di buone maniere, insieme alla cattiveria, ma anche al senso del ridicolo di Hortense; di Gershwyn Eustache Jnr nel rappresentare il buon umore ed il senso di dignità di Gilbert, di Aisling Loftus che calza il personaggio di Queenie così strettamente da sembrare inseparabile: la perspicacia, la forza di carattere che ricordano la tenacia delle donne durante la guerra e la ricostruzione.

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La caratterizzazione non si avvale solo di espressioni del viso, ma investe il corpo degli attori, che lo usano espressivamente come nella cultura giamaicana. I costumi sottolineano la personalità dei personaggi, ben tagliati e decorosi per Hortense, con un tripudio di colori per la sua amica giamaicana Celia, eleganti quelli di Michael e Gilbert.
Il tutto è animato da una coreografia quasi continua circolare in senso orario e antiorario lungo il perimetro dell'immensa bocca del palcoscenico dell'Olivier Theatre. La scenografia trionfa con il curvo schermo del ciclorama sul fondo della scena, che si apre per rivelare un altro schermo rettangolare che ruotando può diventare altro. Altri arredi scenografici sono usati, ma solo espressivamente, per suggerire una scala, delle scale per suggerire una casa, un divanetto ed una sedia per suggerire un ambiente. Così che lo spazio illimitato della scena, invece di essere ingombrato e perciò ristretto dalla scenografia è lasciato aperto per glorificare le foto in bianco e nero del periodo storico -la carta geografica delle Indie occidentali, il villaggio inglese- o per esempio, per essere intriso dei colori del sole al tramonto in Giamaica. Mai il ciclorama rimane senza immagini o senza colore. Quando alla fine del primo atto un telone enorme tipo vela viene tirato a coprire il ciclorama e la foto in bianco e nero della poppa della nave Empire Windrush viene proiettata, mentre un alito di vento fa curvare la poppa della nave proiettata verso il pubblico, e quando dalla scaletta nascosta dal velo ma in silhouette per il pubblico, gli attori e Gilbert salgono a salutare Hortense che rimane sulla banchina, l'impressione è tale da superare per effetto qualsiasi proiezione cinematografica.
Rufus Norris, direttore artistico del National Theatre, dà qui una delle sue migliori regie impartendo allo spettacolo un ritmo trascinante, a volte turbinoso e a volte calmo, ma sempre in movimento come le onde dell'oceano che gli immigranti hanno attraversato.

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Dal Mondo Londra Wed, 29 May 2019 06:56:49 +0200
(LONDRA). "Follies", regia Dominic Cooke - Splendore e nostalgia nel musical Follies di Sondheim. -di Beatrice Tavecchio https://www.sipario.it/attualita/dal-mondo/londra/item/12304-londra-follies-regia-dominic-cooke-splendore-e-nostalgia-nel-musical-follies-di-sondheim-di-beatrice-tavecchio.html https://www.sipario.it/attualita/dal-mondo/londra/item/12304-londra-follies-regia-dominic-cooke-splendore-e-nostalgia-nel-musical-follies-di-sondheim-di-beatrice-tavecchio.html “Follies” 2019 National Theatre. Foto Johan Persson

Splendore e nostalgia nel musical Follies di Sondheim.

Follies, musica e liriche di Stephen Sondheim, libretto di James Goldman. Regia di Dominic Cooke, scenografie di Vicki Mortimer, coreografie di Bill Deamer. Con Joanna Riding (Sally), Janie Dee (Phyllis), Alexander Hanson (Ben), Peter Forbes (Buddy), Clare Moore (Hattie), Tracie Bennett (Carlotta). Londra, National Theatre, dal 22 febbraio all'11 maggio 2019.

di Beatrice Tavecchio

Impeccabile coreografia, costumi da favola, una compagnia di 40 interpreti, un'orchestra sul palco di 21 musicisti, ritmi musicali innovativi, Follies incanta per il suo splendore e la sua spettacolarità, ma la storia che racconta - libretto e liriche- è legata alla sua epoca.
Il musical rappresentato a New York nel 1971, mette in scena una festa di riunione delle attempate ex Follies, le ballerine del mitico imprenditore Weismann, per celebrare le glorie passate in vista della demolizione del loro iconico teatro. Due coppie, Sally e Buddy e Phyllis e Ben, si trovano a rivangare il loro passato amoroso, tra nostalgie e rimpianti.

