domenica, 05 luglio, 2020
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Che senso ha se solo tu ti salvi. Uno sguardo sul futuro (dei professionisti) dall’assemblea di Altre Velocità e Rete Critica. -di Valeria Minciullo

“Che senso ha se solo tu ti salvi” è un verso della poesia Per un teatro clandestino del maestro Antonio Neiwiller, che nonostante sia stata scritta ormai quasi trent’anni fa, è ancora molto significativa: sia per la condizione in cui versa il teatro in Italia, che per l’atmosfera post-lockdown in cui stiamo vivendo. 
E non è un caso se è stato citato durante le cinque ore di assemblea sui teatri e la danza di Altre Velocità e Rete Critica, trasmessa in diretta sulle rispettive pagine Facebook lo scorso 27 aprile. Con punte di 750 utenti all’ascolto contemporaneamente, e una trentina di professionisti dello spettacolo che hanno preso parola, l’assemblea - seppure in modalità virtuale - ha comunicato prima di tutto un messaggio: noi ci siamo e, dopo questo silenzio, abbiamo qualcosa da dire.
Nonostante la stanchezza e l’indignazione, sono emersi una grande lucidità di analisi e un atteggiamento propositivo, frutto anche di quasi due mesi di quarantena e riflessioni.

“È tempo di mettersi in ascolto / è tempo di fare silenzio dentro sé” - recitano i primi due versi della poesia.

Che qualcosa non andasse come doveva era ravvisabile anche prima, ma quel tempo non cercato, bensì imposto dall’emergenza, si è rivelato utile per vedere in maniera ancor più nitida le criticità del sistema e gli errori commessi fino a questo punto.

La danzatrice e coreografa Cristina Rizzo si dice grata per questa pausa temporanea, che le ha ridato il desiderio e la gioia nel praticare la sua arte; quasi una regressione ad un’infanzia creativa che si era perduta da tempo.
Lavorando dal ‘94, Cristina ha avuto modo di osservare i cambiamenti e le evoluzioni (o involuzioni) del suo settore, ed è sempre più consapevole delle pressioni esercitate da una politica che non li agevola, ma li sovrasta.
Il discorso però va ben oltre la politica, di cui è solo il riflesso, ed è da ricercarsi in un virus altrettanto temibile - il capitalismo - che infetta ogni cosa (compreso il teatro) con le sue logiche di profitto. Soffocando il tempo e lo studio, elementi indispensabili per creare un progetto artistico di qualità.

È tempo che esca dal tempo astratto del mercato / per ricostruire / il tempo umano dell’espressione necessaria.

