martedì, 15 ottobre, 2019
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AGON-TEENS - Compagnia Simona Bertozzi

Compagnia Simona Bertozzi, "Agon Teens". Foto Luca Del Pia Compagnia Simona Bertozzi, "Agon Teens". Foto Luca Del Pia

Simona Bertozzi/ Nexus
Festival MilanOltre
con Beatrice Manvati, Niccolò Schiavini, Gilberto Filini, Delia Albani,
Sara Palmentino, Teodor Ciobanu, Alice Ugetti,
Rebecca Costa, Letizia Ponti, Lisa Settanta e Mattia Schiavini
Teatro Elfo Puccini, Milano 29, 30 settembre e 1° ottobre 2019

Il modo in cui Simona Bertozzi riesce a far fiorire un discorso espressivo personale da giovanissimi danzatori avevamo già notato in un precedente lavoro presentato anch'esso l'anno scorso al festival MilanOltre. E' un'apertura al senso del personale danzare prima che alla tecnica, nel quale ciascuno si misura con il suo bagaglio, piccolo o grande che sia, ma anche con la responsabilità del proprio linguaggio. Così i giovani danzatori entrano uno alla volta in uno spazio rettangolare neutro, uno alla volta eseguono una rituale presentazione coreografata, un "io sono questo" cui si intreccia un "io sono qui in questo momento"; l'asse dell'identità e l'asse dello spazio-tempo s'incrociano in un punto zero che è la presenza assoluta nella e della performance. Ma che identità? Ciò che non possiamo che essere; è l'accettazione di essere quel fiume e nient'altro che quello (quel fiume!), piuttosto che il facile assoggettamento al gioco delle identità mutevoli che permea la società e anche il mondo degli adolescenti. La responsabilità della propria storia e identità (sia pur ancora in erba) è forse il motivo principale che scorre sotto la danza di questi ragazzi e nel montaggio. Non sfoggio tecnico, dunque, quantunque di tecnica ce ne sia, a vari livelli, ma responsabilità di un proprio discorso, in quel punto zero dove identità e presenza s'incontrano e cominciano a scorrere insieme: l'una non ci può essere senza l'altra. Perché se solo fosse la prima a dominare avremmo una superfetazione dell'ego, fosse soltanto la seconda si perderebbe il senso dell'operazione che ci sembra consistere nel dare a ciascuno il senso identitario della propria presenza di performer, perché l'adolescenza di questo ha bisogno, di guardarsi allo specchio senza perdersi nello specchio, per prendere le misure del proprio posto nel mondo e poi in quel mondo star presenti.
La tecnica tradizionale in genere lavora all'interno di un linguaggio dato, l'allievo si deve piegare al dato e l'identità emergerà in un secondo momento. Qui ognuno possiede già una tecnica, a diversi livelli, o la sta incorporando, si tratta dunque di cominciare da subito a vederla nella sua capacità di tenuta, nel confronto con altre tecniche, altri individui. Ma all'interno di una concezione dove il lavoro spinge nella direzione di un fare collettivo, quasi comunitario, e sgorga da una necessità di confronto e di dialogo continui. Ecco, il dato che più conforta è vedere che anche nella danza con i ragazzi si può lavorare su un livello di convivenza nella e della diversità, e di come la differenza di potenziale che si stabilisce tra diversi poli di tensione possa generare un particolare titpo di energia e diventare un fertile terreno di creazione.
Certo "agone" è anche competizione, come suggerisce il titolo e riporta la didascalica dichiarazione della coreografa nel comunicato stampa, ma l'elemento della sfida passa come un gioco che richiede meno lotta che ascolto e contatto. Anche se sembra a volte che qualcuno cerchi di sfondare la linea di proscenio per guadagnare maggior attenzione, pare questa più l'attenzione che l'adolescente chiede agli adulti che la voglia di imporsi sugli altri rimasti per il momento in retroguardia.

Così ogni ingresso è una nuda presentazione resa frontalmente allo spettatore. Certo siamo alla prima del lavoro, che vede tra il pubblico anche genitori e amici dei ragazzi, forse un'ombra di compiacimento può aleggiare, forse. In realtà quello che si vede è uno stare nel proprio centro, sorretti e pervasi da una specie di tremito, e da lì volgersi al mondo. Colpisce il non avere forzato per esempio i giovani danzatori ad assumere un linguaggio coreografico comune: ognuno presenta una breve sequenza che si capisce essere solo sua, perché aderisce a un suo temperamento-temperatura biologica, un proprio bios. Sono come medaglioni, ritratti che si evolvono nello spazio e poi trovano un loro primo posarsi nella quiete cui la linea di fondo scena destina il finale di questa prima parte. Li vediamo dunque tutti allineati lì, 11 danzatrici e danzatori in età variabile fra gli 8 e i 16 anni.

Il più piccolo di loro diventa a un tratto come un emblema di regalità fanciullesca con il suo incedere sciolto, innocente e insieme quasi furbesco dal fondo al proscenio, con un sorriso appena accennato che è di divertimento e autoaffermazione; come fosse il modello di un pittore rinascimentale che apre all'affresco in movimento che lo circonda, e lo guarda attraverso i suoi occhi. E noi guardiamo lui che guarda e a un certo punto disegna sulla parete di fondo, col gesso, una forma geometrica a X chiusa che richiama una clessidra stilizzata, mentre tutti gli altri sono impegnati in un disseminato climax dinamico ripetendo ciascuno la sua propria struttura-cifra-emblema. Per un certo tempo non avvengono contatti, ciascuno esegue il proprio pezzo variando energia e posizione, poi avvengono delle connessioni sulla linea di forza generata dal sistema di contrappesi di figure stabilite per aggancio di braccia e mani, in un tenersi che è linea di tensione verso un punto centrifugo che puntualmente collassa e scaglia i corpi di nuovo a orbitare nel rettangolo scuro della sala. Una medesima dinamica avevamo visto in "Joie de Vivre" al debutto modenese, come se lì quella gioia non potesse prescindere dal contatto e qui quel contatto dalla gioia.
La brevità del lavoro ci proietta purtroppo troppo presto nel rito dell'applauso; troppo presto ci troviamo fuori del teatro dove per strada una scuola di danza sta dando dimostrazioni pubblicitarie con giovanissimi allievi che dell'insegnante imitano mossette stereotipate di bacino e di braccia – la gioia è altrove.

Franco Acquaviva

Ultima modifica il Martedì, 08 Ottobre 2019 08:33

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