Follies, che dopo il tutto esaurito ritorna ora al National, è stato premiato con il premio 'Olivier Award' per il migliore revival di un musical nel 2018 e e deve una buona parte di questo successo ad un'idea geniale del regista Dominic Cooke (Ma Rainey's Black Bottom, vedi recensione su 'Sipario'). La dualità dei personaggi, già implicita nell'originale, viene da lui resa visibile sulla scena mettendo accanto ad ogni interprete il suo doppio in versione giovanile. Così che il musical acquista nuova energia per la presenza delle giovani Follies e la scena si anima per i movimenti a specchio tra i personaggi di diverse età ed i numeri cantati di spezzano e si riannodano nella resa a due voci.

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Follies (1971) segue cronologicamente il musical Company [vedi recensione su 'Sipario'] del 1970, e si situa dopo i successi di West Side Story del 1957 e A Funny Thing Happened on the Way to the Forum del 1962.
Sondheim viene riconosciuto come un innovatore del genere musical che prima di lui era più legato al vaudeville coi suoi numeri inconseguenti. Sondheim introdusse la storia con uno sviluppo logico o come in Company lo svolgersi di un'idea: se sia bene o no maritarsi. In Follies riprende invece l'immagine della riunione di The Girls Upstairs che con Goldman aveva tentato di scrivere negli anni Cinquanta e mette in scena le mitiche Ziegfeld Follies degli anni Venti, bellezze al bagno che l'imprenditore Ziegfeld faceva scendere da lunghe scalinate esibendo le nude gambe tra uno svolazzo di piume di struzzo e danze coreografiche.
Ora Follies sembra essere incatenato a queste due visioni, da una parte ai numeri del vaudeville anni Venti, dall'altra allo svolgersi della storia nostalgica/ romantica tra le due coppie, senza veramente trovare una soluzione di continuità tra i due filoni.
Ma alla fine un musical vale per la resa canora e interpretativa delle sue liriche e per il suo spartito musicale ed in questo Sondheim è maestro, specie nei suoi ritmi spezzati e incalzanti. Le liriche Broadway Baby, cantato da Claire Moore, I'm Still Here reso da Tracie Bennett, ma soprattutto The Right Girl interpretato da Peter Forbes e Could I Leave You di Janie Dee, sono state eccellenti. Inoltre il successo di questi due ultimi artisti si deve anche alla loro ironica interpretazione che fa l'occhiolino alla capacità di intendere del pubblico.
La scenografia, già grandiosa per la ricostruzione del decrepito teatro con scale antincendio a vista usate al posto delle 'scalinate', è resa sontuosa dai favolosi abiti e dagli splendidi cappelli. Aggiungiamo al tutto gli impeccabili movimenti coreografici e dei balletti e delle azioni a specchio, ed abbiamo la ragione del premio per il miglior musical e la misura della capacità professionale del National Theatre.

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Dal Mondo Londra Sat, 09 Mar 2019 09:42:41 +0100
(LONDRA). "Shipwreck", regia Rupert Goold - Teatro politico: un dibattito americano su Donald J. Trump e la questione della razza. -di Beatrice Tavecchio https://www.sipario.it/attualita/dal-mondo/londra/item/12303-londra-shipwreck-regia-rupert-goold-teatro-politico-un-dibattito-americano-su-donald-j-trump-e-la-questione-della-razza-di-beatrice-tavecchio.html https://www.sipario.it/attualita/dal-mondo/londra/item/12303-londra-shipwreck-regia-rupert-goold-teatro-politico-un-dibattito-americano-su-donald-j-trump-e-la-questione-della-razza-di-beatrice-tavecchio.html “Shipwreck” all’Almeida. Khalid Abdalla (James Comey) e Elliot Cowan (Donald J Trump). Foto Marc Brenner

Teatro politico: un dibattito americano su Donald J. Trump e la questione della razza.

