martedì, 29 novembre, 2022
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IL SORRISO DELLA QUOTIDIANA INFELICITÀ A TERRENI CREATIVI. Viaggio nelle tribù teatrali del festival diretto da Maurizio Sguotti. -di Nicola Arrigoni

"Trucioli" degli Omini. Foto Luca Del Pia "Trucioli" degli Omini. Foto Luca Del Pia

Le community dei social sono a loro modo tribù, tribù annacquate: il legame comune è dato da un medesimo interesse, da passioni condivise o semplicemente atteggiamenti, modi di essere. Ma nelle tribù c’è qualcosa di più del comune interesse, c’è un’appartenenza fisica, etnica a un gruppo, anche il fatto che alla fin fine non si scelga la tribù di appartenenza e molto spesso non si possa decidere se appartenere o meno a quella tribù è un aspetto da non sottovalutare. Ecco il teatro a Terreni Creativi 2022 è una tribù che pensa, che si riconosce nel rito del teatro, nel far finta di per intercettare barlumi di verità. A Terreni Creativi – tredicesima edizione del festival ideato e diretto da Kronoteatro e Maurizio Sguotti – il far parte della tribù è riconoscersi nel medesimo linguaggio, avere la necessità di vivere il territorio e di declinarlo nel segno dell’inatteso che l’arte può offrire. In questo senso artisti, organizzatori, pubblico sono parti di una tribù il cui collante non è etnico, ma culturale, per questo aperto, pronto a germogliare nei modi più inattesi. In questo senso di comunità che è stata scelta dal teatro Terreni Creativi sviluppa, fin dalla sua nascita, l’esigenza di incontrare gli artisti, ovvero proporne più lavori, spesso appartenenti a periodi differenti della loro attività produttiva, un modo per non consumare teatro, ma per andare a fondo e creare relazione con attori, registi ed estetiche ospitati nelle serre e aziende vivaistiche del territorio. Sarà questa specificità logistica e produttiva che si richiama alla terra e alla coltura, ma sta di fatto che il coltivare e conoscere coesistono, il coltivare relazioni è infatti darsi tempo di conoscere. In questa chiave sono da leggere le personali dedicate al regista Giuseppe Cutino, alla compagnia Teatro dei Borgia, alla coreografa Francesca Foscarini e al lavori di Bartolini/Baronio A queste personali si sono affiancate le presentazioni di libri, curate da Graziano Graziani, il laboratorio, Almeno nevicasse di Francesca Sarteanesi e gli spettacoli La fabbrica degli stronzi di Kronoteatro e Maniaci d’Amore, Something stupid una sorta di talk show con Daniele Natali e Fausto Paravidino, Na creature Long Play Track di Tetaringestazione, Trucioli degli Omini.

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Totò e Vicè di Franco Scaldati. Foto Luca Del Pia

Nel programma serrato e variegato di Terreni Creativi piace mettere in evidenza le monografie proposte da Sguotti, come a voler cercare una sorta di radicamento, come a voler cercare di includere o far incontrare le diverse tribù del teatro per promuoverne la conoscenza e la riconoscenza. Eppure viene da pensare che pur nelle differenze dei linguaggi, nella varietà degli interpreti esista un filo conduttore, un sentore comune che lega tutti gli spettacoli e quel sentore comune sia nel sorriso aperto e accogliente del capo tribù pellerossa sulla copertina, che nulla ha a che fare con i nativi d’America. Quel sorriso un po’ beffardo e divertito è di buona parte degli spettacoli, è il segno di una vis comica che si ritrova nei lavori di Giuseppe Cutino in cui anche i colori della tragedia e del dramma si nutrono inevitabilmente di sfumature comiche, quasi che la tragedia assoluta non sia più possibile. E allora dal monologo di Stefania Blandeburgo in Soda caustica di Sabrina Petyx, alla storia di mafia de L’ammazzatore con Salvatore Nocera e Rosario Palazzolo, fino al lavoro ricco di malinconia, Totò e Vicè di Franco Scaldati con Rosario Palazzolo, Anton Giulio Pandolfo, Egle Mazzamuto, Sabrina Petyx, Maurizio Cuncio e Pierpaolo Petta la cifra stilistica è quella di un umorismo amaro, anche quando assume i toni dell’invettiva di Soda Caustica oppure la crudeltà granguignolesca dell’Ammazzatore. Una considerazione a parte va fatta per Totò e Vicè di Scaldati in cui la potenza poetico-drammaturgica piega la cifra stilistica di Cutino, ma fino ad un certo punto perché la dolente ironia di quei due Estragone e Vladimiro in salsa sicula porta con sé un sorriso amaro.

