domenica, 12 luglio, 2020
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INTERVISTA al regista MICHELE SEGRETO per lo spettacolo "Phoebuskartell". -di Stefania Landi

"Phoebuskartell", regia Michele Segreto "Phoebuskartell", regia Michele Segreto

“Dicembre 1924. Ginevra. I principali produttori di lampadine di mezzo mondo si riuniscono segretamente.
 Oltre ad uniformare gli standard produttivi, stabiliscono di ridurre la vita utile delle lampadine da 2.500 a 1.000 ore, per garantirsi un continuo e frequente bisogno, da parte del consumatore, di acquistare nuove lampadine.
 Decidono cioè di produrre lampadine peggiori per venderne di più.
 L’accordo prende il nome di PhoebusKartell, o Cartello Phoebus.
 È il primo cartello economico su scala globale.
 Nasce il fenomeno economico noto come obsolescenza programmata.”
PhoebusKartell (Premio Scintille 2016; nel 2018 finalista di In-box – Rete di Sostegno del Teatro Emergente Italiano, vincitore NEXT 2018/19 Regione Lombardia) è anche il nome dello spettacolo della giovane e brillante compagnia Servomuto, qui con sei attori in scena: Gabriele Genovese, Giancarlo Latìna, Michele Mariniello, Marco Rizzo, Matteo Vignati, Alfonso de Vreese.
Scrittura e regia sono firmate da Michele Segreto, direttore di un’opera disinvolta, con cui si interroga sul sistema capitalistico di ieri, oggi immutato. Una raccolta di merci rapace e inarrestabile.
Ne sono investiti tutti: affamati industriali come operai, vittime e carnefici di se stessi.
Un tema tanto articolato meritava certo un dialogo con il giovane e talentuoso regista.

Michele, di cosa racconta lo spettacolo?
Lo spettacolo racconta la nascita dell’obsolescenza programmata, che è quel fenomeno per cui i nostri prodotti - diciamo tecnologici principalmente - sono creati già predisposti per spegnersi, perché ad un certo punto saremo costretti a comprarne di nuovi. La prima volta in cui si è pensato di fare una cosa del genere, e oggi lo vediamo con i nostri telefoni, fu con le lampadine, la cui vita fu abbassata da 2500 a 1000 ore… in un momento storico in cui venivano brevettate lampadine da 100000 ore, che poi sono state, ad arte, fatte sparire dal mercato.
Si parla anche della nascita del primo cartello economico globale. Prima i cartelli economici si limitavano a certi paesi; questo è un cartello economico in cui c’era gente di tutto il mondo. Questo perché probabilmente la Prima Guerra Mondiale aveva aperto a questa possibilità, al fatto che le cose potessero avvenire a livello mondiale, appunto.

Come sei inciampato in questo tema particolareggiato e straordinariamente pregevole?
Assolutamente in modo casuale: stavo guardando un documentario, una sera d’estate, trovando assurdo che questo cartello non fosse molto conosciuto, famoso e di pubblico dominio. Qualcuno doveva raccontare quella storia, secondo me.

La drammaturgia sembra molto devota al modello epico brechtiano. Non si limita ad incarnare gli avvenimenti; li espone e descrive. Perché ti sei affidato ad una narrazione epica?
Il tema brechtiano è nato insieme allo spettacolo, nel momento in cui ho deciso di raccontare questa storia, per una serie di motivi. Per le tematiche, per una cifra grottesca che sin da subito mi è sembrata adeguata ho scelto di applicare questa formula, non nego in parte perché comunque ho lavorato 2 anni con Claudio Longhi, che del teatro brechtiano ha fatto una declinazione in tutte le sue opere. E poi nasce anche da una domanda personale rispetto ad un’eventuale attualità di Brecht; se avesse ancora qualcosa da dire. Ho cercato questa risposta e per me è stato un sì.

Hai trovato questa risposta anche nello spettatore?
Si, tanti hanno riconosciuto la cifra stilistica di Brecht. E in tanti l'hanno trovata anche molto attuale e adatta alla tematica. Qualcuno mi ha chiesto se fosse un testo di Brecht di cui avessi avuto una copia di straforo.

Un lavoro scritto e recitato molto bene. Gli attori hanno portato contributi nel farsi delle prove?
Si, io preferisco lavorare sempre in condivisione con gli attori, piuttosto che guidarli, perché poi la responsabilità scenica è loro. Se eseguono è un conto, se invece hanno impostato loro la scena è una situazione completamente diversa. Abbiamo lavorato insieme; ormai si parla di 2 anni fa.
Il lavoro sugli attori è stato impostato da Ettore Oldi, che li ha fatti lavorare tanto, soprattutto sull’interpretazione degli industriali, che hanno un cuscino a simulare la pancia. Abbiamo cercato di far trovar loro un portamento fisico per cui quel cuscino sia trattato come una parte di loro. Sulle voci, sui personaggi, hanno presentato delle proposte. Alcune sono state accettate, altre messe da parte. Però io ho chiesto agli attori di fare continuamente proposte, anche dal punto di vista musicale. Quindi si, preferisco lavorare sempre in condivisione.