Shipwreck (Naufragio) di Anne Washburn. Regia di Rupert Goold. Scenografia di Miriam Buether. Con Khalid Abdalla ( Yusuf/ James Comey), Fisayo Akinade ( Mark/ George W. Bush) e Elliot Cowan (Jim/Donald Trump).
All'Almeida Theatre di Londra dal 11 febbraio al 30 marzo 2019.

di Beatrice Tavecchio

Prima mondiale di Shipwreck a Londra e prima mondiale di una drammaturgia sull'attuale Presidente USA, Donald J. Trump. Senza circonvoluzioni di parole, ma nominandolo per nome e cognome. Senza allusioni, ma direttamente. Ironicamente e sarcasticamente.

Anne Washburn è una drammaturga americana, nota per Mr Burns, rappresentato nel 2014 all'Almeida theatre per la regia di Robert Icke e The Twilight Zone sempre all'Almeida per la regia di Richard Jones nel 2017.
Mr Burns acclamato dalla critica, è una ironica parodia che dipinge l'emergere di una apocalittica cultura tra i sopravvissuti di un disastro nucleare costruita sul dire e ridire battute dell'episodio Feare de The Simpsons. The Twilight Zone è la scrittura scenica di alcuni episodi di un programma televisivo americano controverso, che invece divise di più la critica e che per Anne Washburn "ti situa [lo spettatore] in una spaventosa alienazione [...] che è parte della struttura psicologica di ciò che è essere americani".
Alla vittoria elettorale di Trump la Washburn dice di aver risposto con la decisione di studiare il greco, per rendere omaggio alla culla della democrazia. Negata alle lingue, ha prodotto però adattamenti dell'Oresteia di Eschilo e di Efigenia in Aulide di Euripide.

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La missione che la drammaturga si è data con Shipwreck, è la risposta alla domanda se fosse possibile scrivere su un argomento contemporaneo ancora in corso. Il dibattito dei suoi personaggi contro la massima che 'l'Arte non è utile' considera se i Drammi Storici shakespeariani si riferissero ad eventi e percezioni in corso pur parlando del passato; nota il ruolo limitante della censura, il ricorso all'allusione per circuirla, riferisce ai lavori di Euripide come esempio di libertà di dibattito del presente nella società democratica ateniese. In un'intervista la drammaturga aveva asserito che il teatro politico sul presente è per sua natura irrimediabilmente legato ad esso e quindi mortale. "Prego Dio che il mio lavoro su Trump non sia rilevante tra tre anni" dice, con una stoccata all'amministrazione Trump. Che ricorda quanto Dario Fo all'inizio degli anni Settanta aveva detto del suo teatro politico: "un teatro da buttare" nel senso di breve durata.
Lo schema di riferimento culturale di Anne Washburn sono i film e gli attori americani,- uno dei personaggi arriva persino a chiedersi se il senso di moralità degli americani sia un prodotto di Hollywood- i personaggi ed i programmi televisivi, in generale la 'cultura' pop americana, ed inoltre il contesto di vita, le salsicce da mangiare con la senape e non colla salsa ketchup e bere il caffè e non il tè " abbiamo fatto una rivoluzione per il tè".

