martedì, 02 giugno, 2020
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INTERVISTA a ROBERTO HERLITZKA - traduttore del testo "La natura di Tito Lucrezio Caro. Libri I-IV"; La Nave di Teseo. -di Pierluigi Pietricola

Si può immaginare un rapporto diretto, in termini di scrittura, fra la poesia e l’attore? Di primo acchito verrebbe da rispondere di no. Soprattutto perché, quando pensiamo agli interpreti, ce li immaginiamo su un palco a donare corpo e voce a parole create da altri. Ma nel caso di Roberto Herlitzka questo stereotipo cade d’un colpo.
Egli non solo è fra i più grandi e raffinati attori del nostro tempo, ma è anche un uomo straordinariamente colto che alla poesia ha dedicato moltissimo tempo della sua vita.
Tutti conoscono la passione di Herlitzka per Dante – in più occasioni egli ne ha parlato –; ma nessuno, eccetto pochissimi forse, era al corrente del suo stretto legame con Lucrezio. Ebbene di questa intensa e pluridecennale frequentazione con l’autore del De rerum natura, Roberto Herlitzka ci offre una testimonianza importante: la sua personale, raffinata, originale traduzione (La natura di Tito Lucrezio Caro. Libri I-IV; La Nave di Teseo), in versi e terzine dantesche, dei primi quattro libri di uno dei maggiori capolavori della letteratura classica di tutti i tempi.
Un’occasione succulenta per incontrare Herlitzka e conversare con lui intorno alla sua passione per l’arte della poesia, quotidianamente coltivata fra uno spettacolo e un film nel corso di una carriera costellata di straordinari successi.

Cos’ha significato tradurre Lucrezio? E quali difficoltà si incontrano nell’utilizzare una lingua bella ma difficile – perché colta e raffinatissima – come quella di Dante? E che importanza hanno la poesia e il culto del bello nella vita di un uomo di spettacolo?
Ecco quello che Roberto Herlitzka ci ha raccontato.

Quando è nata l’idea di tradurre il De rerum natura di Lucrezio?
Ho fatto questa traduzione per mio piacere personale. Nei periodi di pausa del mio lavoro.

E la passione per Lucrezio?
È nata al liceo, conseguenza di quella per Dante e per la poesia e la lingua del Trecento. In Lucrezio ho trovato il campo ideale per esercitarmi nei versi, usando la metrica dantesca. All’inizio erano versioni fatte per gioco. Poi ho deciso di giocare sul serio e ho cominciato a tradurre dall’inizio. Dopo i due primi libri li rilessi e non mi piacquero. Così li ritradussi e continuai.

So che questo libro ha avuto un percorso molto interessante. Ce lo vuol raccontare?
Per primo lo proposi al poeta e filosofo Alberto Giacquinto, che mi aveva chiesto di fare una lettura pubblica delle sue poesie. Trattò la mia traduzione con molto interesse, tanto da volerne depositare una copia presso la biblioteca dell’Università di Tor Vergata. Qui la lesse il professor Raul Mordenti, ordinario di critica letteraria nella stessa università, che poi sarebbe stato fondamentale nel percorso del mio libro. Successivamente il professor Ivano Dionigi mi invitò a partecipare a un convegno su Lucrezio all’Alma Mater di Bologna per leggere brani di alcune traduzioni del De rerum natura. Io ne approfittai per presentargli la mia e lui la accolse tra le altre. Fu poi la volta del regista Enzo Aronica, che mi invitò a leggerne parti nel suo Festival Letterario del Fontanone sul Gianicolo per tre anni di seguito di fronte a un pubblico insperatamente interessato. Anche Antonio Calenda, che ospitava il Festival diretto da Giorgio Pressburger a Trieste, mi convocò a leggere con intermezzi di musica di violoncello. Ci fu dopo Enrico Marocchini, direttore del gruppo musicale La nuova Consonanza, che lesse la mia traduzione e volle musicarne alcune parti, e così gli altri autori del gruppo, con mia sorpresa e contentezza. Ne facemmo un concerto per voce e orchestra al Teatro dell’Aquila e al Vittoria di Roma. Due bellissime esperienze. Ma un ruolo determinante ebbe, come dicevo, il professor Mordenti, che ne pubblicò due libri su internet e sulla rivista letteraria Testo e Senso e mi esortò a proporlo e mi aiutò a cercare un editore fornendomi un agente letterario. Al momento, però, non ne trovammo. Avvenne poi che, partecipando a un film di Elisabetta Sgarbi, lei mi domandò se scrivessi qualcosa di mio. Le parlai del mio Lucrezio e se lo fece mandare. Lo trovò interessante tanto da volerlo pubblicare con la sua casa editrice La Nave di Teseo. Il professor Mordenti, essendo io sconsideratamente privo di internet, si sottopose di sua volontà a una vera e propria fatica di amanuense, digitalizzandone buona parte come richiesto dall’editore. Così il libro è uscito in una edizione bellissima, presentato alla Fiera del Libro di Torino. Non ne ha parlato né scritto nessuno, tranne il grande musicologo Paolo Isotta che sul Fatto Quotidiano e sul Giornale ne scrisse una bellissima recensione, dopo un’altra eccellente critica a una mia lettura in un festival letterario a Elea dove mi aveva fatto invitare Antonio Calenda. Claudio Magris, ricevuto il libro, mi telefonò per dirmi il suo vero apprezzamento. Elisabetta Sgarbi me ne ha fatto leggere alcuni brani alla Milanesiana; e Vittorio Sgarbi mi ha invitato al suo Festival dell’Essere che avrebbe dovuto svolgersi a Novembre a Salerno, ma è stato rimandato. Il volume si compone dei primi quattro libri. Il quinto è già tradotto e il sesto è in traduzione.

