martedì, 13 aprile, 2021
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"La beffa, la cena – un duello di parole" di e con Luca Scarlini e Antonella Questa. -di Valeria Minciullo

Antonella Questa e Luca Scarlini in "La Beffa la Cena. Un Duello di Parole". Foto Daniele Laorenza Antonella Questa e Luca Scarlini in "La Beffa la Cena. Un Duello di Parole". Foto Daniele Laorenza

Qualche giorno prima dello spettacolo trasmesso in streaming per Fertili Terreni Teatro "La beffa, la cena - un duello di parole", mi è capitato di leggere un articolo sulla libertà di stampa e di parola, fortemente ostacolata nei paesi dell’Est Europa. Partendo da luoghi diversi e distanti dall’Italia, e poi tornando qui, indietro fino all’epoca fascista e grazie al teatro, ho avuto modo di riflettere sulle ripercussioni che quel periodo di censura e coercizione ha avuto sul futuro della libertà di espressione  nel nostro Paese, e su quanto ci si possa in fondo dire fortunati rispetto al passato ed estranei a quella parte di Europa “illiberalmente” democratica del presente.

E, in effetti, una connessione coi nostri tempi e una attualizzazione è compiuta anche nello spettacolo di e con Luca Scarlini e Antonella Questa, nato a partire da una riflessione sul poeta Sem Benelli, intellettuale dei primi del Novecento che non si volle piegare alle subdole imposizioni del regime fascista.

Il titolo richiama il suo dramma più noto, La cena delle beffe, e lo spettacolo si apre infatti con le scene conclusive dell'omonimo film del regista Alessandro Blasetti, che lo portò alla ribalta riadattandone la trama per il grande schermo. Anche la pellicola, per mantenersi in tema, non sfuggì alla censura degli anni quaranta,  poiché vi si impresse il seno nudo di Clara Calamai, sebbene non fosse la prima volta della storia del cinema. 
La vicenda richiama comunque il senso dello spettacolo, poiché il personaggio Giannetto, vittima di soprusi, viene accostato, nel suo anti-eroismo, a quello del poeta; e la violenza e le angherie operate dai fratelli Neri e Gabriello alla prepotenza del duce. Vi si inserisce, inoltre, il tema della vendetta, che nella realtà fu però attuata da Mussolini nei confronti di Benelli, e di ogni intellettuale non allineato al regime.

Un duello di parole e di stili

In scena, si alternano dunque un raccontatore e un’attrice, come indicato dai titoli di apertura, posti agli estremi del palco, dietro il rispettivo leggio, ed in mezzo un tavolo vuoto sulla parete bianca a far da sfondo. A Luca Scarlini è affidato il ruolo di voce narrante, contrapposta e nello stesso tempo in dialogo/duello con le interpretazioni di Antonella Questa, vestita non a caso interamente di nero, la quale mette in scena, tra gli altri personaggi, la caricatura di Benito Mussolini, confidenzialmente chiamato “Ben”. Il comizio del Duce predispone infatti gli elementi ridicolizzanti e volgari, nonché la prosopopea, che lo caratterizzano – attraverso le parole, ma anche i gesti, la postura e il tono pomposo della voce – e le idee di superiorità e razzismo che serviranno da pretesto per una critica più ampia verso temi quali il sessismo, la pedofilia, la corruzione e, naturalmente, il principale: la violazione della libertà di espressione. Il tono complessivo rimane però sempre sarcastico e leggero – non arrivando mai a un’aspra e manifesta critica, quanto piuttosto a un’esposizione distaccata e ironica dei fatti – anche  grazie al contrasto che si viene a stabilire tra lo stile enfatico e perentorio della Questa, e poi la disinvoltura con cui si appoggia al tavolo durante l’ascolto, e di quello pacato e sognante di Scarlini che rimane in piedi e quasi sempre immobile con lo sguardo puntato verso un punto imprecisato della sala, fatta eccezione per le mani che gesticolano spesso e con garbo.

