martedì, 04 agosto, 2020
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"Come mi batte forte il tuo cuore". Reading in memoria di Walter Tobagi - 40 anni dopo. -di Valeria Minciullo

Walter Tobagi Walter Tobagi

Come mi batte forte il tuo cuore
Reading in memoria di Walter Tobagi - 40 anni dopo

Della Compagnia Alma Rosé
Interpretato da Annabella Di Costanzo e Manuel Ferreira
Regia e drammaturgia di Elena Lolli
Realizzato con il contributo del Comune di Milano (Progetto vincitore del Bando dei Quartieri 2019) e in collaborazione con Municipio 3
Partner del progetto: Music in Box, Zero35 Production
La compagnia ringrazia la Rai per i contributi video e il Teatro Filodrammatici di Treviglio (Bergamo)

 Walter Tobagi

Ammetto l’ignoranza: se prima di questo spettacolo mi avessero chiesto chi era Walter Tobagi non avrei saputo rispondere. Il nome non mi era nuovo, questo è certo, ma non avrei potuto collegarlo ad alcun fatto di cronaca.
Non ero ancora nata: può essere una scusante? Credo di no.
Forse non se ne parla abbastanza, o forse c’è tanto, troppo, da sapere e non c’è mai il tempo, la voglia, di andare oltre a ciò che già si sa, o alle notizie che ci capitano per caso sotto gli occhi, che attirano la nostra attenzione.
Il 28 maggio scorso, scrollando il sito del Corriere della Sera mi imbatto in alcuni articoli scritti in memoria del quarantesimo anniversario della morte di Walter Tobagi; uno di questi è il video di uno spettacolo - un reading, per la precisione - tratto dal libro della figlia Benedetta, Come mi batte forte il tuo cuore.
Cerco in rete “Walter Tobagi” e posso adesso collegarlo alla lotta armata degli anni di piombo, quel fosco periodo della storia italiana che non sempre si arriva a trattare nel programma scolastico, e che ho approfondito più avanti nel tempo, per curiosità mia, attraverso film, e articoli su internet.

Una performance che si fa da parte per dare risalto al ricordo

Non c’è forse molto da dire su questa performance, se così può essere definita, ma è proprio in questa “irrilevanza” che risiede la sua forza. Nel farsi da parte, nel suo essere scarna nell’accezione positiva del termine, e dunque discreta ed essenziale, solo un mezzo funzionale a riportare sotto la luce dei riflettori la grande figura del giornalista Tobagi.
Sul palco ligneo e disadorno si alternano alla lettura i due attori della compagnia milanese Alma Rosé, che si accostano al testo con grande umiltà: ad Annabella Di Costanzo sono affidati i pensieri di Benedetta, i fragilissimi ricordi, e la ricostruzione, pezzo per pezzo, della figura del padre; a Manuel Ferreira, le parole di Tobagi, quelle intime e affettuose in una lettera indirizzata alla moglie e quelle pregnanti di ideali; e ancora - contrapposte - le altre aride e inumane dei brigatisti e le parti narrative, corredate da fotografie e filmati d’archivio.
Una musica delicatissima introduce il reading e accompagna i momenti del racconto più intensi e commoventi, soprattutto quelli in cui a parlare è Benedetta.

«La mente di una bambina non può contenere la frase “papà è morto”»

Aveva solo tre anni e mezzo quando lei e la madre trovano riverso sull’asfalto il corpo di Walter, assassinato a colpi di pistola a meno di cento passi dalla loro casa. Un evento traumatico e un’eredità dolorosa che Benedetta dovrà per sempre portarsi dietro; un cognome a tratti di piombo, come quegli anni, per la consuetudine di dover rispondere “sì, era mio padre” o essere riconosciuta come “la figlia del povero Walter”; senza contare il peso ulteriore del senso di colpa perché la sua mente bambina le attribuì per anni la causa della sua morte: per non aver fatto abbastanza, per non averlo salvato.
C’è voluto diverso tempo, e la scena di un film di fantascienza rivisto per caso, a far emergere l’insensatezza di questa bugia, a elaborare il lutto e finalmente assolversi. «La mente di una bambina non può contenere la frase “papà è morto”» - dice Benedetta. Ma è proprio la morte, percepita come presenza vuota e ingombrante insieme, a fare da innesco alle tante domande, per cercare di capire cosa successe realmente quel giorno, e chi fu davvero suo padre, svincolato dagli epiteti di “eroe” e “martire”. 

