martedì, 11 maggio, 2021
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CENT'ANNI DEI SEI PERSONAGGI. -di Errico Centofanti

Luigi Pirandello (1867-1936) Luigi Pirandello (1867-1936)

Cent’anni dei Sei Personaggi
di Errico Centofanti

Fu cent’anni fa, la sera del 9 Maggio 1921, a Roma, nel Teatro Valle: per la prima volta in scena Sei personaggi in cerca d’autore. Non si tratta solo del dramma piú famoso di Luigi Pirandello: è uno dei testi capitali che hanno marcato l’avventura universale del teatro. L’acuto commediografo Marco Praga, nella recensione del debutto milanese, cosí, ultimativamente, stabiliva: «Il pubblico del Manzoni ha accolto trionfalmente questa strana commedia ch'è, indubbiamente, un’opera d’arte di una originalità rara». Dopo di che, migliaia di rappresentazioni in diecine di lingue, nonché una sconfinata bibliografia esegetica, storica e filosofica in quasi tutte le lingue d’ogni continente.
Della lingua di Pirandello, però, quasi mai si parla. Eppure, il suo italiano è incantevole: rara purezza del lessico e della sintassi, tecnica ineccepibile, creatività abbagliante: tutte risorse certamente affinate negli anni universitari a Bonn, dove si lustrava il blasone dell’aver dato i natali a Beethoven ma ci s’impegnava pure a tenere i migliori corsi al mondo di filologia romanza.
Pensi alla magnifica lingua di Pirandello e osservi come da anni il microcosmo della politica e dell’informazione vada sottoponendo il nostro bell’italiano a un martellante processo corruttivo: frutto delle imperanti incompetenza e ineleganza che, veicolate dalla dilagante tv demenziale, contaminano sempre piú profondamente gl’italiani. Cosí, vengono insensatamente stravolti i significati originari di parole nostre e introdotti nell’uso corrente termini stranieri, sopra tutto anglo-americani, rispetto ai quali possediamo invece ineccepibili equivalenti.

 Il Teatro Sociale di Canicattí (AG)
Il Teatro Sociale di Canicattí (AG).

Non si fanno piú “riunioni” ma “tavoli” o “vertici”. Nessuno piú concede un “avallo” o un “appoggio” ma offre un endorsement. Si smercia il misterioso, ma assai modaiolo, default, per evitare turbamenti alle anime belle inconsapevoli del permanente rischio di “insolvenza” al quale le finanze dello Stato sono esposte per via del mostruoso e sempre crescente debito pubblico accumulato negli ultimi quarant’anni.
Nei giorni della pandemia da Coronavirus, è diventato protagonista un nuovo termine: lockdown. Evidentemente, “confinamento” e finanche i piú cauti “blocco” o “chiusura” vanno evitati, sempre per non turbare piú di tanto le anime belle e sopra tutto affinché gl’imbonitori possano esaltare l’aura sapienziale che credono gli venga dal non lasciar troppo capire quanto raccontano.
In questo nebbioso panorama espressivo, ogni tanto qualche lucina lampeggia, com’è accaduto con FlashMob, una delle poche espressioni straniere meritevoli d’accoglienza, perché un equivalente termine italiano non ce l’abbiamo.
A metà pomeriggio d’un giorno di Marzo del 2020, è successo che un’infinità di musicisti, dai professionali agl’improvvisati, s’è affacciata da finestre e balconi di tutta l’Italia per affidare a voci e strumenti l’espressione d’una invitta vitalità di fronte all’incalzare del mortifero Corona. Ne è scaturito un inusitato concerto, preordinato solo quanto al momento dell’agire condiviso, nel corso del quale il cielo è stato inondato con la musica - classica, jazz, pop, rock e quant’altro - che a ognuno è parso e piaciuto di eseguire: un pirandelliano “ciascuno a suo modo” in musica, una sorta d’innovativa versione di quel che in inglese viene indicato con FlashMob, parola formata accoppiando flash (nel senso di evento improvvisato) e mob (che sta per coinvolgimento d’una moltitudine di persone). Se n’era vista la prima europea a Roma, in Via del Corso, nel Luglio del 2003.
L’immagine del “ciascuno a suo modo” di Pirandello lascia affiorare il ricordo di un fatto risalente ai primi decenni del Novecento: non un FlashMob ante litteram, ma un’altra singolare variante del far musica.
Piú o meno ovunque, quello del 1° Dicembre 1927 fu un Giovedí qualsiasi: non a Canicattí, però, dove invece avrebbe assunto uno spessore molto particolare, perché Luigi Pirandello di Canicattí sarebbe stato ospite per buona parte di quella giornata e la sua presenza qualcosa di fuori dall’ordinario avrebbe fomentato.

La targa commemorativa dei Sei personaggi in cerca d’autore nell’atrio del Teatro Sociale di  Canicattí
La targa commemorativa dei "Sei personaggi in cerca d’autore" nell’atrio del Teatro Sociale di Canicattí.

