mercoledì, 18 settembre, 2019
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La sterilità di Ronconi versus la fertilità di Brook - "Danza macabra" e "Battlefield" e l'imminente apocalisse. Analisi comparata di Nicola Arrigoni

"Danza macabra", regia Luca Rondoni. Foto Luigi Lo Selva "Danza macabra", regia Luca Rondoni. Foto Luigi Lo Selva

Una landa desolata, uno spazio e un tempo fuori dalle coordinate storiche e la consapevolezza di un racconto che si compie lungo il sottile confine fra storia e fabula: sono questi alcuni dei punti in comune fra Danza macabra di August Strindberg nel funereo allestimento di Luca Ronconi e il colorato e sacrale Battlefield dal Mahabharata per la regia di Peter Brook. Danza macabra e Battelfield sono due spettacoli esteticamente inavvicinabili ma che raccontano l'esigenza di due grandi firme della regia critica di interrogarsi sulla fine di un'epoca e sull'abisso di un presente che rischia di auto – annientarsi. Raffrontare i due spettacoli offre l'occasione per una riflessione di carattere estetico/poetico da un lato e dall'altro un raffronto fra le eredità registiche di due grandi della scena del Novecento: Luca Ronconi e Peter Brook.
Danza macabra di August Strindberg è il rito crudele che due coniugi, rifugiati in una casa/faro/prigione, mettono in scena non appena nel loro ménage entra un terzo uomo: vittima sacrificale di una cerimonia che chiede sangue, vita e che mette in movimento i conflitti e la relazione che legano marito e moglie. Si tratta di un gioco al massacro, ma soprattutto di un gioco da cui dipende la stessa esistenza dei due e del mondo. Luca Ronconi si è inventato uno spazio sepolcrale in cui nero e tonalità di grigio dicono di due anime morte: il Capitano (Giorgio Ferrara) e la moglie Alice (Adriana Asti) che come vampiri suggono la vita del remissivo e succube Kurt (Giovanni Crippa). I festeggiamenti del loro anniversario di nozze sono il pretesto per un drammatico rinfacciarsi azioni mancate e desideri sopiti, ma anche un glorioso passato sociale più sognato che reale, più immaginato che veramente esistito. Danza macabra porta a sintesi tutto il ronconismo possibile e immaginabile, penultima fatica produttiva del regista barocco, in cui la recitazione straniante e cacofonica va di pari passo con lo scorrere di carrelli e l'aprirsi di botole in nome di un meccanicismo teatrale che trasforma in marionette gli attori. Si assiste a Danza macabra senza potervi entrare, da estranei, da intrusi come molto e troppo spesso è accaduto nel teatro ronconiano. Il pensiero registico di Luca Ronconi carica il gioco delle parti dei due coniugi di atmosfere beckettiane. E non è difficile individuare nel Capitano e in Alice che cercano di scrutare da due pertugi il mondo che li ha abbandonati l'anticipo della disperata sopravvivenza di Hamm e Clov in Finale di partita di Samuel Beckett. Sembra questo l'apporto critico che Ronconi dà alla sua lettura di Danza macabra che strizza l'occhio ad atmosfere tipiche dei film di Tim Burton. In tutto questo Adriana Asti regge e sostiene l'intero spettacolo, portandosi dietro il marito Ferrara e Crippa che non vanno oltre una corretta esecuzione dei dettami del regista. In tutto lo spettacolo si avverte – e non potrebbe essere diversamente – lo sforzo archeologico e filologico di tenere in piedi il macchinoso teatro ronconiano come omaggio nel qui ed ora alla lezione registica di uno dei protagonisti della seconda metà del Novecento teatrale italiano. Nella solitudine del Capitano e di Alice, nel celebrare il rito del loro anniversario di matrimonio, in quell'avamposto che sa di sopravvivenza a un mondo che non c'è più Danza macabra di Ronconi si fa apologo di un'apocalisse tanto intima quanto universale e ineluttabile, un campo di battaglia mortifero per un'umanità in procinto di esalare l'ultimo respiro.

