martedì, 16 agosto, 2022
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Ombre nere su “Ombre rosse”. Riflessioni sul saggio di Maurizio Pizzuto. -di Antonio Ferraro

E’ molto interessante la scelta fatta da Maurizio Pizzuto, in un suo piccolo ma esaustivo saggio, sostanzialmente incentrato sul primo doppiaggio di “Ombre rosse” di John Ford distribuito in Italia a pochi mesi dalla uscita americana del ’39.
Fa un po’ sorridere notare che già allora gli intellettuali di cinema – Chiarini ed Antonioni in particolare – avessero aperto un dibattito (addirittura un referendum) sulla opportunità, che loro contestavano, dell’uso del doppiaggio. Comunque la si pensi, era evidente che i film stranieri non doppiati avrebbero perso qualsiasi appeal commerciale e il discorso si chiuse lì. L’argomento continua a riaffacciarsi fino ai nostri giorni ma va ricordato che il nostro doppiaggio è stato a lungo uno dei migliori del mondo, tanto da meritarsi l’appellativo di “doppiaggio artistico”.
La scelta di Pizzuto di usare il primo doppiaggio del film di John Ford (quello che conosciamo noi è di 10 anni dopo) per evidenziare lo spirito con il quale il regime selezionava, doppiava e distribuiva i film stranieri ci aiuta a capire molte cose.
Intanto, la scelta di quel film: certo era già considerato un capolavoro, in più al Duce piacevano particolarmente i film del Grasso e il Magro (come lui chiamava Stanlio e Ollio) e i “cappelloni” (i western appunto).
E’ anche probabile che, con un ridicolo fraintendimento, i selezionatori abbiano visto nella “conquista del west“ una sorta di parallelo con le nostre scassate vicende coloniali.
Niente di più sbagliato. L’epopea pioneristica americana è unica nel suo genere: gente di diversissima provenienza ha creato da una terra selvaggia, ricchissima ed ostile, il Paese più forte, operoso e potente degli ultimi due secoli.
Ford (anche se Tarantino ha qualche remora nel considerarlo il miglior regista western) è certamente un maestro nel raccontare quelle vicende e lo spirito che le animava; basti pensare - nello splendido “Cavallo d’acciaio” del 1924 (che racconta la nascita della prima Ferrovia Transcontinentale) - alla scena degli uomini accampati intorno al fuoco, dopo una dura giornata di lotte e di lavoro, nella quale dalla potenza dell’inquadratura e dai volti dei coloni appare un forte senso di determinazione e di consapevolezza di star compiendo qualcosa di grande.
In questo Ford si distingue dall’altro aedo della epica western, il poeta Walt Whitman: mentre l’autore di “Foglie d’erba” si lascia talora trasportare dall’idea di una sorta di idillio tra l’uomo e la natura, il regista non manca mai di sottolineare la durezza con la quale ogni conquista vada strappata con fatica e rischio.
Veniamo quindi al doppiaggio. Pizzuto ci avverte, intanto, che alcune imprecisioni possono essere nate dal problema dell’assenza di uno script e quindi da un adattamento ricavato dal diretto ascolto del film.
Ci sono poi le approssimazioni di una tecnica ancora non perfettamente a punto e, soprattutto, i pasticci del regime di fronte ai nomi stranieri: i nomi di battesimo vengono, talora, italianizzati, i cognomi buttati lì con qualche timidezza.
Ma, nota Pizzuto, la vera e propria censura è quella operata sulle situazioni lievemente scabrose e soprattutto sulla complessità dei personaggi. Il postiglione, ad esempio, ha una voce stentorea solo quando guida i cavalli e non (come nell’originale) anche quando parla con gli altri, facendo così perdere un effetto comico. Molte altre complessità dei protagonisti vengono sacrificate per lasciar spazio ai più rassicuranti toni del melò e dell’avventura.
Insomma, là dove Ford disegna figure umanissime e disparate, accomunate da un destino di grandezza, il doppiaggio fascista lascia spazio agli scontri a fuoco e ai grandi eventi della vita (la nascita, la morte, l’amore, la vendetta), parzialmente disumanizzandone i protagonisti.
Ed ecco che dal doppiaggio di un film viene fuori la natura politica di due realtà divergenti: da un lato, la Nascita di una Nazione e il suo complesso divenire in un epos fortemente consapevole del grande destino che ha di fronte, dall’altro, il cartonato di un Italia illusa e velleitaria, con coloni per caso – spinti, scriverà Gadda in “Eros e Priapo” dalla “Boce del Buce” – che come tutti i cartonati può solo richiamare immagini elementari e propagandistiche.

Antonio Ferraro

Ultima modifica il Lunedì, 18 Luglio 2022 10:31

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