sabato, 26 settembre, 2020
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GLI INTELLETTUALI GIOCANO COL TRENINO. -di Antonio Ferraro

Checco Zalone Checco Zalone

Gli intellettuali giocano col trenino
di Antonio Ferraro

Finché ha avuto la possibilità di avere un pubblico in studio, il presentatore di punta di Sky Alessandro Cattelan, nelle sua trasmissione E.P.C.C. (E Poi C’è Cattelan) faceva un gioco: poneva delle domande scherzosamente a trabocchetto agli spettatori e, appena qualcuno sbagliava, fingeva di sminuzzargli la scheda elettorale: gli ignoranti non hanno diritto di votare! Una goliardata ovviamente ma dietro il politicamente correttissimo (e, va detto, televisivamente banalissimo) Cattelan, c’è tutto un mondo: ci sono i giornalisti alla Severgnini che spiegava che il voto della Brexit avrebbe dovuto essere nullo, perché si erano espressi a favore in maggioranza elettori ignoranti e mal lavati delle campagne e delle periferie, mentre i colti e agiati londinesi della City (vuoi mettere?) erano contrari; c’è il sacerdote del conformismo Fabio Fazio che, tempo fa, si lasciò sfuggire un’esclamazione di rimpianto per non essere gay; c’è un mondo politico, ecclesiale e giornalistico che taccia di razzismo chiunque azzardi civilmente di indicare come un problema l’immigrazione; c’è l’infastidita espressione di disgusto verso l’inelegante orco politico del momento (via via nel tempo Craxi, Berlusconi, Bossi, Renzi, Salvini); c’è la povera Greta, buttata cinicamente in agone, perché giovanissima e problematica.
Ritorna in mente il sopravvalutato (secondo me) Fortebraccio, che nei suoi corsivi su L’Unità, usava spesso la metafora: “si aprì la portiera della macchina, non ne uscì nessuno: era l’on. (e qui il nome di un politico avverso al P.C.I.). Certo sono goliardate, battute estemporanee, idiosincrasie ideologiche ma il sospetto è che mascherino una mentalità profondamente antidemocratica e interessi inconfessabili.
Sempre con l’espediente di rilevare nel piccolo e nel quotidiano problemi più profondi e strutturali, è interessante notare quello che accade nel nostro cinema: da vari anni, nel panorama del cinema italiano, le uniche opere che incassassero decorosamente erano le commedie (non solo in Italia ma da noi la commedia all’italiana – filiazione diretta della Commedia dell’Arte – è stato praticamente l’unico genere che culturalmente ci rappresentasse davvero). Cosa hanno pensato i padroni (politici) della nostra cinematografia? Se è così non si possono lasciare al torbido gusto (spesso – orrore! –qualunquista) degli spettatori le scelte. E così, con incassi sempre più inconsistenti, registi, scrittori ed attori del cinema d’impegno – foraggiati da sovvenzioni, premi e contratti televisivi- si sono lanciati a dar vita a simil-commedie, tanto “de sinistra” ma senza neanche l’ombra di un sorriso. Il pubblico però sa di aver diritto a quello che lo stimola ed ecco arrivare il geniale Zalone, che sforna film intelligentemente – ma anche ironicamente - basati sul cosiddetto “familismo amorale”, che macinavano incassi da record; ma il sistema non è stato con le mani in mano: per l’ultimo film, Tolo, tolo, gli ha affiancato Virzì con il risultato di un’insipida storiella sull’immigrazione e l’accoglienza che ha, naturalmente, incassato 20 milioni meno del titolo precedente, il caustico e scoppiettante Quo vado? .
Da un certo punto di vista, gli intellettuali che si impadroniscono del nostro prezioso immaginario sembrano quei padri che, con la scusa che il gioco è complicato e delicato, si impadroniscono del trenino elettrico dei figli per giocarci loro per ore e ore. Solo che qui non c’è in campo solo il (preziosissimo) diritto al gioco (e, quindi, l’equilibrio e lo sviluppo mentale dei bambini) ma un’intera civiltà e la libertà stessa messa a grave repentaglio da chi (per carenza democratica e mediocrità culturale) compie azioni non dissimili dalle masse belluine che abbattono e sconciano monumenti e vestigia del passato. Non prendiamoli sottogamba: non sono né innocui né innocenti.

Antonio Ferraro

Ultima modifica il Giovedì, 20 Agosto 2020 19:46

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