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La stessa umanità in pericolo, il mondo violentato e campo di battaglia sono in gioco in Battlefield di Peter Brook, spettacolo/rito che recupera il grande racconto del Mahabharata, messo in scena trent'anni fa in un allestimento di dieci ore, proposto al Festival di Avignone. Quell'esperienza di scrittura scenica, di condivisione di progetto e di percorso oggi torna cristallizzata, ripresa sottovoce più per quanto può dire nel suo racconto che per ciò che fu all'origine della volontà di Brook di dare forma scenica alle grande epopea mitica indiana, portando avanti una riflessione sulla possibilità di esperire in teatro un racconto che in sé contiene tutte le forme possibili di narrazione. Battlefield racconta la guerra fratricida tra le famiglie Pandava e Kaurava, alla fine della quale, in un paesaggio di distruzione e di morte, il vincitore Yudishtira ammette la propria sconfitta, pur essendo il vincitore della guerra. Il racconto mitico di Battlefield finisce con essere testimonianza poetica, inno e urlo al tempo stesso di un mondo che rischia di inabissarsi, che si ritrova a vivere la quarta e ultima epoca della storia dell'umanità – come vuole la grande saga del Mahabharata – ovvero quella che porta verso la distruzione totale. E qui sta il nucleo dell'operazione non nostalgica, ma politica messa in atto dall'anziano maestro del teatro europeo: nella battaglia che si combatte per la supremazia e il dominio politico ed economico non ci sono vincitori, ma solo perdenti, nel momento in cui ad essere violentata e distrutta è la Terra stessa; mette in guardia l'anziano e saggio regista anglosassone. Ciò si compie in scena con la pulizia e l'essenzialità del teatro a cui ci ha abituato Peter Brook. Gli attori nel raccontare e nel dire sono, fanno arrivare allo spettatore il 'segreto inconfessabile' di quella loro parola incarnata e respirata. Lo spettatore è coinvolto, è chiamato dentro, è partecipe di un rito, un rito caldo fatto di gialli e di arancioni, del colore dell'ocra e della sacralità di un vestirsi e cambiare pelle. Sono pochi gli elementi in scena: un tappeto musicale essenziale ma indispensabile a dare ritmo e vocalità all'azione, qualche drappo, il lento cambiar di foggia dei vari attori che diviene rito di una svelata finzione che sa immettere nella verità credibile del teatro più puro. E allora in Battlefield l'urgenza narrativa, il messaggio di un'umanità in pericolo, la preghiera perché ci si ravveda e si ponga fine alla discesa verso l'abisso hanno il calore della fabula, hanno la sacralità di una cerimonia in cui corpi, posture, colori sono segni iconici di un grande affresco antropologico, di un'umanità che nel raccontarsi e nel dire dei propri conflitti può forse ravvedersi e ... perché no? Salvarsi. Ciò che portano in scena Peter Brook e i suoi ieratici attori Carole Karemera, Jared McNeill, Ery Nzaramba, Sean O'Callaghan è la forza di un teatro sussurrato, di un teatro che si compie nella possibilità di offrire allo spettatore un terreno da condividere, storie da vivere insieme, orizzonti da scrutare insieme, anche quando sullo sfondo c'è forse la fine dell'umanità stessa.
Danza macabra di Luca Ronconi e Battlefield di Peter Brook sono due esiti della regia critica novecentesca contrastanti, opposti, antitetici. In Luca Ronconi il punto di vista del regista è assoluto, è orpello posticcio al testo, è chiave di lettura demiurgica, è atto di fede, mero stupor intellettuale che chiede assenso o rifiuto e non la partecipazione. Se va bene lo spettatore è un astante plaudente alla fatica e inarrivabile freddezza analitica del regista/dittatore. In Peter Brook il punto di vista del regista si fa strumento di mediazione, servizio nei confronti della parola narrata e poetica, si fa tramite, traduttore di un mondo lontano – nel caso della saga del Mahabharata – che diviene spazio condiviso, partecipato da parte di uno spettatore attivo, uno spettatore percepito non solo come destinatario del racconto, ma comunità partecipante al rito della scena. E se in Ronconi gli attori sono disumani, marionette, in Peter Brook gli attori si limitano ad essere, anzi sono attori in quanto portano in scena il loro sé non per ostentazione narcisistica, ma perché l'autenticità che ognuno ha di sé è funzionale alla credibilità, alla pregnanza del racconto scenico vissuto come rito da officiare in nome di una comune koiné, di una medesima cultura: quella del teatro. In questa capacità di ascoltare l'altro, di 'farsi luogo' aperto alla parola e all'anima di chi vi assiste il teatro di Peter Brook va oltre la regia critica perché va cercando l'origine stessa del teatro: ovvero quel rito catartico e condiviso che fu della grande tragedia greca, che fu tassello della civiltà occidentale. Ecco allora che di Ronconi ci si potrà scordare, mentre della lezione di Peter Brook no, perché va al cuore dell'umano, sa essere feconda e vera, getta semi che germogliano nel terreno fertile dell'arte che dà speranza.

Danza macabra
di August Strindberg,
regia di Luca Ronconi,
traduzione e adattamento di Roberto Alonge,
con Adriana Asti, Giorgio Ferrara, Giovanni Crippa,
scenografia Marco Rossi, costumi di Maurizio Galante,
luci di A. J. Weissbard, suono di Hubert Wetskemper,
produzione Teatro Metastasio Stabile della Toscana, Spoleto57 Festival del 2Mondi,
con la collaborazione del Mittelfest 2014, visto al Teatro Sociale di Brescia, 8 aprile 2016.

Battlefield,
basato sul Mahabharata e sul testo scritto da Jean Claude Carrière,
adattamento e regia di Peter Brook e Marie Hélène Estienne,
musiche Toshi Tsuchitori, costumi di Oriana Puppo,
luci di Philippe Vialatte,
direttore di scena Thomas Becelewski,
con Carole Karemera, Jared McNeill, Ery Nzaramba, Sean O'Callaghan;
sottotitoli, adattamento e traduzione in Italiano a cura di Luca Delgado produzione C.I.C.T. / THéâTRE des Bouffes du Nord, coproduzione Grotowski Institute, PARCO Co. Ltd / Tokyo, Les Théâtres de la Ville de Luxembourg, Young Vic Theatre, Singapore Repertory Theater, Théâtre de Liège, Cercle des Partenaires des Bouffes du Nord, C.I.R.T. and Attiki Cultural Society (tbc),
visto al Teatro Storchi di Modena, 30 maggio 2016.

Ultima modifica il Venerdì, 17 Giugno 2016 16:03

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