Facevi prima cenno alla parte musicale, che prevede cori e songs dal vivo. Con salace e gustosissima ironia son rivelate le pieghe della dialettica tra struttura e sovrastruttura economica. Come hai impostato il linguaggio vocale e strumentale?
Me lo sono immaginato subito cantato, lo spettacolo. Non sapevo bene come, non sapevo bene cosa ma in questo sono stato aiutato da Matteo Vignati. Io avevo delle proposte musicali, la maggior parte delle quali tratte dall’Opera da tre soldi. Abbiamo lavorato al testo anche insieme a Fabio Roveroni, che ha realizzato le basi per pianoforte, e poi abbiamo provato con la voce dal vivo degli attori.

Qual è stata la gestazione?
Questo spettacolo è stato nella mia testa per 2 anni, prima di scriverne anche solo una pagina.
Quindi, se lo spettacolo è del 2017, ho iniziato a lavorarlo nel 2015.

Una produzione con sei attori in scena. Si è dimostrata laboriosa? In altre interviste parlavi anche di volontariato.
Purtroppo è inevitabile: questo è stato il primo spettacolo con più di uno/due attori in scena. Qui sono in sei. A livello produttivo è un grosso sforzo. Abbiamo ricevuto un contributo, con il quale non si riesce spesso a coprire costi di prove ed allestimento. Si, c’è stato tanto volontariato nella prima frase, da parte degli attori che abbracciavano il progetto e forse avevano intuito una sua valore futuro…
Dopo alcune repliche nel 2017 l’abbiamo tenuto in naftalina, ed è ripartito nel 2019.

Anche perché fuori dal circuito diventa sempre molto difficile proporsi...
Si, proprio impossibile, direi.

Tornando agli attori, sulla scena gli industriali si servono di movenze grottesche e meccanizzate; mentre gli operai, secondo una geometria chiasmica, usano gesti fluidi, naturali. Subiscono però l'automatismo del lavoro, scandito a orologeria. Un automatismo fisico, economico e culturale.
Si, gli operai, che sono così normalizzati, così naturalistici e persone in cui potremmo conoscerci, diventano dei morti. E sono loro quelli incastrati in questa dinamica a cui poi decidono di sottostare, perché ovviamente, se si producono più lampadine, i turni di lavoro aumentano…
Sapevo che negli operai il pubblico si sarebbe riconosciuto, perciò ho scelto di far compiere loro la parte più tragica dello spettacolo.

La vuoi rivelare?
Un operaio - il più critico, il più ribelle, il meno conformista - in una società che vive per il profitto, soccombe.

“Le risorse sono limitate, ma la crescita economica non lo è”, scrivi nella drammaturgia.
Esatto, voi ipotizzate la possibilità di una crescita illimitata ma le risorse sono limitate, e questo è impossibile… Purtroppo è la verità del nostro sistema economico. Pensare che l'economia sia portata a crescere crescere crescere per sempre è una cosa che non si può fare, perché questo pianeta è limitato.
Non potrà essere sempre di più. Quando l’avremo finito, sarà finito.

È una tendenza ancora molto viva nell'economia attuale?
Direi proprio di sì. Visto che esce un Iphone nuovo ogni 6 mesi, sembra non ci siamo discostati da questo modello economico… è la forza, secondo me, anche di questo lavoro, che sembra relegata al 1924. Poi, quando si mette la mano in tasca e si prende l’Iphone ci si dice: “Ho capito perché mi si è spento quello prima!”.

Michele, tu sei un uomo di teatro. Chi si adopera per appartenervi subisce una sorte simile agli operai, oppressi dal “baciare la mano che dà il pane”, per citare una frase del testo?
Con Servomuto: cerchiamo di proporre gli spettacoli che vogliamo fare, più o meno a prescindere dalla loro eventuale vendita. Ovviamente qualche scelta di mercato dobbiamo farla.

Voi come Servomuto quando siete nati?
Come formazione, nel 2012, legalmente nel 2015.

E siete un collettivo di artisti.
Esatto. Abbiamo fatto anche noi proposte che avevano ragione solo di cassetto economico. In questo momento ci interessa l'atto creativo, quindi siamo improntati a quello, pur nella fatica di ritrovare i fondi. Però preferiamo non baciare mani. Parliamo con tutti ma non inseguiamo nessuno e vediamo dove questa cosa ci porterà. D’altronde siamo tutti artisti – lo dico con due virgolette - e questo sistema obbliga a diventare impresari, che è un altro lavoro. Noi cerchiamo di mettere la giusta dose di impresa ma di dare prevalenza alla creazione. Cerchiamo una sintesi tra il dover fare per forza un’impresa culturale, che poi deve macinare contratti e creare spettacoli a nastro, e il desiderio di portare in scena ciò che desideriamo.

Oggi è possibile tornare a distanziare la competenza dell’impresario da quella del regista/attore, o artista, per mantenere una definizione più panoramica?
Io penso che andrebbe divisa. Penso allo stesso modo che oggi sia quasi impossibile dividerla.
Credo che questo sia però un problema. Tanti lavori sono allestiti in fretta per delle ragioni di Ministero, ad esempio. E questo non lascia alcuno spazio all’atto creativo.

Altrettanto essenziale è lo spazio per dare visione e ascolto a questo atto creativo appartenente a Michele e alla compagnia. Donato allo spettatore affinché ne faccia un uso critico, per illuminarne il cammino e sostenerlo nell'indagine del proprio agire nella Storia.

Stefania Landi

Ultima modifica il Domenica, 07 Giugno 2020 07:51

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