mercoledì, 19 gennaio, 2022
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A BERLINO MITI CONTRO LA PANDEMIA. -di Grazia Pulvirenti

"Idoménée", regia Alex Ollé, La Fura dels Baus "Idoménée", regia Alex Ollé, La Fura dels Baus

Berlino non si arrende alla pandemia e ospita, con accurate misure di sicurezza, il festival di musica barocca “Barocktage”, che si tiene ogni anno a novembre. Ancora una volta nel segno di una eccellente qualità esecutiva e della scelta di interessanti novità. La perla nel settore della lirica del 2021, all’interno di un programma dedicato alla musica francese, è la prima assoluta alla “Staatsoper unter den Linden” di Idoménée di André Campra, un miracolo di bellezza che coniuga cultura musicale francese e il gusto all’italiana. Tra i più celebri Lully e Rameau, Campra è testimone di un’epoca di crisi, quella della reggenza di Filippo II d’Orleans, durante la quale, a partire dal 1690, lo splendore del periodo di Re Sole va in frantumi, mostrando quei lati oscuri che, amplificandosi nel corso di un secolo, condurranno alla Rivoluzione: povertà della popolazione, indebitamento della Corte, esosi costi delle milizie, coronati da sconfitte militari. Conseguentemente Versailles perde il ruolo di forza centripeta per le arti e anche la Tragédie en musique appare un genere del passato, specchio dello sfavillante potere di una monarchia assoluta che in esso celebrava i propri fasti. S’insinua nella forma operistica, che ricorre al mito e alla dimensione dell’irreale, il gusto italiano, che vi introduce arie, duetti e il recitativo; quest’ultimo, al contrario di quello francese, cita e adotta le forme della elocuzione della tragedia in prosa, ampliando la sfera emotiva dell’esposizione. Ciò accade in Idoménée, opera nella quale il brano solista si coniuga col recitativo creando un tessuto di unità musicali compatte e di maggiore estensione. Sentimenti ed emozioni raggiungono l’acme: il tormento di Elettra, amante rifiutata da Idamante, alla fine del secondo atto, lo scandaglio del cuore confuso del giovane, e, in primo luogo, le emozioni contrastanti di Idoménée, figura drammatica e patemica per antonomasia. A lui dà voce un eccellente di Tassis Christoyannis, baritono di rara raffinatezza, dal timbro affascinante e dalle straordinarie abilità nella conduzione del recitativo. Il suo Idoménée esce subito fuori dalla cornice mitologica, per mostrare la verità di contrastanti sentimenti spinti all’acme della verisimiglianza, conferendo verità umana al personaggio. Ottima anche la prestazione dell’Idamante di Samuel Boden e della Ilione di Chiara Serath, mentre l’Elettra di Hélène Carpentier rimane sopra le righe sia scenicamente che vocalmente, calcando il registro acuto in maniera stridula. Ineccepibile la condotta musicale di Emmanuelle Haim, conduttrice di grande fascino, acclamata giustamente nel repertorio barocco, che esegue con l’orchestra di strumenti antichi da lei stessa fondata, “Le Concert d’Astrée”. A tale eccellente esecuzione musicale non corrisponde una conduzione registica altrettanto riuscita, affidata a Alex Ollé, uno dei sei direttori artistici de La Fura dels Baus, celebre gruppo di teatro sperimentale a partire dalla data della sua fondazione nel 1979. Dello stile “Fura” l’allestimento conserva l’eccellenza dell’impianto visivo, creato con proiezioni fronte e retro su materiali plastici che conferiscono loro spazialità e materia in esiti di grande efficacia. Ma la regia è del tutto assente: i personaggi entrano ed escono dalle quinte per cantare alla ribalta in una immobilità che, inizialmente, potrebbe apparire come una cifra stilistica, ma che, nel corso dello spettacolo, rivela solo la mancanza di idee registiche. Ovviamente manca ogni approfondimento psicologico, che la natura mitologica dell’opera potrebbe apparentemente legittimare, ma che in realtà straripa in personaggi pervasi di umane, fin troppo umane passioni.

Il mito non è un affollato reservoir di situazioni e figure prototipiche, ma una matrice inesauribile di conflitti umani, sentimenti, passioni, dolenti traumi e istanze di ribellione e libertà. Quest’ultimo il caso della protagonista della seconda opera presentata ai “Barocktage”, Orfeo ed Euridice, alla quale Anna Prohaska in stato di grazia ha conferito passione, amore, disperazione, verità corporea ed emotiva. E la modernità e attualità del mito viene sottolineata dalla regia di Jürgen Flimm per l’allestimento creato in cooperazione con il grande architetto Frank Gehry. L’allestimento, che risale al 2016, è ricco d’idee, come l’iniziale ambientazione in un obitorio, in cui il corpo di Euridice viene pianto su una barella metallica dall’Orfeo di Max Emanuel Cencic, che ha dato un’ottima prova, con una pastosa alternanza di piano, mezzoforti e forti. Condotto dall’esuberante Amore di Liubov Medvedeva, Orfeo attraversa scenografie di grande impatto visivo per la concretezza costruttiva e l’alternanza di spazi aperti e ambienti claustrofobici, come la triste camera di un albergo di terz’ordine, in cui accade il fatale incontro che costerà a Euridice il ritorno all’Ade, nei toni struggenti dell’orchestra diretta da Christophe Rousset. All’annosa questione del poco convincente happy end trovarono una soluzione elegiaca il regista Jürgen Flimm e Daniel Baremboim, direttore della Staatsoper: dalla versione parigina viene recuperata la musica dell’assolo per flauto che ricrea l’atmosfera dei Campi Elisi, nella quale Orfeo, di nuovo separato da Euridice, sparge le ceneri conservate nella custodia del suo violino. Un triste, ma coerente e scenicamente efficace, epicedio per la povera Euridice.
Altri miti in contemporanea prendono corpo in un altro tempio della lirica a Berlino, la “Komische Oper” che, con la sua predilezione per la modernità, il comico e il grottesco, mette in scena nello stesso periodo dei “Barocktage”, miti moderni, come quello de “Il naso” di Dmítrij Dmítrievič Šostakóvič, per la geniale regia di Barrie Kosky. Inconfondibile il tratto grottesco e umoristico dell’australiano, raggiunge il suo acme nella paradossale e satirica opera tratta dal celebre racconto di Gogol: “un elettrizzante tour de force di acrobazie vocali, colori strumentali selvaggi e assurdità teatrali, il tutto accompagnato da una miscela accecante di risate e rabbia”, come definì il compositore britannico Gerard McBurney la singolare composizione. Il naso, perduto da Kovalyov, si muove a passo di tip tap, mentre le numerose figure, rese con tratti sapientemente grotteschi, affollano la scena con un ritmo incalzante e mozzafiato. Fra i più di trenta interpreti che recitano con una cura maniacale del dettaglio, citiamo solo l’ottima interpretazione del protagonista, Günter Pependell, che dà corpo con una voce baritonale di ottimo spessore e agilità, a un personaggio lunatico, strampalato, come tutta la vicenda, diretta abilmente da Ainars Rubikis a capo dell’Orchestra della “Komische Oper”.
Il mito, o meglio i miti, si riprendono la scena in un momento storico di diffuso disagio psicologico e sociale, nonché di una palpabile diffusa tristezza, per ridarci da una parte un ubi consistam di comune appartenenza, dall’altra il sorriso di un grottesco che, proiettato nello spazio dell’arte, riesce forse, almeno un poco, a consolare il nostro sconforto presente.

Ultima modifica il Giovedì, 23 Dicembre 2021 09:41

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