Shipwreck presenta un dibattito a volte ironico, a volte parodico, a volte strettamente razionale, ma sempre americano. Essenzialmente, anche se con vari rigiri, tocca due questioni. La prima su come si sia arrivati alla vittoria elettorale di Trump, con un crescendo drammatico nell'incontro-scontro di Trump coll'ex presidente repubblicano George W. Bush, e susseguentemente con James Comey, ex capo del FBI. Inframezzato a questo primo, il secondo tema del dibattito verte sulla questione della razza: la sua storia, il suo significato, se ancora esiste, se è diventata altro: "qualcosa perpetrato nei secoli...solo una logica estensione del sistema di classe. [...] un' iper satura categoria di classe [...] ma è anche razza". Una questione "che non si può impacchettare e mettere via, ma che persiste nell'aria".
I due temi, Trump e razza, si interrompono e a volte si dilungano oltre alla capacità di attenzione degli spettatori, ma, come dice Yusuf il protagonista del tema razziale a proposito della sua storia: "Mi ci sono trovato per caso [nella storia di Trump]. A volte mi sembra che mi dia una distanza che mi aiuta a capire meglio."
E torniamo a Trump.
Sono le due scene a cui riferivo sopra ad essere drammaticamente e visivamente le più irriverenti. George W. Bush va da Trump per chiedergli di appoggiarlo - "not to beat about the bush" (senza preamboli) parafrasando ironicamente il cognome del presidente Bush- nella sua guerra in Iraq, cosa che Trump rifiuta: "sono solo un muratore" ed alla fine muovendosi come su un ring Trump e Bush si arrotolano le maniche della camicia pronti a fare a pugni per la presidenza.
L'incontro Trump-Comey è ancora più surreale. Trump è ora un imperatore romano -Caligola o il Giulio Cesare delle Tragedie shakespeariane?- in slip rosso, con mantello di velluto rosso con strascico, portato con noncuranza sul corpo tralucente di pittura dorata, con parrucca gialla e mezza maschera facciale con un occhio di vetro alla Joe Orton e alla Dario Fo. Trump commenta: "Come mi ha detto George Clooney faccio diventare vere le fantasie". E parlando degli elettori: "Li ho resi visibili. Ho usato l'oro per farlo. Non per darmi arie, ma per celebrare (...) tutti sono importanti quando sono vestiti di seta ...in un edificio color oro". "Non lasciare che ti dicano che non sei del colore giusto... e per colore intendo 'oro' " incamerando nel suo sfogo sconnesso e per questo altamente sarcastico anche il discorso di Obama sulla "speranza di un futuro migliore".
La scena con gli attori tramutati in uccelli ibis che con grandi maschere incombono su Comey, il palco a disco che ruota mentre Trump a grandi passi lo percorre, il tremolio delle candele nei candelabri che illuminano una scena gotico- Kitsch, la musica iper reale, sono un tripudio esilarante di espressione grottesca. Si arriva a vestire Trump di un diadema di piume tipo capo pellerossa e a chiamarlo anticristo o angelo, prima di arrivare alla versione finale della ragione della sua vittoria elettorale, data dall'agricoltore che si dice stanco e dei discorsi politici e della mancanza di dibattito sui problemi reali dell'immigrazione e della sua sostenibilità finanziaria, sulle questioni di genere e di razza. Ha votato per Trump, dice, per aver toccato questi argomenti se non bene, con efficacia. Come cristiano si domanda "se Gesù Cristo sarebbe stato un buon presidente degli Stati Uniti. Io penso di no" battuta che riassume l'iper realtà di questo dramma.
La regia di Rupert Goold dà ritmo e chiarezza, luce ed ombre a questo lavoro spezzettato di non facile rappresentazione. Gli attori lo sostengono con la loro bravura, specie Khalid Abdalla, Fisayo Akinade e Elliot Cowan. La scenografia usa un diorama di sfondo per contestualizzare la scena e due palchi divisi, uno rettilineo sul fondo e uno centrale tondo ruotante. Apparati scenici molto più elaborati di quanto solitamente in scena all'Almeida. Mentre l'uso di luce naturale o di candele, di fuoco e di vapore rimane caratteristica di questo teatro.

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Dal Mondo Londra Sat, 09 Mar 2019 09:31:18 +0100
(LONDRA). "Tartuffe The Imposter", regia Blanche McIntyre - Molière tradito. -di Beatrice Tavecchio https://www.sipario.it/attualita/dal-mondo/londra/item/12270-londra-tartuffe-the-imposter-regia-blanche-mcintyre-moliere-tradito-di-beatrice-tavecchio.html https://www.sipario.it/attualita/dal-mondo/londra/item/12270-londra-tartuffe-the-imposter-regia-blanche-mcintyre-moliere-tradito-di-beatrice-tavecchio.html Kathy Kiera Clarke, Denis O'Hare in “Tartuffe” di Molière nuova versione di John Donnelly. Foto Manuel Harlan

Molière tradito.

