martedì, 02 giugno, 2020
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RENATO RASCEL, un fantasista da ricordare. -di Pierluigi Pietricola

Renato Rascel Renato Rascel

Lo chiamavano “il grande piccoletto”, per la poliedricità grazie alla quale si cimentava in qualsiasi genere di spettacolo. All’anagrafe fu registrato come Renato Ranucci – il suo vero nome –: nato a Torino per caso ma rigorosamente battezzato a Roma. Tutti, però, lo conoscono e ancora lo ricordano come Renato Rascel.
Questo nome d’arte fu ispirato al grande piccoletto nazionale dal nome di una cipria che vide, un giorno, dentro una vetrina passeggiando. Durante il fascismo, data l’idiosincrasia del regime per i nomi stranieri – specie di origine inglese e francese – fu costretto a cambiarlo in Rascele. Ciononostante, immutata è sempre rimasta la sua arte, la verve comica e interpretativa – surreali e distanti dalla realtà, ma mai da essa alienate – di cui Rascel diede prova nel corso della sua lunga carriera.
Muovendo i primi passi nei teatri di avanspettacolo, Renato si proponeva al pubblico come fantasista. Secondo la necessità, suonava o cantava, ballava o recitava. Di tanto in tanto, quando intuiva di avere il pubblico dalla sua parte, si abbandonava a monologhi strampalati ricchi di nonsense, di fronte ai quali gli spettatori da varietà reagivano subissandolo di fischi e improperi. Resiste chi vince. Dopo anni, testardamente passati a proporre una comicità meno popolana, ma più costruita e raffinata (ricalcando lo stile di Campanile e di Marchesi), Rascel fu presto applaudito come interprete comico.
Grazie a lui e alla premiata ditta Garinei e Giovannini, in Italia vi fu l’affermazione di un nuovo genere di spettacolo: la commedia musicale. Qui, a parti cantate e danzate come nei migliori musical americani, si alternavano scene da commedia brillante. Fu, questo, un genere in cui Rascel eccelse. Da Attanasio cavallo vanesio fino ad Alleluja brava gente, passando per Enrico 61 e Il giorno della tartaruga, il nostro Renato diede ottime prove da mattatore. Così come nel teatro drammatico (celebre la sua interpretazione, al fianco di Walter Chiari, in Finale di partita).
Dotato di una recitazione matematica, dosata al millimetro in termini di ritmo nella battuta e di mimica corporale e visiva, Rascel si accostava ad ogni ruolo con la meticolosità di un chimico: scandagliando e mostrando dei personaggi sfumature nascoste, riuscendo a mantenere il giusto equilibrio fra immedesimazione e straniamento. Aiutato, in questo, da una dose di lieve e raffinata ironia che, anche nelle parti più drammatiche, rammentava al pubblico che il grande dramma mai cede al patetico.
Qualità, queste, che Rascel raggiunse grazie alla palestra del varietà d’avanspettacolo. Genere che, purtroppo, oggi non esiste più nei teatri ufficiali. Ma che, se rettamente inteso e frequentato, temprerebbe il talento di giovani artisti che verrebbero così motivati a sperimentare più generi mettendosi alla prova con coraggio.
Lo stesso coraggio che permise a Rascel di divenire un artista la cui poliedricità e grandezza fanno e faranno sempre da esempio per il teatro di tutti i tempi.

Pierluigi Pietricola

Ultima modifica il Martedì, 24 Marzo 2020 10:55

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