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La fabbrica degli stronzi di Kronoteatro. Foto Luca Del Pia

È questa amarezza di un’umanità disillusa che fa da filo conduttore a molti dei lavori visti nelle serre e nelle aziende florovivaistiche del territorio di Albenga che nella prima settimana di agosto diviene una sorta di teatro a cielo aperto in cui la bellezza dell’arte si sposa con la creatività del fare. A questa amarezza rispondono anche i bellissimi lavori del Teatro dei Borgia con il loro modus narrandi che pesca a piene mani dalla realtà. In Medea per strada – ospitato non nel furgone come in origine ma nel Centro giovani – protagonista è una giovane rumena che arriva in Italia carica di speranze per un futuro migliore e si ritrova sulla strada. Elena Cotugno dà corpo alla storia di questa nuova Medea in una maniera sublime, con una verità e una potenza che sono rare trovare. E se in Medea per strada la regina della Colchide arriva improvvisa sul finale ma offrendosi come mito che si innerva nell’oggi l’Eracle di Chrisian Di Domenico è un padre che lavora nella mensa della Caritas e racconta le sue fatiche per sopravvivere al divorzio, alla perdita del lavoro dopo l’infamante accusa di aver fatto apprezzamenti su una sua studentessa. In Eracle, l’invisibile, drammaturgia di Fabrizio Sinisi e Christian Di Domenico, il mito di Ercole e delle sue fatiche che corrispondono alle magliette dei supereroi da Batman a Flash a Superman ha un andamento narrativo a tratti leggero, ironico, sicuramente umoristico. Ma nel sorriso a denti stretti del protagonista c’è il dramma di un uomo alle prese con la caduta delle sue certezze e del suo progetto di vita, sorriso che si riflette negli sguardi degli spettatori che alla fine non possono che applaudire con commossa partecipazione. Il Teatro dei Borgia – che unisce scrittura drammaturgica e ricerca sul campo – mostra come la realtà mediata dalle arti performative non si limiti a essere cronaca, ma diventi pensiero su ciò che ci accade, immagine spalancata sul buio delle nostre anime inquiete, il tutto con una leggerezza e una vis comica che possono più della tragedia. Ne La fabbrica degli stronzi di Kronoteatro e Maniaci d’Amore con Tommaso Bianco, Francesco d’Amore, Luciana Maniaci e Maurizio Sguotti il rimosso familiare, le piccole violenze relazionali fra figli e madre, ma anche fra fratelli trovano una trattazione grottesca e comica al tempo stesso, ma attraversata da un senso di disagio che lascia senza respiro, diverte ma anche un po’ angoscia. Tutto accade intorno al cadavere della madre, incarnato da Maurizio Sguotti con una potenza scenica esilarante e al tempo stesso drammatica. E dopotutto diceva Samuel Beckett che non c’è nulla di più comico dell’infelicità.

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Somenthing Stupid con Daniele Natali e Fausto Paravidino. Foto Luca Del Pia

Nei lavori coreografici di Francesca Foscarini, invece, c’è qualcosa di leggero, c’è la volontà di raccontare la bellezza dell’asimmetria e della diversità del respiro e dei corpi in Vocazione all’asimmetria con la stessa Foscarini e Andrea Costanzo, impegnati in un pezzo a due che sa essere dolce e tenero, che distilla la bellezza degli incontri e l’ineluttabilità degli scontri. In Ragazzo di vita – interpretato da Giovanfrancesco Giannini - l’omaggio coreutico di Francesca Foscarini e Cosimo Lopalco è al centenario della nascita di Pier Paolo Pasolini con un assolo tanto delicato, quanto colto nelle citazioni da Teorema a Salò, un cammeo dedicato al poeta e regista che nulla ha di retorico, ma si compie in un’intimità assolata di grazia e semplicità. Non convince per nulla – ed è l’unico neo dell’edizione 2022 di Terreni Creativi – Somenthing Stupid lo sproloquio fra Daniele Natali e Fausto Paravidino, un delirio senza alcun senso, un esercizio di presunzione, francamente fastidioso. Di più non vale la pena dire. A intervallare le giornate di spettacolo sono state le presentazioni di alcuni libri: Sarà solo la fine del mondo di Liv Ferracchiati, London Vodoo di Orso Tosco, La vita sessuale di Guglielmo Sputacchiera di Alberto Ravasio, condotti da Graziano Graziani. Mentre sul finire del festival Oliviero Ponte di Pino e Giulia Alonzo hanno conversato dell’Italia festivaliera presentando la loro mappatura dei festival, pubblicata nella guida In giro per festival. Terreni creativi.

Ultima modifica il Martedì, 15 Novembre 2022 22:27

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