Tartuffe The Imposter di Molière nella nuova versione di John Donnelly
Regia di Blanche McIntyre, scene e costumi di Robert Jones.
Con Kevin Doyle (Orgon), Denis O'Hare (Tartuffe), Kathy Kiera Clarke (Dorine), Kitty Archer (Mariane), Olivia Williams (Elmire), Hari Dhillon (Cleante).
Londra, National Theatre dal 21 febbraio al 30 aprile 2019.

di Beatrice Tavecchio

Tartuffo L'Impostore è il titolo scelto per il Tartuffe ou l'Hypocrite di Molière, dato privatamente alla corte del Re Sole, Luigi XIV, nel 1664 e al pubblico solo cinque anni dopo, durante i quali era stato rifiutato alla Regina Cristina di Svezia che avrebbe voluto rappresentarlo e attirato le ire di religiosi che avrebbero voluto mandare al rogo il suo autore.
Grande aspettativa quindi per il dramma di Molière più rappresentato e per quell'Impostore che tanto bene potrebbe illustrare il clima creato con le fake news, le false informazioni di cui spesso parla anche Trump, che ci vengono propinate dai media, dai politici e che sembra intaccare il tessuto sociale d'oggi. Attualizzazione possibile dunque. Ad esempio, nel 2018 il Tartuffe al Theatre Royal Haymarket di Londra, per la regia di Gérald Garutti, nella versione bilingue curata da Christopher Hampton, ambientò il dramma negli USA a Los Angeles dove, scrisse Hampton, "la vulnerabilità verso strani e rapaci sistemi di fede (la Scientologia per esempio) rimane più o meno endemica".
Il Tartuffe di Molière è un ipocrita che si infiltra nella casa del ricco Orgon e che attraverso il suo atteggiamento falsamente pio e caritatevole lo circuisce fino a fargli diseredare ed estromettere il figlio dalla casa paterna, a quasi dargli la figlia in sposa e a donargli tutti i suoi beni. Solo quando la moglie Elmire lo fa assistere agli approcci amorosi di Tartuffe verso di lei, Orgon si ravvede. Ma è solo all'ultimo momento, dopo avergli fatto perdere anche la casa, che Molière salva il protagonista e solo per intercessione del Re. Ma il Tartuffe originario non tocca solo questo tema. La servetta Dorine incita Mariane, la figlia di Orgon, a combattere il predominio paterno di allora, ma perdurato per secoli, per cui il padre sceglieva il marito della figlia, con battute straordinariamente attuali sulla difficoltà di vivere con un marito con cui non si ha affinità e su quello che ci si può aspettare da una donna in una simile unione.

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Materiale vivido e potenzialmente attuale. Cos'è diventato nelle mani di Blanche McIntyre, nella nuova versione di John Donnelly?
Un carrozzone da circo, che prende spunti dalla storia di Molière, ma che con il Grande non ha niente a che fare. È infatti una riscrittura quasi totale del dramma secondo Donnelly che decisamente ricerca risate su battute vacue e abbastanza volgari, giocando su sessualità di poco conto e parodie di personaggi: il figlio è asmatico ed idiota, la figlia stupida ed infantile, Tartuffe uno pseudo santone in mutande con pose yoga e preghiere indù col rosario al collo, Orgon un incapace che cerca "chiarezza e direzione", e Valère, l'innamorato di Mariane, un vociante rivoluzionario e incapace poeta. Molière sparisce e si ha il vuoto, riempito da un'azione parodica circense di poco gusto e qualità, portata avanti a grande velocità in un'ambientazione sgargiante di rosso e viola, con un Davide statua d'oro, un lampadario ed una poltrona girevoli, un divano col doppio fondo. Gli attori saltano sui divani, spariscono da una porta e ritornano dall'altra, Tartuffe sporco e discinto quando non è in mutande porta culotte ridicole, Orgon sparisce sotto il divano, mentre lampadario, poltrona e Davide seguono l'andamento psicologico con il loro movimento.
Potrebbe sembrare un gioco parodico interessante, ma rimane solo superficiale perché privo di qualsiasi riferimento al reale che è necessario per creare un intendimento col pubblico, o di qualsiasi intendimento 'altro' che non la breve risata, per cui muore di effimero.
Il finale che tenta di dirci che noi, del pubblico, siamo tutti impostori come Tartuffe, ora insanguinato perché pestato dalla polizia- altra licenza col testo originale- mentre in scena appaiono i vagabondi di cui Tartuffe si circondava, lascia esterrefatti. Se Tartuffe è un impostore lascivo, così come descritto dalla scena, cos'ha il pubblico o i vagabondi a che fare con lui?
Notevoli tra gli attori sono Kathy Kiera Clarke (Dorine), Olivia Williams (Elmire) e Hari Dhillon (Cleante).