Ciò che limita e ingabbia maggiormente la libertà di esercitare il proprio lavoro, rispettando i tempi dovuti alla creazione dell’arte, è la questione dei finanziamenti, e in particolare i criteri quantitativi che spingono il settore a produrre più di quanto il mercato richieda.
Alcuni artisti hanno proposto come possibile soluzione quella di concentrarsi, per uno o due anni, sul repertorio, al fine di evitare lo sbilanciamento di cui si parlava; e per la salute dell’intero sistema, ritengono utile incentivare le ospitalità nei teatri, mettendo da parte - o perlomeno, limitando - la produzione. Il primo a suggerirlo è Michele Mele, manager dello spettacolo e docente dal 2013, che racconta la difficoltà nel seguire contemporaneamente più progetti e compagnie, dedicandovi la giusta attenzione: un prezzo quasi obbligatorio da pagare se si lavora in piccole realtà e si vuole vivere di questo mestiere. Senza contare che proprio le piccole realtà indipendenti devono farsi carico di problematiche amministrative e altri ruoli che non dovrebbero competergli - aggiunge Davide Sacco, co-fondatore, insieme ad Agata Tomsic, di ErosAntEros.
Anche la logica dei bandi - riportata all’attenzione da Cristina Minasi della compagnia Carullo-Minasi, ed Erika Grillo, direttrice artistica di Clessidra Teatro - è un’arma a doppio taglio, che li finanzia e allo stesso tempo li imbavaglia, orientandone la drammaturgia a scapito della spontaneità artistica dell’opera.
Ciò che gli artisti chiedono a gran voce è dunque la ridefinizione dei parametri qualitativi, il più possibile differenziati per tener conto delle realtà artistiche più creative e meritevoli.
Ed è di conseguenza fondamentale che il tempo per la ricerca venga riconosciuto e finanziato in maniera adeguata, perché la messa in scena è solo la creazione visibile di un lungo e invisibile processo di osservazione, studio, e prove a porte chiuse.
Oltre a pensare ad un nuovo linguaggio per il teatro che, si è fiduciosi, si troverà, è importante, in primo luogo, capire come instaurare un dialogo efficace con le istituzioni, come rimarcato da Francesca Penzo, co-fondatrice della compagnia Fattoria Vittadini. L’intervento accorato di Roberto Corradino, che si è trovato davanti alla decisione di accantonare l’imprenditoria dello spettacolo per continuare a fare “solo” l’attore, rende bene l’idea del malcontento dilagante tra gli artisti. Perché le cose cambino è importante che le istituzioni li riconoscano come “creatori” e non “produttori”, e che si ragioni dunque su un lessico più idoneo per farsi comprendere e poter avere un ruolo meno marginale nel dibattito politico, dove non figurano loro rappresentanti.
Quello che si avanza sono le rivendicazioni sindacali: il reddito di quarantena, quello di categoria, fino al reddito minimo universale e, in ogni caso, delle maggiori tutele. Il FUS - sottolinea con risolutezza la regista Giorgina Pilozzi - non basta.
All’attenzione dei sindacati, l’attore Sergio Longobardi, intermittente in Francia dal 2008 al 2016, sta portando proprio il modello francese, che riconosce e tutela i professionisti dello spettacolo, quali portatori di cultura e benessere collettivo.
Ma affinché questa visione si affermi anche in Italia, bisognerebbe ridefinire una nuova mentalità e partire dalle basi, a un livello pedagogico, di modo che la funzione delle arti sceniche - e quella di chi vi opera - inizi ad essere presa in giusta considerazione.

“Né un Dio / né un’idea / potranno salvarci / ma solo una relazione vitale.”

Allo stesso tempo, per essere più forti e incisivi, sarebbe necessario sviluppare un’unitarietà nel settore, essere pervasivi, fare rete, e anche questa modalità d’incontro, seppure a distanza, ha rappresentato un risvolto sorprendentemente positivo che ha portato con sé il caos della pandemia. Un’unione che ci si augura si consolidi nel tempo, sfruttando anche le possibilità che offrono i servizi di teleconferenza, a cui prima non si pensava; e che potrebbe essere, peraltro, ancora più coesa, proprio in virtù delle loro differenze. La questione dell’isolamento degli artisti non è purtroppo un problema sporadico, bensì una realtà comune da combattere - ribadiscono Andrea Cramarossa del Teatro delle Bambole, e Vincenzo Schino di Opera Bianco - nonché spesso alimentata dalla tendenza degli stessi artisti a chiudersi in un loop di autoreferenzialità e narcisismo, quando invece l’unica strategia per salvarsi sarebbe proprio quella di creare comunità.
Ma poiché l’azione del singolo ha effetti anche sul “noi” bisogna mettersi in discussione uno per uno, capendo come il modo di agire di ognuno influenzi l’altro - dice Anna Gesualdi, direttrice artistica di TeatrInGestAzione e AltoFest.
Il percorso da seguire, quindi, si articola su due binari affatto slegati tra loro: quello etico/filosofico che porta avanti le istanze di tipo pedagogico, di una nuova ecologia, dell’unione tra i professionisti e del recupero della funzione sociale e democratica del teatro; e quello più concreto, che avanza invece le rivendicazioni sindacali, chiedendo una maggiore equità nel sistema dei finanziamenti.
Perché i beni immateriali generati dall’arte arricchiscono moralmente la società e chi possiede gli strumenti per fruirli, ma purtroppo non bastano per chi di questo mestiere deve anche sopravvivere.

Valeria Minciullo

Link all’assemblea di Altre Velocità:
www.facebook.com/altre.velocita/

Riassunto degli interventi con video:
www.altrevelocita.it/interventi-assemblea-futuro-non-viene-da-se/

Ultima modifica il Martedì, 02 Giugno 2020 11:34

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