Il triangolo: Sem, Ben, e chi invece ci sta

Come uno speaker radiofonico, Luca Scarlini racconta la vita di Sem Benelli: dalla famiglia di tessitori da cui proveniva fino alla carriera di poeta e drammaturgo, definendolo come colui che aveva compreso il nodo del Novecento ed era stato letto persino da Pirandello. Il suo percorso si snoda attraverso esperienze quali la fondazione della Compagnia benelliana di poesia coi simbolisti, fino al successo ottenuto attraverso una serie di opere comunque rappresentate, nonostante Benelli avesse su di sé tutti gli elementi per attirare l’odio del nuovo regime. Egli, infatti, sebbene vi siano pareri discordanti sul suo reale antifascismo (necessario citare Carlo Levi che lo definì un “trombone fascista”), si distaccò nettamente dal potere nel 1924, a seguito dell’assassinio di Giacomo Matteotti
Mussolini, in un primo tempo, nutriva per Benelli una certa ammirazione, tanto da elargirgli una serie di “favori” politici sistematicamente rifiutati dallo scrittore che chiedeva soltanto libertà di pensiero e giudizio; una ribellione che determinò la reazione vendicativa del duce: quest’ultimo infatti agì in modo da “schiacciarlo”, rendendogli impossibile l’esistenza. 
Benelli, d’altra parte, non fu certo cauto con le parole, e da deputato fece un discorso in cui lo definì un assassino; arditezza che si rivelò un harakiri per la sua carriera di scrittore: seguirono infatti accuse a mezzo stampa, blocco dei diritti d’autore e divieti di rappresentazione per le compagnie, che lo condussero in breve tempo a problemi finanziari e probabilmente a un vero e proprio trauma che lo accompagnò fino alla fine dei suoi giorni; sebbene, come già ricordato, le sue opere riuscirono comunque a farsi spazio. 
Tali vicissitudini vengono accostate, nello spettacolo, al “calvario editoriale” dello scrittore Michail Bulgakov col suo romanzo Il maestro e Margherita, oggetto di censura nella Russia di Stalin; il parallelismo con un regime di opposta matrice, ma in fin dei conti affatto dissimile, è anche il pretesto per accennare al teatro sovietico delle masse su cui Mussolini avrebbe voluto improntare il suo modello di teatro popolare; con tentativi che si rivelarono fallimentari.
Non mancarono comunque intellettuali disposti a obbedire al sistema, come il terzo elemento del triangolo, ovvero il commediografo Giovacchino Forzano che, tra le altre cose, fu il regista proprio de La cena delle beffe di Umberto Giordano su libretto dello stesso Benelli, e che collaborò strettamente col duce. Antonella Questa dà voce a questo personaggio, caratterizzandolo, in modo sempre ironico, come borioso e corrotto, quasi fosse una propaggine del duce senza una propria personalità.

La musica e gli spot in un rimbalzo tra passato e contemporaneità

Qui e in altri stacchi, si inserisce la musica, elemento degno di nota poiché contribuisce al tono canzonatorio dello spettacolo: oltre a “Soldi, soldi, soldi”, che si prende gioco della venalità di Forzano, è presente una versione dance con balletto annesso di “Giovinezza,” uno dei brani più diffusi del ventennio fascista che ricorre più volte e in apertura; passando per “Un’emozione da poco” di Anna Oxa e “Sanzionami questo” di Rodolfo de Angelis, in un continuo rimbalzo melodico tra passato e contemporaneo. Oltre alla musica, alcuni spot radiofonici – irriverenti e anch’essi giocati sulla censura e su una connessione abbastanza palese con realtà politiche attuali – accentuano l’intento dissacrante e intervallano la parentesi di spettacolo in cui si dà voce ad alcune lettere indirizzate al duce: sono tutte scritte da donne, dalle monache fino alle prostitute, figure agli antipodi ma accomunate dall’essere obnubilate dal suo carisma fino al punto di innamorarsi e distorcere la realtà, a riprova di quanto le menti siano deboli e facilmente manipolabili da un regime totalitario.

Per concludere e riflettere

Sem Benelli, insieme ad altri, si è invece mantenuto più lucido e forte – almeno da quel che si evince da questo testo, che non si addentra troppo nel particolare e costituisce più uno spunto per riflettere in generale sul presente – ma ciò gli costò un isolamento nel suo Castello di Zoagli, una morte di crepacuore, e prima ancora la paura che lo accompagnò fino a quel giorno, sebbene l’incontro della sua opera con Blasetti fu per lui uno sprazzo di fortuna. E Benelli – racconta Scarlini – avrebbe dovuto avere almeno dieci, quindici anni ancora per rifarsi, ma cosa sarebbe stato oramai, se non un’anticaglia nel Neorealismo?

La lettura di una serie di messaggi telegrafici diretti a varie questure d’Italia, che comunicavano gli spostamenti di Benelli e gli impedimenti da mettere in atto, sembrano chiudere con più gravità lo spettacolo ma – conclude Scarlini – si tratta fin qui di “eventi narrati in forma maccheronica e srealmente accaduti”, ripristinando l’atmosfera che ha caratterizzato quest’ora e passa di teatro .

E cosa dire, invece, di noi, tornando qui nel presente? Che siamo più fortunati sia di coloro che sono vissuti durante la dittatura sia di chi vive in quei paesi dell’Est Europa, indubbiamente, ma è importante comunque riflettere e non dare nulla per scontato, perché ciò potrebbe impedirci di vedere le cose chiaramente. Nonostante la conquistata democrazia, non potremo mai infatti dirci liberi del tutto, perché in forme sottili siamo ancora in qualche misura manipolati, censurati e, nei casi peggiori, minacciati, se per caso diamo troppo fastidio con le nostre parole, ricercando la verità, quando vogliamo costruirci un pensiero il più possibile basato sui fatti reali. E sebbene mai come adesso abbiamo una libertà di espressione così estesa, grazie ai social network, è diventato ora impossibile dare un volto a chi continua a controllarci, con altre intenzioni, ma paradossalmente proprio in virtù della stessa. 
Esserne consapevoli e ricordarlo è di certo già un passo.

Valeria Minciullo

Ultima modifica il Mercoledì, 24 Marzo 2021 10:32

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