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Dal Mondo Londra Fri, 01 Mar 2019 21:06:22 +0100
(LONDRA). "Cyprus Avenue", regia Vicky Featherstone - Grottesco? Umorismo nero? No, è ben altro. -di Beatrice Tavecchio https://www.sipario.it/attualita/dal-mondo/londra/item/12240-londra-cyprus-avenue-regia-vicky-featherstone-grottesco-umorismo-nero-no-e-ben-altro-di-beatrice-tavecchio.html https://www.sipario.it/attualita/dal-mondo/londra/item/12240-londra-cyprus-avenue-regia-vicky-featherstone-grottesco-umorismo-nero-no-e-ben-altro-di-beatrice-tavecchio.html Stephen Rea in

Grottesco? Umorismo nero? No, è ben altro.

Cyprus Avenue di David Ireland
Regia di Vicky Featherstone
Con Stephen Rea (Eric) e Chris Corrigan (Slim).
Co- prodotto dall' Abbey Theatre di Dublino, e dal Royal Court Theatre di Londra e rappresentato nei due teatri nel 2016.
Fu premiato col Irish Times Theatre Award e il James Tait Black Prize for Drama nel 2017.
Dopo le rappresentazioni al MAC di Belfast e a The Public Theater a New York, ritorna ora al Royal Court dal 14 febbraio al 23 marzo 2019.

di Beatrice Tavecchio

È una satira surreale comico-tragica sul tema dell'identità nel contesto del conflitto Unionisti-Repubblicani nell'Irlanda del Nord.
Eric, convinto Unionista protestante pensa di aver individuato nella nipotina Mary-May di cinque settimane il Presidente eletto dell'ala Repubblicana Cattolica Sinn Fein, Gerry Adams, infiltratosi sotto questa copertura nella sua famiglia al fine di distruggere in tempo di pace, forse con altri infiltrati non ancora individuati, il partito Unionista.
L'assunto surreale, demenziale che caratterizza tre quarti del dramma rende possibile l'introduzione e il trattamento ironico, irridente, irriverente del tema dell'identità degli Unionisti: inglesi come si credono, o irlandesi del nord Irlanda?
Inseriamo questo nel contesto storico contemporaneo della Brexit, dove un partito del Nord Irlanda, il Democratic Unionist Party co-fondato nel 1971 dal Pastore ultra conservatore Ian Paisley, si trova con 10 posti nel Parlamento inglese ad essere il perno essenziale per la maggioranza del governo di Teresa May che non riesce a far accettare la sua proposta di Brexit al Parlamento timoroso che la reintroduzione di un confine tra l'Irlanda Repubblicana e l'Ulster porti inevitabilmente alla ripresa del conflitto nord-irlandese.

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Questa è la ragione per cui il dramma attira il pubblico come un assetato all'acqua. Gli spettatori totalmente presi dalla storia e dall'interpretazione, reagiscono emotivamente ed intellettualmente all'unisono, prima sbellicandosi e alla fine con orrore.
Ma come trattare un tema esplosivo? La scrittura drammaturgica insegna: impiegando la figura del matto. Ma c'è matto e matto. Da quello benevolo e saggio di Shakespeare nel Re Lear ad esempio, che vede al di là di quanto il Re possa cogliere ed in questo modo ammonisce moralmente il pubblico, a quello incontenibile e astuto di Morte accidentale di un anarchico di Dario Fo che sveste illazioni e coperture svelando la verità dei fatti. Eric è qui lo psicopatico con un ruolo simile al matto di Fo, in prima istanza atto a smascherare stereotipi sulla razza, sulla religione e soprattutto sull'identità dell'Unionista. Esilarante è la narrazione del suo sentirsi più inglese degli inglesi nell'Ulster e poi dopo una notte di baldoria in un pub 'irlandese' in UK circondato da inglesi che si dicono irlandesi ma parlano il londinese cockney, sentirsi più irlandese di loro. Le sue battute e l'interpretazione del magnifico Stephen Rea sono naturali, moderate, a rendere anche la confusione e la vulnerabilità del personaggio, e per questo si scontrano con l'assurdità del contenuto delle parole che di battuta in battuta diventano sempre più surreali. L'incontro di Eric col suo alter ego Slim, un ultrà con tanto di pistola che ogni martedì deve seguire un corso per contenere la sua violenta rabbia, dà il via ad un farsesco scontro di battute. I due attori sono travolgenti, uno più bravo dell'altro per ritmo, potenza e verosimiglianza dell'immagine.