Il caso è bizzarro, singolare, estroso e poco ha da spartire con modalità e intenzioni dell’evento musicale suscitato dal Corona. Qualche anno fa, ho potuto constatare come Canicattí sia tutt’altro che la mera astrazione toponomastica tradizionalmente usata in termini di spauracchio nei confronti degl’impiegati statali: «La faccio trasferire a Canicattí!». Anzi, è una gradevole città, amabile quanto ai piú dei suoi 35.000 abitanti, distesa a quattro passi da quell’onirica falesia bianca che è la Scala dei Turchi e da tante altre meraviglie, come la Valle dei Templi, la Vigata di Camilleri, la casa-museo di Pirandello.
Tra le cose belle di Canicattí, c’è pure il Teatro Sociale, un gioiellino dalla nobilissima nascita architettonica, poi sciaguratamente disonorata, come è accaduto per tanti altri teatri d’Italia. Ernesto Basile, grande maestro del Liberty, figlio di Giovanni Battista, del quale completerà il grandioso Massimo di Palermo, e autore dell’Aula e del Transatlantico di Montecitorio, lo aveva progettato nel 1899 in stile “all’antica italiana”. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, venne ridotto a sala cinematografica: demoliti i palchi, distrutte le decorazioni in stucco dell’interno, rimossi gli arredi in cristallo e velluti, i posti per il pubblico aumentati fino a 600. Poi, una quarantina d’anni d’abbandono e infine ristrutturazione, adeguamento funzionale, restauro dell’esterno secondo i disegni di Basile e riattivazione a fine 2009.
La sera del 1° Dicembre 1927, però, la sala del Teatro Sociale appariva ancora come lo scintillante “salotto buono” pensato da Basile. A quel punto, il caso “bizzarro, singolare, estroso” s’era già verificato, ma intanto vale la pena di godersi l’evocazione dell’evento teatrale.
Sul palcoscenico, ma non solo lí (come da prescrizioni dell’Autore), si rappresentava il dramma Sei personaggi in cerca d’autore, messo in scena dalla Compagnia del Teatro d’Arte di Roma, con Marta Abba e Lamberto Picasso nei ruoli principali. Ma gli occhi degli spettatori dardeggiarono per tutto il tempo verso ogni direzione, fatta salva quella del palcoscenico, speranzosi com’erano tutti di poter poi dire “Io l’ho visto! Io l’ho visto! Era proprio davanti a me! M’è passato giusto a pochi metri!”, perché Pirandello, sebbene il Premio Nobel glielo avrebbero assegnato solo sette anni piú in là, era già famoso in tutto il mondo, non diversamente da un divo del cinematografo. Però, lui mai metteva piede in sala mentre si rappresentavano le sue opere: cosí, l’inclita e il colto furono costretti a vederlo solo allorché venne alla ribalta insieme con tutti gli attori per i ringraziamenti finali.
Le cronache del Giornale di Sicilia e dell’Ora di Palermo informarono che «un pubblico scelto gremiva il teatro», che quel pubblico «aveva pagato fior di quattrini» e che il brillante risultato economico della serata si poteva cosí riassumere: incasso 7.120 lire; spese 6.500 (4.000 per la Compagnia, 1.743 per tasse e diritti d’autore, 757 per ospitalità e rappresentanza). La sala teatrale essendo stata messa a disposizione gratuitamente, vi fu un utile di 620 lire, distribuito in beneficenza.
Invece, il caso “bizzarro, singolare, estroso”, andato in scena con qualche ora d’anticipo sulla serata a teatro, come s’era svolto?
Il comitato di notabili che curava l’organizzazione dell’evento aveva mandato a prendere con un’automobile Pirandello e Marta Abba. I due, provenienti da Agrigento, erano arrivati puntualmente alle 17:00 presso il Circolo di Compagnia, “per l’occasione, riccamente addobbato e illuminato”.
Il programma comprendeva il conferimento a Pirandello della cittadinanza onoraria e poi della dignità di Arcade Minore della Secolare Accademia del Parnaso. Questa, che sarebbe arrivata a durare fino ai primi decenni del secondo Novecento, fu emblematica dell’estrosa singolarità della gente di Canicattí. Il suo statuto esponeva, tra le altre, perle come queste: «Le deliberazioni, per essere valide, debbono essere prese a maggioranza assoluta; quelle prese all’unanimità sono da ritenersi nulle... Gli amministratori pubblici, funzionari e uomini politici devono indossare vestiti senza tasche, per non essere indotti in tentazione... Chiunque creda al ritorno dall’aldilà o al recupero degli oggetti smarriti: è poeta...». D’altra parte, le finalità accademiche si ripromettevano di creare (nel proprio ambito, ma non solo) un mondo fantastico in cui tutto avrebbe dovuto svolgersi alla rovescia, dove l’immaginazione avrebbe dovuto confondersi con la realtà: c’è da scommettere che a Pirandello gli sia piú che piaciuto cogliere qualche ironica assonanza con molti tratti dei suoi personaggi.