La missione di Tobagi: verità come strumento per la libertà

Ci si addentra così nella vita di Walter Tobagi, scoprendone il lato più umano, la passione per la scrittura giornalistica e dunque per la verità, strumento prioritario per divenire uomini liberi, e ideale che dovrebbe essere connaturato nell’etica del mestiere: dall’esordio studentesco al giornale La Zanzara del Liceo Parini - come racconta l’allora direttore e amico Vittorio Zucconi - passando per l’esperienza all’Avanti! e l’Avvenire, fino al Corriere della Sera, dove entra a soli ventinove anni come inviato speciale.
Tobagi inizia presto ad occuparsi dei temi scottanti del terrorismo comunista e della destra eversiva; diventa presidente dell’Associazione Lombarda dei Giornalisti dove si batte per l’autonomia redazionale delle testate e il pluralismo, minacciati dalla Loggia P2 che vorrebbe esercitare un controllo massivo sui mezzi d’informazione. Con la scalata ai vertici del giornale ad opera di Rizzoli, Tobagi decide infatti di abbandonare Il Corriere della Sera, per non venir meno ai suoi saldi principi.
Le scelte coraggiose prese, però, gli costeranno caro: dapprima le accuse di fascismo per lui che era un socialista riformista, poi l’ombra della paura con cui è costretto a convivere dopo aver saputo di essere entrato nel mirino dei brigatisti, e infine l’uccisione, una possibilità che forse lo stesso Tobagi non dava così per scontata e imminente. A soli trentatré anni, per mano della Brigata XXVIII marzo - come si firmò la stessa nel volantino che rivendicava l’atto terroristico - si spense la vita, ma non la missione, del giovane Tobagi. Quest’ultima, infatti, sarà lasciata a modello per il giornalismo futuro, e si riverserà profondamente nell’animo di Benedetta, che combatte tuttora per portare avanti con orgoglio il messaggio del padre.

Una morte che non è sconfitta né assenza

Tobagi, in una lettera, si rammaricava con la moglie di non essere abbastanza presente nella vita della famiglia, pur sentendosi fortemente legato ad essa, ma affermava al contempo che mai si sarebbe perdonato di non aver impiegato i suoi talenti per un bene collettivo più alto, permettendo al sistema corrotto di schiacciarlo. Di fatto, la sua morte, che forse poteva essere evitata, non ha significato una sconfitta, né tantomeno una reale assenza.
Tobagi, infatti, è rimasto sempre accanto a Benedetta, “come una mano leggera ma sempre presente poggiata al centro della schiena”, anche quando, dopo tanti anni e con inconsapevole violenza, viene messa di fronte a uno dei due assassini del padre, il pentito Mario Marano. Nel raccontarlo, il pathos che pervade tra alti e bassi l’intero reading giunge al suo culmine, e lì Benedetta capisce ciò che proprio non le si può togliere: il suo diritto a non perdonare.

Dopo quarant’anni, ciò che purtroppo è rimasto pressoché inalterato è il sistema multiforme di corruzione e violenza nascosto tra le pieghe della società, che negli anni di Tobagi, in Italia, aveva il nome di “Loggia P2” e “lotta armata”, ma che può estendersi a qualsiasi fenomeno che, con modalità occulte, inquina la trasparenza delle regole democratiche.
«Ed è per questo che, mutatis mutandis, ripensare all’esperienza di mio padre è adesso più che mai necessario» - sottolinea Benedetta; ed è per questo - aggiungerei ancora io - che è necessario prenderci un’ora del nostro tempo e ascoltare con attenzione Come mi batte forte il tuo cuore.

Valeria Minciullo

Link al reading
https://video.corriere.it/cronaca/walter-tobagi-quarant-anni-dopo

Ultima modifica il Giovedì, 25 Giugno 2020 00:34

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