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Ma il pazzo del drammaturgo David Ireland è veramente insano. Quello che sembrava per tre quarti del lavoro solo un meccanismo per svelare qualcosa d'altro, si rivela essere un deviante assassino. L'autore non dà scampo alla questione irlandese. La riporta dritta dritta sul suo binario. Porta alla morte della figlia, della moglie e della nipotina. Morti efferate, violente, brutalmente e volutamente scioccanti sul palcoscenico.
Si può parlare di teatro grottesco, dove elementi comici e tragici si mescolano? Sì, superficialmente, gli elementi sono presenti. Ma non si può più parlare di grottesco senza definirlo non solo nella sua struttura, ma anche in come i suoi elementi interagiscono. E di umorismo nero? Se per questo si intende umorismo macabro, su elementi macabri, questo non è il caso.
Infatti Cyprus Avenue fa seguire il comico assurdo dal tragico, ed i due elementi pur essendo uniti dal filo conduttore di 'Gerry Adams' risultano appartenere a due campi distinti. La triplice tragedia mette definitivamente fine alla risata e la tragedia stessa agisce come un monito morale.
Quindi i due generi, commedia e tragedia sono accostati, ma ognuno usato per le sue proprie caratteristiche: prima la risata e poi l'orrore della violenza.
La brutalità dell'omicida senza pentimenti, che non crede alla riconciliazione tra Repubblicani e Unionisti ci pone sotto gli occhi la pericolosità di un potenziale conflitto che una ricomparsa del confine tra la Repubblica d'Irlanda e l'Ulster potrebbe portare se la Brexit non fosse adeguata.

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Dal Mondo Londra Mon, 18 Feb 2019 18:54:05 +0100
(LONDRA). "The Tragedy of King Richard the Second", regia Joe Hill-Gibbins - Shakespeare o non Shakespeare?. -di Beatrice Tavecchio https://www.sipario.it/attualita/dal-mondo/londra/item/12157-londra-the-tragedy-of-king-richard-the-second-regia-joe-hill-gibbins-shakespeare-o-non-shakespeare-di-beatrice-tavecchio.html https://www.sipario.it/attualita/dal-mondo/londra/item/12157-londra-the-tragedy-of-king-richard-the-second-regia-joe-hill-gibbins-shakespeare-o-non-shakespeare-di-beatrice-tavecchio.html

Shakespeare o non Shakespeare?

The Tragedy of King Richard the Second (La tragedia di Re Riccardo II)
Regia di Joe Hill-Gibbins. Scenografia di Ultz
Con Simon Russell Beale (Riccardo II) e Leo Bill (Bolingbroke)
Almeida Theatre, Londra, fino al 2 febbraio 2019

di Beatrice Tavecchio

La Tragedia di Re Riccardo II di Shakespeare è un capolavoro che coinvolge potentemente fin dalle prime battute attraverso una serie di situazioni all'interno di palazzi e sui campi di battaglia che tracciano la lotta tra le forze del Re e quelle del cugino Bolingbroke che Riccardo ha esiliato e deprivato del suo titolo e delle sue terre. La paletta di Shakespeare è impressionista, nel senso che attraverso pennellate robuste dipinge una situazione storica in cui si viene a conoscenza del clima politico, con un Tesoro reale in bancarotta, continue guerre in Francia ed altrove, le sconfitte ed i compromessi territoriali che ne seguono e per ultima la rivolta in Irlanda. Riccardo II ha bisogno di fondi per le sue guerre e non fa di meglio che tassare ancora di più i commons, cioè gli artigiani e le classi professionali e confiscare terre e beni anche ai lords, cioè alla nobiltà, ultimo tra i quali per temporalità è Bolingbroke. Quando questi si rivolta e torna dall'esilio, trova l'appoggio della maggior parte degli altri aristocratici, timorosi di perdere la loro eredità. L'impressionismo di Shakespeare è accompagnato da una minuzia realistica, storica, che ci dà informazioni sulle situazioni e sui personaggi, Nomi e cognomi di chi sta col Re e perde la testa e di chi si mette con Bolingbroke che diventerà il futuro Re Enrico IV. Il quadro storico privilegia la lotta tra i due cugini Riccardo e Bolingbroke ed in particolare focalizza sulle personalità dei due, sul misto di grazia e meschinità di Riccardo e sull'onestà e forza di Bolingbroke. Al centro del lavoro, nel quarto atto, è la deposizione del Re, cioè La Tragedia di Re Riccardo II.