Leggendo Lucrezio che idea ha? In che modo è importante per il nostro mondo quotidiano, per comprendere la realtà in cui viviamo, secondo Roberto Herlitzka?
Di Lucrezio ho letto solo quello che ho tradotto. Lo vado scoprendo, parola per parola, attraverso le versioni interlineari scolastiche dell’Avia Pervia. Si tratta di un’opera di grande varietà: l’autore parla da scienziato, ma soprattutto da grande poeta. Le sue considerazioni scientifiche impressionano perché, a volte, riguardano l’oggi. Paiono terribili visioni di un futuro imminente. Quando, ad esempio, dice al suo destinatario ideale: “Non credere che esista solo il nostro mondo nell’universo. Molti altri ve ne sono”, anticipa la scienza di oggi. Si tratta di un poema dove vi è di tutto, bene e male, e che, in certa misura, si può accostare alla Divina Commedia.

Come si è trovato a scrivere nello stile di Dante?
Non ho certo tentato un falso dantesco, sarebbe ridicolo e insostenibile. (Avevo però l’intenzione di presentarlo come una versione di un “Anonimo trecentesco” che, appunto perché anonima, avrebbe forse creato qualche curiosità. Ma la mia iniziativa non è stata accettata) Mi sono ispirato a Dante in modo spudorato ma del tutto personale e al mio amore per la lingua italiana che oggi non può che essere un rimpianto. E alla mia passione per la rima, sostegno espressivo all’andamento di versi che seguono una metrica. Le rime ben riuscite mi “inebriano” come motivi musicali che aprono svolgono e chiudono discorsi indimenticabili dentro di noi.

Ho notato che mancano le note a piè di pagina…
Avrei dovuto al limite farle io, perché il testo è a volte difficilissimo da capire come spesso anche l’originale, qui vòlto in un linguaggio volutamente arcaico.

Se gliele avesse scritte qualcun altro avrebbe accettato con piacere, oppure crede che i “battiscope” di commenti – come li chiamava Sermonti – non siano necessari per la comprensione di un testo classico?
Dipende. Una delle esperienze più forti della mia vita letteraria è stata la lettura del commento alla Divina Commedia di Attilio Momigliano. Critico molto criticato, perché sospetto di estetismo. Le sue note le avrei preferite a quelle di chiunque altro, ma qualcosa mi dice che è meglio così.

Cosa direbbe a un ragazzo per invogliarlo a conoscere Lucrezio?
Gli proibirei di leggerlo. Forse si incuriosirebbe Scherzi a parte, in generale credo che oggi sia difficile instaurare presso i giovani un rapporto con i classici. Appartengono ormai a un’altra epoca e a un’altra “cultura”, se vogliamo chiamarla così. Ci tengo comunque a ripetere che la mia traduzione è legata alla nostalgia della lingua italiana originaria. Bisogna difenderla e coltivarla, altrimenti tra un po’ non la parleremo più.

Lei ha avuto la fortuna di avere grandi maestri – Orazio Costa, per fare un esempio – che le hanno consentito di scoprire la sua passione e il suo talento e di coltivare entrambi. Poiché qualche anno fa si è anche calato nei panni di un professore di liceo nel film Il rosso e il blu, secondo lei come può, oggi, un insegnante suscitare nei ragazzi la passione per lo studio?
Sinceramente non saprei. Forse bisognerebbe distoglierli prima di tutto dalla dipendenza dal Web e avviarli all’interesse e magari all’amore per le Muse, che comprende quello per tutte le arti. “Minerva spira e conducemi Apollo e nove Muse mi dimostran l’Orse”, dice Dante.

Pierluigi Pietricola

Ultima modifica il Lunedì, 02 Marzo 2020 10:25

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