La copertina della piú recente edizione in inglese dei Sei personaggi in cerca d’autore apparsa per le Dover Thrift Editions, casa specializzata in classici moderni ad alta tiratura
La copertina della piú recente edizione in inglese dei "Sei personaggi in cerca d’autore" apparsa per le Dover Thrift Editions, casa specializzata in classici moderni ad alta tiratura

Questa fase del solenne programma d’accoglienza, che aveva avuto svolgimento nelle eleganti sale del Circolo di Compagnia, era stata preceduta dal “benvenuto” espresso all’aperto e in presenza d’una vasta rappresentanza di cittadini.
I solerti componenti il Comitato erano stati prodighi quanto a divisamenti strategici e disposizioni operative: le bandiere sventolavano abbondanti e allegre, il palco per le eccellentissime autorità e l’ospite illustre riluceva con ben drappeggiati velluti, festoni di verzura e fiammanti nappe dorate, gran dinamismo e guizzare di colori prorompevano da uniformi militari, tonache clericali, velette e tailleurs, pennacchi e sciabole d’ordinanza, labari, gagliardetti e gonfaloni.
Eppure, qualcosa era andato storto o, meglio, s’era smarrito tra le tante incombenze gravanti sulle pensose eccellenze chiamate a comporre il Comitato: accadeva allora e accade sempre, allorché chi organizza crede che impartire un ordine equivalga a far sorgere immediatamente dal nulla qualsiasi cosa. Insomma, la banda musicale cittadina era stata chiamata lí per lí, d’urgenza e senza alcun preavviso, a prestar servizio per la cerimonia di benvenuto al grande scrittore. Il Comitato non immaginava che prima bisognasse studiare e adesso tutti gli strumentisti s’accalcavano lí, alle spalle del palco delle autorità, a lamentarsi perché non avevano potuto prepararsi e non sapevano che fare. Le parole dell’esimio avvocato Salvatore Sammartino, titolare dell’incarico di presiedere la cerimonia, si levarono tonanti su tutto quel vociare: «Amici belli, avete ragione, ma non c’è piú tempo. L’illustre ospite sta arrivando e ognuno deve prendere il proprio posto. Andate! Andate!». Al che, il maestro che dirigeva la banda pure lui strillò: «Eccellenza, noi andiamo, ma là davanti che faremo?». L’olimpica replica fu: «Ciascuno ha facoltà di suonare quello che gli pare».
Cosí, con imperturbabile aplomb, ciascuno cavò dal proprio strumento il pezzo che piú gli piaceva o del quale meglio si rammentava. Pirandello, forse sconcertato ma sicuramente divertito, si sentí accolto da un polifonico quanto discorde concerto: la Marcia Reale contrappuntata dalla Canzone del Piave in competizione con l’ouverture dai Vespri Siciliani che sovrastava l’intermezzo di Cavalleria Rusticana scivolando sotto la marcia trionfale dell’Aida inseguita da quella dei Bersaglieri, il tutto controventato da una mezza dozzina d’altri inni e melodie.
Subito a seguire i fasti bandistici, c’era da esprimere il benvenuto ufficiale, al che l’avvocato Sammartino, inalteratamente olimpico, prima di volare alto con la sua oratoria s’inchinò davanti Pirandello e, indicando gli strumentisti, soffiò un suadente quanto calzante «Maestro, ciascuno a suo modo: non vi pare?».
Da tutto questo scaturiscono giocolerie, come fin qui, oppure pensieri complessi, moti dell’animo, interrogativi, turbamenti. Gli impasti sonori che vengono dal sovrapporsi di chiacchiere inconcludenti oppure dalla simultanea effusione di musiche discordanti somigliano a quell’indecifrabile rumore dell’esistenza il cui non esserci, nei Sei personaggi, diventa rarefazione della quotidianità, prorompere degl’irrisolvibili interrogativi sui destini ultimi di uomini e cose.
Una certezza resta: i capolavori assoluti sono sempre inesauribili dispensatori d’ispirazione e ben presto diventano classici intramontabili, anche nell’eventualità in cui i loro esordi sembrino pronosticare tutt’altro. Già: fu clamoroso il fiasco per i Sei personaggi di Pirandello al debutto romano del 1921, come clamoroso fiasco era stato nel 1853 il debutto a Venezia per quell’altro capolavoro assoluto che è la Traviata di Giuseppe Verdi. Tuttavia, l’uno e l’altro spettacolo restano ininterrottamente in cartellone ovunque nel mondo, fin dall’indomani dei rispettivi infausti debutti.

Letto 164 volte Ultima modifica il Lunedì, 03 Maggio 2021 07:59

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