The Tragedyof King Richard

E questo è il perno da cui partono le più potenti riedizioni della tragedia. Rupert Goold, nel suo Riccardo II del 2012, attraverso l'ipnotizzante, superba interpretazione di Ben Whishaw, aveva investito il personaggio delle referenze nel testo shakespeariano al Cristo tradito da Giuda e aveva fatto del suo Riccardo -giovane quasi emaciato ma vestito splendidamente d'una tralucente tunica bianca- un Cristo con le braccia aperte a crocefisso nel momento in cui cede la corona e il suo regno. Per di più per far percepire a un pubblico contemporaneo la pietà umana di Shakespeare verso un Riccardo sopraffatto dagli avvenimenti, Goold aveva trovato ispirazione per il personaggio nel sentimento che Michael Jackson, un'altra giovane stella irretita dall'adulazione, aveva sofferto.
Ben diversa dalla visione di un Riccardo/ Michael Jackson-Cristo, Deborah Warner nel 1995, aveva dato una versione femminista del personaggio, facendo emergere la sensibilità di Riccardo e suggerendo un attaccamento non solo da cugino verso Bolingbroke, dando così la parte alla grande attrice Fiona Shaw.
Ora la versione di Joe Hill-Gibbins all'Almeida Theatre di Londra, punta su un altro particolare minuto contenuto nelle battute shakespeariane: sul fatto cioè che Riccardo prigioniero a Londra era stato insozzato dalla polvere e dall'acqua buttata dagli astanti. Ci sono altri riferimenti a secchi d'acqua o di lacrime nel testo da cui sicuramente il regista e lo sceneggiatore hanno tratto la visione dell'intero dramma. Un cubo metallico levigato in cui parecchi secchi d'acqua, di 'sangue' e di polvere sono scagliati sui vari personaggi e sulle pareti, creando macchie allarmanti di colore. Specie quando acqua e polvere sono ripetutamente ed in quantità gettati sul deposto Re, l'attore Simon Russell Beale - uno dei tre protagonisti con Adam Godley e Ben Miles de The Lehman Trilogy di Stefano Massini, regia di Sam Mendes, data la scorsa estate al National Theatre di Londra, che sarà ripresa al Park Avenue Armory di New York dal 22 marzo al 20 aprile e poi dall'11 maggio 2019 al Piccadilly Theatre nel West End di Londra- per cui nonostante la sopportazione di Russell Beale si desidererebbe l'intervento del sindacato degli attori per porre un limite al suo calvario. Anche perché non funziona, l'immagine non convoglia pietà ma stanchezza per un'idea che viene ripetuta troppe volte.
Bolingbroke è in questa edizione un personaggio dubbio, scaltro, teso ad usurpare il Regno, ben lontano dalla accattivante originale. L'attore Leo Bill, privato dalla statura regale di Bolingbroke, ne fa un personaggio che si confonde con gli altri, senza una sua levatura e perciò poco convincente.
Questa versione del Riccardo II vuole forse funzionare come una tragedia greca perché tutti i personaggi storici secondari sono privati di parte delle loro battute e si comportano come coro, riuniti insieme, coreografati a ridosso delle pareti, da cui si staccano per violentemente gettare le loro righe. Il risultato perde la complessità shakespeariana che dibatte la lotta per il potere non solo tra due individui, ma all'interno di una nazione in un clima di guerra civile.
Questo detto, Simon Russell Beale domina la scena. Anche la scenografia di Ulzt col cubo di metallo è originale e funziona perché convoglia con la sua nitidezza, specie quando spruzzato di sangue, l'immagine di un mondo ostile e chiuso.

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Dal Mondo Londra Fri, 18 Jan 2019 07:39:40 +0100